DOMIZIANO VIOLA, INTELLETTUALE ED EDUCATORE

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giovanni-caserta_479x300di GIOVANNI CASERTA

un pedagogista, un educatore, un favolista dimenticato (o ignorato)

Quando, nell’autunno del 2010, il prof. Donato Allegretti mi comunicò che era volontà del Comune di Brindisi di Montagna ripubblicare la raccolta Ascenne ra ‘u festine di Domiziano Viola, uscito postumo nel gennaio del 1985, in dialetto brindisese, mi rallegrai per l’iniziativa di un Comune interessato alla cultura, che, per felice combinazione, si diceva anche baciato dalla estrazione del petrolio. Il prof. Allegretti chiese la mia collaborazione, che volentieri offrii, suggerendo che del volume si desse una traduzione italiana, essendo il dialetto brindisese ormai letto e compreso da pochi, e destinato, come tutti i dialetti, alla scomparsa, soprattutto se di paesi rosi dalla emigrazione. Cominciammo allora una lunga fatica di traduzione, rivelatasi particolarmente difficile, trattandosi di poesie di cui si volevano rispettare la struttura metrica, e, ancor di più, il ritmo e la felicità espressiva. Ma era un fatica cui con piacere ci sobbarcavamo, trattandosi di rendere un grande omaggio ad un uomo tanto benemerito, non solo nei riguardi della comunità brindisese, ma anche nei riguardi della regione di Lucania Basilicata, se non del Sud intero.

Domiziano Viola, infatti, non fu personaggio di poco rilievo. Di lui si può dire che fu educatore, intellettuale, moralista, favolista e grande organizzatore e riorganizzatore della scuola lucana già negli anni del fascismo e, ancor di più, negli anni dell’immediato dopoguerra. Lo dimostra la intestazione che al suo nome fu fatta di una scuola elementare di Potenza, in Viale Marconi, già nel 1972, cioè appena undici anni dopo la sua morte, avvenuta in Potenza l’11 maggio 1961.

Domiziano Viola, che negli atti ufficiali dell’anagrafe brindisese, per un grottesca storia raccontata da Donato Allegretti, figurava col nome di Miziano Viola, nacque a Brindisi di Montagna il 31 gennaio 1880. Suo padre era un modesto commerciante proveniente da Montemurro. Tra mille sacrifici, volle che suo figlio studiasse. Domiziano Viola, infatti, fu studente a Matera presso la locale Scuola Normale, divenuta poi Istituto Magistrale “Tommaso Stigliani”. Qui  si diplomò all’età di 22 anni, nel 1902, cominciando subito la sua attività di insegnante. Tuttavia, desideroso com’era di ampliare la sua cultura, conseguì presto il diploma di vigilanza scolastica e fu ispettore. Ciò lo costrinse ad allontanarsi dal paese per poi, dopo un vario giro di trasferimenti, approdare definitivamente a Potenza.

Erano gli anni del fascismo, che, va detto, anche per merito della Riforma Gentile, non poco si adoprò nel campo dell’istruzione. Questo vale soprattutto per la scuola elementare, la cui riforma fu curata da un uomo di grande apertura mentale, quale fu Giuseppe Lombardo Radice. Né furono trascurati asili-nido e scuole per l’infanzia, non foss’altro che per l’interesse che il regime ebbe nel voler creare una Italia fascista, popolosa e guerriera. E l’ispettore Domiziano Viola, in quegli anni, essendo innanzitutto appassionato educatore, prima ancora che un funzionario,  pubblicò ben cinque volumi di letture per le scuole elementari, uno per ogni classe, portanti l’ interessante e indovinato titolo di Verso la vita.

Quindi, nel secondo dopoguerra, quando l’attenzione per i problemi della scuola si volse soprattutto a favore delle realtà sociali più umili, lo si trovò impegnato per una scuola per tutti e nella lotta contro l’analfabetismo. Nel 1947, infatti, riuscì a realizzare il capolavoro della sua vita, cioè un asilo d’infanzia nel suo paese, al quale, pur non risiedendovi, fu sempre profondamente legato. Per Brindisi di Montagna, infatti, compì anche un altro generoso gesto, quando accompagnò la sua partecipazione alla trasmissione RAI di “Campanile d’oro”. Era l’anno 1955 e Brindisi di Montagna, inaspettatamente, fu agli onori della cronaca grazie a due cori, il cui testo fu scritto proprio da Domiziano Viola. Si tratta della Festa ri l’uva (La festa dell’uva) e La mitogna (La mietitura),  la cui musica fu opera del maestro Nicola Orlando, napoletano, che in quegli anni insegnava presso l’Istituto Magistrale di Potenza. Quei testi sono ora raccolti e tradotti nel volume preparato per il Comune di Brindisi di Montagna, con traduzione a fronte. A Mitogna toccò il trofeo RAI, quale miglior coro.

