di Martina Marotta
Oggi ho il piacere di dialogare con Don Guido Barbella, fino a pochi mesi fa parroco di Trecchina, per ripercorrere, attraverso le sue parole ben 50 anni di vita Sacerdotale. Una lunga storia di fede ed amore per il prossimo che, dal 19 luglio dell’anno giubilare 1975, Don Guido ha quotidianamente vissuto insieme ai suoi fedeli.
Oggi, 19 luglio 2025 Lei raggiunge una meta molto importante della sua vita sacerdotale, 50 anni al servizio delle comunità parrocchiali dove è stato Pastore e nello stesso tempo amico, confidente, confessore, guida spirituale di giovani e intere famiglie. Ha ricoperto in questo lungo percorso numerosi incarichi non solo diocesani ma anche nazionali, senza mai fermarsi un solo attimo. Cosa, in questi anni, ha caratterizzato maggiormente la sua vita di “pastore tra le genti”?

“In questi 50 anni di sacerdozio la cosa che ha più inciso è stato il rapporto con Mons. Cozzi, siamo stati insieme prima a Lagonegro e poi a Trecchina. Questa è stata la caratteristica che mi ha segnato in questi 50 anni e anche il rapporto con il popolo. Un rapporto franco e diretto con ciascun fedele”.
Lei è stato parroco a Lagonegro, a Latronico ed a Trecchina. Sono tre comuni della Basilicata che sicuramente hanno esigenze diverse e che lei ha guidato spiritualmente in epoche differenti. Come dicevo, lei ha sempre seguito i giovani ed è stato per molti di loro un faro, una luce. Può descriverci dal suo punto di vista, spirituale, sociale pedagogico, l’evoluzione e la crescita, se vi è stata, della gioventù lucana al passo coi tempi?
“All’inizio ho notato un’apertura dei giovani verso il sociale. Poi piano piano si sono rinchiusi. Quasi un lento rinchiudersi per cui i giovani sono portati più a pensare a se stessi che agli altri, al prossimo, al sociale”.
Lei, Don Guido, fin dai tempi in cui era ancora seminarista ha proposto spettacoli teatrali, perché ha visto il teatro come punto di aggregazione fra i giovani. Questa sua particolare predisposizione le ha dato la possibilità di diffondere il Vangelo anche realizzando momenti della vita di Gesù Cristo come la nascita (Presepi Viventi) o la Passione (Via Crucis). Grazie a queste rappresentazioni artistiche ha fatto vivere ma anche commuovere coloro che hanno partecipato sentendosi parte viva di quel Presepe o di quella Via Crucis. Secondo lei quanto l’arte, la fotografia, la poesia, il teatro e la musica possono essere collante e stimolo per i giovani ed i meno giovani nel mettere in pratica gli insegnamenti della parola di Dio?
“Nella Chiesa c’è sempre stato questo tipo di attività e si è visto, spesso, come le attività teatrali sono diventate veicolo per l’evangelizzazione. Noi praticavamo l’evangelizzazione, aiutando i giovani a conoscere e a vivere la vita della Chiesa attraverso queste manifestazioni come la rappresentazione della Passione di Cristo. Se sono stato attratto al teatro e alle rappresentazioni è perché in seminario venivamo educati a queste attività, in particolare nel seminario Minorile di Policastro. Io sentivo attrazione per attività artistiche come rappresentazioni teatrali o cineforum, perché creavano particolari letture di fede ed evangelizzavano. In Parrocchia, a Trecchina, abbiamo fatto 13 Sacre Rappresentazioni della Passione di Cristo, sempre con un’ottica diversa e le persone attraverso queste espressioni anche artistiche oltre che religiose e spirituali, riuscivano a recepire bene il messaggio che si voleva trasmettere. L’opera teatrale è stata messa al servizio dell’evangelizzazione, rendendosi utile sia per i giovani che per tutti coloro che partecipavano a questi momenti di alta spiritualità ed emozionalità. Ogni Sacra Rappresentazione è sempre stata diversa dalle altre perché ogni volta leggevamo la Passione attraverso gli occhi di un personaggio diverso: Pilato, Giuda e via via molti altri per analizzare, in ogni occasione, come ognuno di loro hanno visto e vissuto i momenti drammatici, ma intensi di spiritualità, della Passione di Cristo”.
Le chiedo di tornare indietro nel tempo. Cosa ricorda dei suoi primi giorni in seminario e quali furono le sue sensazioni una volta entrato in quella comunità di Policastro e poi in quella di Salerno che dopo qualche anno l’hanno portata alla soglia dell’altare?

