DUE NOTE SULL’EMILIA

0

Marco Di Geronimo

Il centrosinistra ha vinto le elezioni in Emilia-Romagna: una vittoria agrodolce, che ferma la scia di conquiste del centrodestra ma non segna un grande successo per i progressisti. Le chiavi della vittoria dipendono dalle peculiarità della Regione, certamente, ma anche da due dati estremamente nazionali: l’autodistruzione del M5s, da una parte, e l’egemonia del PD sugli alleati, dall’altra.

L’Emilia-Romagna è la Regione più rossa d’Italia. Governata ininterrottamente da Giunte regionali socialcomuniste prima e di centrosinistra poi, fino a qualche anno fa le vittorie rosse sfondavano quota 60%. Quest’anno la vittoria di Stefano Bonaccini dipende in larga parte dalla buona affluenza, in netta ripresa rispetto alle scorse regionali (in cui votarono pochissimi elettori).

Il centrosinistra aveva dalla sua parecchie carte nel proprio arco. Anzitutto, una buona esperienza di governo che sgonfiava il conflitto sociale e la voglia di cambiamento. In secondo luogo, una forte tradizione progressista, che tradotta in concreto significa macchine elettorali ben collaudate e capillari su tutto il territorio (un vantaggio competitivo immenso rispetto al centrodestra liquido e poco pratico delle pianure emiliane). Last but not least, una bipolarizzazione tale da spaventare gli elettori più vicini al centrosinistra e da spingerli a recarsi ai seggi e votare Bonaccini.

L’autodistruzione del Movimento 5 stelle comincia da lontano e si realizza in Emilia-Romagna essenzialmente per ragioni politiche nazionali. I ‘gialli’ si erano insediati per lo più come partito del Sud e non hanno mai saputo costruire una struttura organizzativa nei territori: già questo bastava a inclinare in salita il percorso elettorale emiliano-romagnolo. Addirittura il partito locale non doveva essere pronto, visto che fino all’ultimo Di Maio ha tentato di risparmiarsi questo “giro”, optando per non presentarsi alle urne. E invece Rousseau ha costretto i pentastellati a incassare uno dei peggiori risultati che abbiano mai mietuto negli ultimi anni.

Se a inizio 2018 il partito di Grillo sembrava in grado perfino di aggiudicarsi il Molise e chissà quante altre Regioni, adesso la forza elettorale dei 5Stelle sembra evaporata. Il grande cambiamento nelle sale del potere è assente, le poche misure approvate sono vendute molto male dai vertici e dai deputati, e gli elettori sono disillusi e delusi da un Movimento in cui credevano tanto. Al punto che ora il bacino elettorale sembra rassegnato al posizionamento politico a sinistra (con anni e anni  di ritardo, si potrebbe dire), almeno guardando ai dati sul voto disgiunto.

Ma Bonaccini non ha vinto soltanto grazie ai voti in uscita dei pentastellati (e degli altri candidati minori). La chiave del suo successo è stata la regionalizzazione del voto che è riuscito a imporre con una campagna elettorale serrata e con la quale ha impedito a Salvini di sferrare un colpo decisivo. Con quest’arma in canna, il Governatore emiliano è riuscito a portare alle urne migliaia e migliaia di corregionali, spaventati dalla piega salviniana che stavano prendendo gli ultimi giorni.

Infatti nel corso dell’ultima settimana parecchi sondaggi hanno registrato un’avanzata del centrodestra: tendenza poi sconfessata dalle urne, ma forse solo grazie a un cospicuo lavoro di mobilitazione perfezionatosi nelle ultime ore di campagna elettorale.

Un dato importante che viene da questa elezione è l’assoluta preminenza del PD all’interno del centrosinistra, che si dimostra un elefante a confronto dei propri alleati. Al netto della concorrenza della lista Bonaccini Presidente, il partito del Nazareno ha incassato un 35% che impallidisce, certo, di fronte ai risultati plebiscitari del passato… ma che è dieci volte superiore al (buon) 3.5% della seconda lista politica della coalizione, Emilia-Romagna Coraggiosa, consorzio delle sinistre.

In altri termini, le elezioni di Bologna e compagnia ci confermano che il campo del centrosinistra andrà riorganizzato radicalmente. Se il M5s è destinato a smottare a sinistra, il PD deve accorgersi che i suoi risultati elettorali derivano soprattutto dal fatto che gli elettori più radicali sono orfani di partiti all’altezza. Ma questi elettori non danno deleghe in bianco: urge una vera e propria rivoluzione politica e programmatica. Altrimenti (anche) questi voti evaporeranno come neve al sole

Condividi

Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

Lascia un Commento