Educatore, attento ai problemi sociali e morali, Domiziano Viola – come attesta Tommaso Russo – si ispirava ad esponenti della pedagogia popolare, avendo come punti di riferimento Angiuli e De Dominicis, positivisti, cui faceva riferimento anche un altro maestro e pedagogista lucano, Matteo Miraglia (1868-1937), nativo di Accettura, altro benemerito della scuola, perfettamente ignorato, che, diplomatosi anche lui a Matera, operò a Torino, inserendosi nell’interessante dibattito pedagogico-didattico che, nel capoluogo piemontese, ruotava intorno a Gabelli e don Giovanni Bosco. Pensiero dominante era che la scuola, resa obbligatoria, garantendo l’istruzione dei ceti popolari, soprattutto rurali, era il grimaldello che poteva far saltare la discriminazione e l’assoggettamento  di classe, portando alla emancipazione e al riscatto. Insomma c’era aria di socialismo.

Come  è ovvio, con siffatti interessi, Domiziano Viola non poteva trattenersi dal bisogno di osservare la vita del suo paese,  in tutto uguale alla realtà dei piccoli Comuni del Sud dell’epoca, né poteva esimersi, come un novello Orazio o un novello Esopo, dal farsi autore di poesia gnomica, sottilmente e affettuosamente ironica, fino ad approdare nella favola. La raccolta Ascenne ra ‘u festine (Uscendo dal festino), infatti, è un garbato quadro di Brindisi di Montagna, rappresentato in 102 liriche, fra le quali si annoverano anche tre poesie dedicate alla scuola e alla sua importanza sociale.. La nuova edizione, grazie alla operazione compiuta dai suoi curatori, è ora distinta in cinque sezioni, così intitolate: Il paese, Contadini e galantuomini, Piccoli vizi e piccole virtù, Battaglie d’amore, Piante e animali in favola.

Nel libro, infatti, indossati i panni di un arguto popolano, Viola discorre, come dicono i titoli appena citati, del mondo di Brindisi di Montagna, che, nel suo complesso, appare luogo di affetti e di intima cordialità, in cui l’individuo può respirare quiete e  pace. Io – dice uno dei personaggi –  a Brindisi di Montagna “mi sento re, qua mi sento Dio”. Ciò accade anche a dispetto di certi retaggi sociali, che vedono la popolazione ancora distinta fra galantuomini e contadini, ricchi e poveri. Ma è distinzione che non si traduce in antagonismo o, per dire la parola grossa, in lotta di classe. C’è, invece, tranquilla accettazione, accompagnata da pettegolezzi, allusioni, sorrisi, ammiccamenti, che servono a sdrammatizzare la situazione. Al massimo c’è invidia, senza contare che, spesso, c’è migrazione da una condizione all’altra, con rimescolamento dei ruoli. Il paese, insomma, è sempre bello con tutti i suoi piccoli vizi e le sue piccole virtù, come è vero che tutto, alla fine, si risolve in una sorta di abbraccio ideale e collettivo.

E come ogni buon moralista o poeta gnomico, sulla stregua  d Orazio, Fedro ed Esopo (ma anche Ariosto, Clasio, La Fontaine, Trilussa…), Domiziano Viola approda al genere della favola, assumendo, a protagonisti del suo “raccontare”, gli animali del paese: il mulo, l’asino, la gallina, il cane, il gatto, la volpe, il lupo… Invano vi cercheresti il leone, la tigre, il leopardo, l’elefante, la scimmia e simili, estranei al mondo brindisese. Il tutto è raccontato sempre con garbo, e con l’intenzione di fare fine opera letteraria, se non poetica. Viola – si legge nella  introduzione al volume rivisto e riorganizzato – aveva capito che anche il dialetto aveva bisogno di una sua nobiltà  e cultura, cioè di una tecnica che rendesse fedelmente il modo d’essere ed esprimersi della gente del paese, tra cadenze, pause, modulazioni di voce e altro. E’ quello che fa il musicologo quando, con grande difficoltà, trasferisce sulla carta, in note scritte, un canto popolare. Di qui, nel testo di Viola, quali note e pause musicali, l’uso dei punti sospensivi, l’uso ondulante della punteggiatura, la forma quasi costante  del dialogo e del “sermo” oraziano e infine la metrica, che, facendo registrare un rigoroso rispetto della quantità delle sillabe, delle strofe, delle rime, assonanze e consonanze, sembra tradurre l’anima del paese.