“Sono tante le cose che ritornano alla mente, poterle rivivere una per una non è facile. Sono state cose che mi hanno colpito, entusiasmato e dato forza e tutte hanno avuto un ruolo e un loro spazio nella mia vita. Sono entrato in seminario a 11 anni, finito le scuole elementari, dovevo andare alla scuola media. Ero nella prima adolescenza e questo distacco da casa per entrare in Seminario mi ha fatto soffrire ma mi ha aiutato a crescere e diventare una persona autonoma, nonostante sia rimasto sempre molto legato alla mia famiglia”.
Nel suo percorso formativo e poi sacerdotale ha conosciuto due Vescovi che la Chiesa sta portando alla gloria degli altari; Il suo rapporto quasi fraterno è stato con Mons. Vincenzo Cozzi. Lei lo ha conosciuto come parroco di Lagonegro quando era il suo vice Parroco. Alla sua nomina a Vescovo lei divenne Parroco di Latronico e successivamente di Trecchina. Nel frattempo Mons. Cozzi ha svolto il suo mandato da Vescovo nella Diocesi di Melfi. Una volta in pensione ha voluto fermamente stabilirsi a Trecchina per ricreare nuovamente con Lei quella comunione che già a Lagonegro vi aveva visto protagonisti. Mons. Cozzi è da molti considerato un “Grande della Chiesa”, sono molteplici ed importanti i suoi discorsi, i suoi messaggi, le sue omelie. Sicuramente per Lei è stato più che un superiore un confratello, un amico. Cosa può raccontarci di Mons. Cozzi e quanto è stato guida nel suo percorso sacerdotale?
“Si, è stato la guida e il sostegno per il mio sacerdozio, da quando l’ho conosciuto ci siamo legati fortemente e siamo stati sempre uniti. Mi è piaciuto sempre molto il suo modo di fare il prete e, successivamente, il Vescovo. Aveva un rapporto speciale con la gente, era legato a loro e lo consideravano come uno di loro, come una persona di casa. Questo mi ha colpito molto come sacerdote”.
Un’ultima domanda, lei è stato Parroco di Trecchina per circa 30 anni. Qual è il suo augurio per tutta la comunità e soprattutto per i giovani trecchinesi?

“Ci sarebbe tanto da dire su questo. Dico sempre che gli anni più belli della mia vita sono stati quelli di Latronico perché mi hanno formato ed insegnato a fare il parroco. Stare a Trecchina, però, mi ha dato la possibilità di avere due realtà dentro: il fatto di essere anche io trecchinese e il fatto di educare questo popolo ai valori del Vangelo. Avevo quindi queste due dinamiche che si univano ed erano dentro di me. Non nascondo che è stato un lavoro molto bello quello di educare il popolo di Trecchina ai valori della fede e di stare vicino ai parrocchiani facendo loro capire l’importanza di essere cristiani e di essere legati alla fede. Queste sono state le cose che mi hanno aiutato e consentito di vivere momenti belli. L’augurio è quello di rimanere fermi nei valori che Dio ci ha dato, come quelli del Vangelo e la cosa importante è la famigliarità ovvero essere famiglia nella comunità, è un aspetto che si va perdendo nel tempo quindi è importante costruire famiglie”.
Grazie Don Guido per essere stato “Pastore tra le genti” di questi piccoli Comuni del Sud, per essere stato sempre vicino al popolo e per aver saputo parlare a tanti giovani che, generazione dopo generazione, sono cresciuti seguendo i valori del Vangelo.
Grazie.