Autonomia differenziata, coesione, mercato unico e civismo lucano L’attribuzione di competenze aggiuntive alle regioni italiane comporta rischi per la coesione e per le finanze pubbliche
Dino NICOLIA*
La Commissione europea ha bocciato la legge sull’autonomia differenziata, approvata recentemente. Le perplessità di Bruxelles sono approfondite e leggermente diverse rispetto a quelle che stanno animando il dibattito in Italia. L’attribuzione di competenze aggiuntive alle regioni italiane comporta rischi per la coesione e per le finanze pubbliche. Nel suo “Report annuale sulle economie nazionali” per il 2024, Bruxelles dedica un paragrafo al provvedimento e le possibili ricadute sul Paese. L’esecutivo europeo definisce le potenzialità del Mezzogiorno come una opportunità “da sbloccare”, tesi avvalorata anche dall’ultimo rapporto Svimez dove si dimostra che, nel corso del 2023, il Sud Italia è cresciuto più del Nord in termini percentuali. La parte più critica dell’autonomia differenziata è quella dei Lep (i livelli essenziali delle prestazioni). A livello nazionale, si evidenzia che il Paese aspetta da oltre vent’anni una legge in grado di definire i livelli minimi in base al principio del costo standard, e non del costo storico. Legge che non è mai arrivata e che, allo stato attuale, lascerebbe aperto solo il canale del costo storico per quantificare le risorse da destinare alle singole regioni. In pratica, il rischio è che a determinare i finanziamenti sia quanto si è speso finora, e non quanto dovrebbe essere speso per colmare le specifiche lacune regionali. “Inoltre – fa notare la Commissione europea nel suo report – poiché i Lep garantiscono solo livelli minimi di servizi e non riguardano tutti i settori, vi sono rischi di ulteriore aumento delle disuguaglianze regionali”. Uno degli aspetti più importanti della costruzione europea è il mercato unico. Costituisce indubbiamente il motore della società e dell’economia dell’UE. Per farlo funzionare bene, tuttavia, occorre che gli ostacoli siano ulteriormente rimossi e si stabilisca una sempre maggiore integrazione, in particolare nei servizi che sono essenziali affinché il mercato unico rimanga il motore principale della competitività dell’UE. Nell’attuale contesto geopolitico l’UE si trova in un momento decisivo per portare a termine con successo la duplice transizione verde e digitale e conservare la propria attrattività delle imprese. La prospettiva a lungo termine sulla competitività illustra in quale modo l’UE può mettere a frutto i suoi punti di forza e conseguire un risultato più ampio, invece di limitarsi a colmare il divario in termini di crescita e innovazione. Un quadro dell’UE lungimirante, ben definito e coordinato potrebbe promuovere imprese prospere, in grado di competere sul mercato globale, con posti di lavoro attraenti. In questo contesto, dove ci sarebbe bisogno di maggiore integrazione, si inserisce una legge che, invece, divide, disperde e rende meno coeso il quadro sociale ed economico di uno dei paesi più importanti dell’UE. Il tutto in un’Italia sempre più anziana, dove già ora una persona ogni 4 ha più di 65 anni e il ruolo della sanità pubblica aumenta di peso. L’accesso alla sanità, di tipo curativo ma anche preventivo, è uno dei diritti fondamentali riconosciuti dall’Unione europea e tutti gli Stati membri dovrebbero garantire dei servizi gratuiti e di qualità ai propri cittadini. La sanità pubblica italiana, invece, come tutti gli attori che hanno commentato il nuovo quadro normativo hanno fatto notare “è sempre più in affanno e, anche includendo quella privata, in Italia la spesa per la sanità è inferiore rispetto alla media europea”. I promotori della riforma sostengono che l’autonomia differenziata garantisca una gestione più efficace delle risorse, riducendo gli sprechi. Anche su questo punto, però, Bruxelles esprime delle perplessità evidenziando che “l’attribuzione di poteri aggiuntivi alle regioni in modo differenziato aumenterebbe anche la complessità istituzionale, con il rischio di maggiori costi sia per le finanze pubbliche che per il settore privato”. Avere discipline molto diverse tra le regioni, infatti, potrebbe aumentare l’impasse tra gli enti pubblici, che in Italia è già una zavorra. Basti pensare che a fine 2023 il Paese aveva speso meno dell’1% dei fondi strutturali 2021-2027 (Fesr e Fse+) dal