Il mio caro amico Antonio Nicastro, un giorno, postò una foto su FB: era la mia vecchia casa di famiglia, dei Cirigliano e di Friolo, tutti andati via. Ci rimasi male nel vederla . Una fotografia che non mi apparteneva, che cozzava con i ricordi, che emanava tristezza e solitudine al posto della vitalità e della luce che ricordavo. E’ incredibile il modo in cui una casa collassa in assenza di vita. Sembra che anche le pietre si intristiscano per l’addio di chi vi abita. Dopo sette anni di assenza vi feci ritorno, con l’idea di rimetterla in piedi, sia pure per i miei ritorni occasionali. A mia insaputa , la casa era stata venduta e la mia parte era passata in modo abbastanza anomalo. Una ferita che non si è più rimarginata perché a quelle mura erano attaccati episodi di felicità, frammenti di vita con mia madre, i sogni di un ragazzino. Ci tenevo a quella quattro mura e non l’avrei abbandonate per tutto l’oro del Mondo se il terremoto dell’80 non mi avesse costretto a portare mia figlia, lì dove poteva ancora avere una speranza di salvarsi. Scrissi allora una poesia, quasi fosse l’ultima fotografia scattata ai miei ricordi. La conservo insieme al quadro che il maestro Antonio Di Matteo ha voluto che io avessi, in ricordo di quella mia parte di vita, ad un tempo sofferta e bellissima.
DIMORE PERDUTE
Ed eccolo…il viandante.
Scorge i silenziosi malinconici uccelli,
racchiusi nelle loro ali, stanno immobili,
all’ombra di tegole arse dal sole,
osservano sotto di loro, un geco:
sgraziato, mutolo rettile solitario.
Osserva la flora tenace, coriacea,
invadente, che, dagli orti ai cortili
varca usci , s’addentra nelle case,
sfonda solai, guadagna davanzali,
s’affaccia alla finestra,
sventolando la sua vittoria.
Il viandante, guarda gli uccelli,
confusi dalla sua presenza.
Sotto di loro, un arco di pietra,
sostiene una scala sconnessa
con rottami di ringhiera
in ferro battuto, arte e lavoro
di un vecchio fabbro.
Quì i muraglioni, simili a bastioni,
sostegono i lastricati di petrolla,
senonché, veri baluardi, a protezione
dalle pericolose, profonde ripide coste,
dove timpe rocciose e dure, affiorano,
dal Ruggero e vanno sù, per il Cervaro.
La chiesetta del Carmelo, bianca
silenziosa attende una folata di vento
che dia voce al rintocco
della sua unica campana.
Ed è là, che viandante si ferma,
il suo sguardo é piú attento,
la mente raccoglie ogni particolare,
ed ogni volta sussulta, trepida,
mandando giú, un nodo in gola:
É di fronte alla sua casa,
ai tanti suoi ricordi, alle sue radici.
Ripassa nella mente, il volto di sua madre,
di suo padre, dei suoi fratelli,
dei suoi cuginetti, con i loro infantili giochi…
Arido destino, che consumò già, in passato
tutte le lacrime, ora non ce nè sono più,
nemmeno a cercarle per l’ultimo pianto.
Il viandante si raccoglie in se stesso,
muove il passo scomposto dagli anni,
si allontana…
lo seguono gli uccelli con brevi voli
ora fanno udire il loro malinconico trillo,
sono su di lui, come a porgergli l’addio…
Il viandante, dà un ultimo sguardo
per porre, indelebile,
l’ultima immagine nella mente,
purtroppo, con quella…
anche, ultima croce nel cuore.
di Domenico Friolo 2006 luglio
