E IL CONSUMISMO?

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Marco Di Geronimo

Perché nessuno pensa al consumismo? In passato si dedicavano molte riflessioni a quanto la gente compra e getta. Oggi no. Nemmeno il movimento ecologista lo riporta alla ribalta. Ed è un grave errore.

La deprecabile tendenza a consumare e sprecare sempre di più era un tema politico scottante dell’ultimo mezzo secolo. Vi dedicarono pagine importanti intellettuali di primo calibro (tra i quali Pasolini).

Una domanda di mercato insaziabile era una condizione indispensabile per alimentare il capitalismo occidentale (e in particolare per sfamare un insaziabile desiderio di profitti). Ma i suoi insostenibili effetti sono sempre stati evidenti.

Al punto che la critica al consumismo è sempre stata una valida alternativa (comunicativa o anche filosofico-politica) a quella al capitalismo. Spesso i partiti socialdemocratici e quelli ambientalisti ne hanno fatto un cavallo di battaglia. Specie all’indomani delle gravi crisi economiche degli anni Settanta.

Il consumismo spreca risorse e beni, obbliga la produzione a minimizzare i costi economici (perciò il costo del lavoro e quello del materiale). In altri termini, a risparmiare e sulle tutele dei lavoratori (sia salario sia ferie, tutele, protezioni, etc) e sulla protezione ambientale (da qui liquami, inquinamento, etc).

Eppure oggi, dopo la Grande Recessione e la crisi dell’euro e del debito pubblico, critiche al consumismo se ne sentono ben poche.

A influire probabilmente è stata proprio la crisi: la maggior presa sociale e culturale di questa critica si registra se le masse si accorgono dell’enorme quantità di ricchezza inutile che viene sprecata o immessa sul mercato. La festa del Natale snaturata dai regali fa pensare solo se ci sono soldi per i regali.

Ma i soldi per finanziare Babbo Natale, ahimè, sono sempre di meno. L’anticonsumismo censura quei piccoli desideri che il consumismo crea nell’individuo: quella fame di inutilità che si sfama coi soldi, quell’idea che i bisogni esistenziali si possono curare con impacchi di verde dollaro. Poi il verde dollaro passa nel portafoglio del padrone, e all’operaio resta una tazza cambiacolore inutile e lo stesso magone in cuore: è in momenti come questi che la critica al consumismo ha presa sulla gente.

Ma se i soldi scarseggiano e c’è difficoltà a unire il pranzo con la cena, c’è poco da essere anticonsumisti. Tutta la società si rifugia nei piccoli sono che nevroticamente ciascuno fa a se stesso e agli altri nella quotidianità (Natale è tutti i giorni sotto il simbolo del dollaro).

E se non è detto che le proprietà curative di un acquisto insensato aumentano, certo aumentano le sofferenze di chi non può più “portare la famiglia in pizzeria al sabato” o “comprare la PlayStation al figlio” o “pagare ai ragazzi la gita scolastica”.

Non si può essere contro il consumismo quando la crescita è a zero: ogni decimale di PIL in più sembra una goccia d’ossigeno alle masse con l’acqua alla gola. La critica della teoria sulla crescita infinita ha scarso impatto.

Quella contro i giganti della Terra impegnati solo a perseguire il loro interesse, invece, sì. Non a caso in periodi di questo tipo il voto di protesta aumenta molto e il risentimento sociale diventa un’onda da cavalcare in ogni occasione politica. Nascono e si moltiplicano movimenti nazionalisti a destra e più marcatamente anticapitalisti a sinistra. Di riflesso si attrezzano i cosmopoliti al centro. Il conflitto si radicalizza e il dibattito s’infiamma: non è un caso che il movimento Fridays For Futures si polarizza attorno allo slogan HOW DARE YOU (COME OSATE) urlato da Greta Thunberg alle Nazioni Unite.

Il movimento ecologista di oggi rischia di essere un guscio vuoto. Il primo vero e proprio movimento internazionale (forse più propriamente europeo) di lotta politica non ha rivendicazioni politiche.

«How dare you», ma di far cosa? D’essere consumisti: ma i partiti del centrosinistra europeo non sono capaci di raccogliere la sfida lanciata dai ragazzi di FFF e darle forma politica. Che significa tradurre la domanda di politiche ambientali in un’offerta di politiche economiche autenticamente progressiste e sostenibili: cioè di ricette economiche che mettano assieme la tutela dei posti di lavoro e dell’ecologia, e denuncino la bugia dello scambio tra tutela del lavoro e tutela dell’ambiente.

Non possono farlo i partiti di centro, innamorati di quel neoliberismo ancella del consumismo (per consumare sempre di più servono meno regole, meno controlli, meno interventi: bisogna essere liberi di produrre all’infinito). Non possono farlo i partiti di centrodestra, alfieri di quel pensiero, degli attuali rapporti di forza economici e del mondo imprenditoriale ostinato a non abbassare la quota profitti sul PIL. Né tantomeno possono farlo i partiti di destra, nazionalisti di fronte a un fenomeno che necessita di un governo globale o perlomeno europeo.

Spetta al socialismo europeo trovare le parole giuste per convertire le masse alla lotta contro lo status quo. E se i partiti della sinistra europea non hanno gli strumenti né logistici né culturali per la sfida, forse quelli del centrosinistra stanno metabolizzando il senso storico della sfida.

È molto chiaro che bisogna chiedere alla governance europea di archiviare la stagione dell’austerità e tornare a politiche socialdemocratiche. Le recenti dichiarazioni di Draghi («è indispensabile maggiore spesa pubblica») confermano che ai piani alti è sempre più evidente che si sta rompendo qualcosa.

Gli enormi sprechi del nostro apparato produttivo e consumistico vanno arginati. L’unico modo per farlo è un governo più razionale dell’economia: un governo più democratico dell’economia, che smorzi le ingiustizie e le disparità, e sacrifichi i profitti miliardari sull’altare del benessere di chi vorrebbe vivere su questo pianeta. Oggi e domani.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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