valore totale di 42,2 miliardi. Il cuore della legge Calderoli consiste nella possibilità di attribuire competenza esclusiva alle regioni su tutte le materie che, dopo la riforma del Titolo V del 2001, oggi sono di competenza concorrente e su tre materie che oggi sono di competenza esclusiva dello Stato. In particolare, su 23 materie trasferibili alle Regioni, saranno 14 quelle che non potranno passare alle regioni senza che prima siano stati definiti i Lep con le relative risorse. La lista comprende norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali. Fuori dai Lep e quindi immediatamente trasferibili alle Regioni ci sono i rapporti internazionali e con l’Unione europea, il commercio con l’estero, le professioni, la protezione civile, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, le casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale, gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale, l’organizzazione della giustizia di pace. Su questo tema mi aggancio al ruolo del civismo. La riforma del Titolo V del 2001 venne promossa, senza pensare alle possibili conseguenze, proprio da quegli attori politici che oggi si strappano le vesti e gridano allo scandalo. Non giriamo intorno alla questione ma affrontiamola direttamente. Quegli attori politici non sono più credibili. Oggi, in una regione in grave difficoltà economica e sociale come la Basilicata, possono al massimo accompagnare le decisioni e il percorso che spetta ad altre entità tracciare e percorrere. Come si è fatto notare nei giorni scorsi (Raffaele La Regina su Talenti, Vincenzo Viti sul Quotidiano e Gianni Cuperlo su Repubblica) la “primavera è fuori dai partiti” e “ovunque bisogna aprirsi alla società per unire cultura e politica e riportare la gente a sentire voglia di dover uscire di casa per partecipare alla vita pubblica”. Ora che il rischio coesione in UE e spaccatura in Italia è reale, i cittadini devono tornare protagonisti. Si è parlato tanto di civismo, specie prima delle elezioni regionali. Bene! Quel civismo che ha partecipato alle elezioni era un finto civismo calato dall’alto e imposto in una realtà che, invece, aveva bisogno di altro. Il civismo vero si riconosce dalle attività promosse dal basso, dall’animazione costante dei territori e dalle criticità che vengono affrontate con esperienza e competenza. E’ giunto il momento di riempire di sostanza uno spazio politico lasciato libero dalle vecchie formazioni politiche, oggi in crisi, e di delimitare un perimetro. Ci sono esperienze sane di attività politica che vanno ricongiunte all’associazionismo di qualità, come da anni sta facendo MEDinLUCANIA insieme ad altre associazioni vicine. E’ giunto anche il tempo di aggregare il civismo in modo da renderlo sempre più forte, coeso e competitivo. Occorre ridare una speranza al Sud e cominciare ad agire per cambiare questa Basilicata. Per questo occorre aumentare la spesa pubblica nel Mezzogiorno e rendere efficienti gli investimenti. Una conferma arriva dalla spesa pubblica per incentivi alle imprese che è cresciuta molto meno al Sud, dove nel 2023 si è registrato il +16% contro il +26,4% del Centro-Nord. Questo gap dimostra la minore capacità del tessuto produttivo meridionale di assorbire gli investimenti, soprattutto per la minore presenza di grandi imprese, che sono le più pronte ad accogliere le richieste di ammodernamento tecnologico e digitale finanziate dal PNRR. Il monito che arriva da Bruxelles, invece, è chiaro: “sostenere gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno è l’unica strada per aumentare l’efficacia degli investimenti privati”. Insomma, la preoccupazione per le disparità regionali tra Centro-nord e Mezzogiorno torna più volte nel rapporto della Commissione che sottolinea ripetutamente la persistenza dei divari a più livelli, motivo per cui “resta cruciale accelerare l’implementazione dei programmi della politica di coesione di regioni e ministeri, insieme ad rafforzamento della capacità amministrativa, a livello nazionale e soprattutto a livello territoriale”. Le risorse preziose che arrivano dall’Unione europea (e non solo) vanno messe a frutto mantenendo la coesione e facendo partecipare i cittadini. Per questo ci dobbiamo attivare tutti per bocciare inequivocabilmente l’autonomia differenziata sia nella forma che, soprattutto, nella sostanza.
*Presidente MEDinLUCANIA