Il premier Renzi va negli Stati Uniti in visita ufficiale, e si porta dietro quelli che lui ritiene essere i rappresentanti della eccellenza italiana. Fra questi, Beatrice “Bebe” Vio, una campionessa vincitrice di un oro nella scherma alle Paralimpiadi di Rio 2016. Bebe ha 19 anni, la meningite le ha portato via braccia e gambe ma lei non si è mai arresa, tanto da riuscire a salire sul gradino più alto di un podio olimpico. Un fiume in piena di simpatia, grinta, voglia di vivere che le schizza dagli occhi. E siccome ha 19 anni, ed è (giustamente) emozionatissima, si pone il problema di come si vada vestiti alla Casa Bianca (la Casa Bianca!! il luogo ove risiede l’uomo più potente della terra: riuscite ad immaginare quanto sareste emozionati VOI?). Una casa di mode le regala un vestito da sera e lei posta sul suo profilo Facebook la foto di lei davanti allo specchio col suo vestito avorio da gran galà, giustamente felice, giustamente e teneramente emozionata. Una bella favola a lieto fine.
Però su quella foto, e sull’intera sua pagina Facebook, piovono molti insulti, nella migliore delle ipotesi le dicono che il vestito fa schifo e le sta male. E’ un classico caso di “hate speech”, di odio vomitato sui social network con logiche da branco, per le quali basta che cominci uno, per scatenare l’assalto di centinaia di odiatori di professione (il branco si è rivoltato anche contro la signora Landini Renzi, ma in questo caso c’è la “normalità” – che normale non è affatto, sia chiaro, solo più frequente – dell’odio comune verso politici e famiglie, nessuno escluso).
Non sono in grado di riferire di quantità precise e qualità degli insulti a Bebe Vio, perchè mi sono rifiutata di andare a vederli. Sulla mia bacheca e nella mia timeline non ne è comparso nessuno, almeno non mi pare, segno che sono stata brava a selezionare le mie amicizie sui social network. Anche se qualcuno sostiene, non senza ragione, che a furia di cancellare dalle nostre amicizie virtuali persone che non la pensano come noi si finisce nella cosiddetta “filter bubble”, una bolla virtuale e surreale nella quale ci sono solo persone che hanno i nostri stessi gusti ed opinioni, il che a lungo andare ci indurrà a pensare che il mondo è fatto così, e quindi il primo parere diverso ci troverà impreparati, e a nostra volta – per difesa – aggressivi. Il confronto con chi non la pensa come noi, insomma, anche in rete è segno di democrazia e vitale dialettica.
Io mi sono trovata spesso ad avere a che fare con odiatori di professione, avendo per qualche tempo seguito e gestito gli account Facebook e Twitter di Matera 2019. Se volete farvi un’idea di come possa essere, provate a leggere i commenti ad un qualunque post su Facebook del Governatore della Basilicata, oppure andate sulle pagine dei movimenti ultracattolici quali L’ultimo esorcista o No alla legge Cirinnà e leggete i commenti postati quando si parla di gay, adozioni da parte di coppie omosessuali, migranti, musulmani. Una violenza verbale davvero sconcertante, spesso assolutamente ingiustificata, con insulti ed accuse che nulla hanno a che vedere con il tema del post, e aggressioni minacciose del tutto incongrue, nelle pagine ultracattoliche, rispetto al messaggio evangelico di pace e fratellanza inclusione e perdono che pure costoro dovrebbero conoscere bene.
Di fronte ad insulti vomitati su una ragazza di 19 anni, così duramente provata dalla vita, che dovrebbe invece riscuotere solo unanime sconfinata ammirazione, per come ha reagito e per come ha vinto lo stesso, ci sono da fare poche considerazioni.
La prima è che fatti come questo rendono evidente che esiste al mondo una fetta non trascurabile di persone che non ha alcun senso del discernimento, alcun senso critico, alcuna capacità di ragionamento sia pure elementare: bestie, per dirla tutta, animati – se così si può dire – solo da bisogni elementari, fra i quali c’è quello del dare colpi alla cieca contro chiunque, se solo lo fa un numero sufficiente di altre persone. Non importa chi sia la vittima, perchè abbia scritto certe cose, o messo una sua foto in abito da sera: l’importante è sfogare un antichissimo e molto represso senso di frustrazione contro chiunque abbia anche solo di sfuggita le stimmate di colui che “ha vinto”. Senza pensare a cosa c’è dietro quelle vittorie, quanta fatica, quanta delusione, quante lacrime e quanta sofferenza anche fisica. Sono quelle persone per le quali la colpa di tutto quanto gli va male nella vita è sempre di qualcun altro, mai propria, e quindi è giusto bersagliare il governo, le banche, le lobby di qualunque cosa, i poteri forti mondiali, la massoneria. Di cui può far parte chiunque, anche Bebe Vio, altrimenti “non starebbe lì, a cena alla Casa Bianca”. L’idea che ognuno è artefice della sua propria fortuna (o sfortuna) è un concetto completamente sconosciuto, agli odiatori di professione.
La seconda è che si tratta generalmente di persone totalmente incapaci di assumersi la responsabilità di quanto scrivono, e di argomentarne le motivazioni. Messe di fronte a Bebe Vio (o a Marcello Pittella) in carne ed ossa, probabilmente balbetterebbero qualche parola di scusa e fuggirebbero a gambe levate. Interessanti esperimenti in tal senso sono stati fatti da un’altra vittima predestinata di hate speech, la scrittrice ed opinionista televisiva e radiofonica Selvaggia Lucarelli, che ha rintracciato i numeri di telefono di alcuni dei vomitatori di insulti, e li ha chiamati in diretta radiofonica, chiedendo loro conto di quanto scritto contro di lei. Nessuno di loro, che io sappia, ha mai difeso la propria posizione, limitandosi al massimo a sostenere di “aver scherzato” (??!), e facendoci comunque ben magre figure.
La terza è che questo genere di persone è sempre esistita, ma la rete e i social network hanno reso enormemente più facile, comoda, ed APPARENTEMENTE anonima la violenza verbale. L’hate speech quotidiano è così enormemente cresciuto in volume, ed è visibile (scripta manent) a tutti, il che non fa che aumentare il fugace senso di soddisfazione che prova l’odiatore di professione, senso di soddisfazione che si sublima nel trovarsi in un gruppo di altri odiatori come lui, conosciuti o meno non importa.
Di fronte a questo genere di devianza dei rapporti civili, nei quali invece il confronto è sempre utile e sano, purché civile e rispettoso dell’altro, vale sempre una sola regola: “E’ vietato dar da mangiare ai troll”, ovvero è sconsigliabile reagire cercando un confronto, o insultando a nostra volta, perchè dall’altra parte ci sono appunto branchi di scimmie ammaestrate in cerca di sangue e visibilità, non altri essere umani.
Meglio ignorare.
Spero l’abbia fatto anche Beatrice Vio.
(LA FOTO DI COPERTINA, PROBABILMENTE LA FOTO DELLA VITA, E’ DI BEATRICE VIO)

1 commento
Una bellissima riflessione.
Grazie.