Purtroppo, però, la favola, di cui è protagonista Domiziano Viola, non ha una bella conclusione, anche se ha una sua morale, al negativo. Almeno finora. Assurdamente, infatti, la nuova edizione del libro, per 340 pagine, con traduzione delle liriche dialettali a fronte, debitamente illustrato, con vocabolarietto brindisese in appendice, giace malinconico tra le carte della tipografia di Rocco Castrignano, ad Anzi, dal luglio 2011, in attesa di essere stampato. L’impegno era per l’anno scolastico 2011-2012 e per una sua presentazione a Brindisi di Montagna e a Potenza. Il Comune di Brindisi di Montagna, purtroppo, oggi dichiara di non avere disponibilità finanziarie per sostenerne la stampa, pur impegnandosi a non lasciar cadere la cosa. Contemporaneamente, tuttavia, continuano i festeggiamenti della Grancìa. E’ come dire che, in Basilicata, ci sono soldi per i briganti, ma non per un educatore, benemerito della scuola e amante dell’infanzia. Certo, fabula docet. Ma amaramente: Cerebrum non habemus. Anche per questo, sicuramente, la Basilicata è cenerentola d’Italia. ()Matera, ottobre 2012

 

MIETITURA (La mitogna)

Mentre arde il sole e ti stordisce,

che non lo puoi guardare tanto t’abbaglia,

e di cantare la cicala non finisce,

mi son messo a lavorare a cottimo.,

E mieto a falce piena,                                                5

e non  mi fermo né mi freno.

Oilì e oilà

 

 

 Coro               Pure noi dobbiam campare,

raccogliendo ad una ad una

quante spighe si radunano;                            10

E tu, bel mietitore,

che ci fai questo favore,

mieti con lena e lascia spighe

quante a terra non ti dico…

Dopo tanto lavoro e tanto affanno,                                       15

ho visto nascere questo grano,

poi l’ho visto crescere tutto un anno,

come un padre vede i figli crescere.

Or  vi taglio, spighe d’oro,

or vi lego, o mio tesoro! …                                                   20

Oilì e oilà

Coro                Pure noi dobbiam mangiar:

del bracciante la fatica

io conosco e benedico.

Spigolando, spigolando,                                            25

non campiamo certo un anno;

messo insieme ho tre biche.

C’è chi raccoglie racemi e chi l’uva.

La Provvidenza è grande e senza fine,

generoso è il povero bracciante.

Campate pure voi: a questo festino                                        30

i poveri meno male stanno.

Cadete, spighe, avanti:

saziate tutti quanti.

Oilì e oilà                                                       35

Coro               Noi ci dobbiamo contentare:

tutto questo bel grano[1]

è ricchezza, grazie a Dio.

Ne faremo bianco pane,

pasta di casa e pastarelle.                                           40

Ringraziamo il mietitore.

Quando penso che tutta la fatica,

che senza riposo per un anno faccio,

porta bene a gente, non ti dico,

dà pane e vita alle persone:                                                    45

oh, quanto benedico

questo mia gran fatica!

 

[1] Virminìa:  tipo di grano tenero, dal chicco piuttosto lungo e sottile, seminato con ritardo, anche a marzo (per questo qualcuno lo chiamava e chiama “marzuolo”). Era semina frequente, specialmente in altura, quando, nell’ autunno precedente, le piogge o la neve avevano impedito di entrare nei terreni sia per arare sia per seminare. Il pane, che se ne ricavava, pur buono, non era proprio “bianco” (come, invece,è detto due versi dopo). Fino ad epoca recente molti, per avere un pane di sapore e consistenza migliore, usavano un misto di farina di grano tenero e grano duro

 

 

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