ECCO A CHE SERVIVA UNA LEGGE SUI PARTITI

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Se andremo a elezioni è perché non abbiamo una legge sui partiti. I gruppi parlamentari del PD sono in mano ai renziani. Che odiano il M5S. E questo costringe Zingaretti a chiedere il voto.

Questo succede quando in un Paese che si professa democratico le liste che rappresenteranno il popolo intero le sceglie un capo per partito. Così accadde con Renzi, che nel 2018 fece piazza pulita di molti. Tra cui alcuni franceschiniani (e non a caso Renzi ha perso il congresso di quest’anno… O chi per lui).

Appare sempre più evidente che bisogna costringere i corpi politici del Paese a strutturarsi seriamente. E a praticare democrazia interna. Il che implica: strutture territoriali, controlli sulle tessere, pubblici ufficiali alle assemblee di partito, votazioni su un dispositivo a ogni assemblea, meccanismi di designazione democratica interna dei candidati a tutti i livelli.

Ma non parlateci di primarie. Conte interne in cui le correnti si azzannano a vicenda, matrioske di elezioni in cui le minoranze sono costrette a trasformarsi in opposizioni: no, niente di tutto ciò rende un partito maturo. Ne è una dimostrazione l’esempio americano: ormai le primarie per le presidenziali sono affollatissime. Pletore di candidati che si azzannano a vicenda presentando programmi incompatibili tra loro.

Un partito deve invece impersonare una chiara opzione politica. Deve scrivere e aggiornare periodicamente un manifesto. Convocare annualmente una conferenza programmatica per aggiornare la sua piattaforma di proposte. Tenere congressi in cui si discute (e ci si scanna) su idee e prospettive, scollegati dalla distribuzione di incarichi interni.

A questi partiti, dotati di personalità giuridica, va consentita la partecipazione alle elezioni senza raccolte di firme e senza compravendita di simboli. E anzi andrebbe firmata anche una bella moratoria su tutti i simboli della Prima Repubblica e su quelli dei partiti che si sciolgono. Non farebbe male anche una disciplina sulle scissioni, le fusioni, gli scioglimento e le confluenze. E norme di coordinamento per (eccezionali) cartelli elettorali (da consentire prevalentemente su sola base locale o tra partiti molto, molto piccoli, incentivandone il proseguio con norme di carattere amministrativo e politico, e non finanziario).

I partiti sono comunità politiche e non comitatoni elettorali. Vanno coltivati e al loro interno deve praticarsi una democrazia sostanziale, rispettosa delle identità interne e capace di sintetizzare la diversità di vedute in unità di azione. Detto in parole semplici: rispetto per tutti e lavoro di squadra. Altrimenti non se ne esce.

E la politica nazionale rimarrà ostaggio di una élite romana sempre più schizofrenica e legata agli umori dell’unico partito che è rimasto al Paese: Confindustria. Ma bisogna capire che repubblica e democrazia sono cose diverse. Il sistema repubblicano legittima un’élite a governare attraverso libere elezioni. Ma per vivere in democrazia serve riempire questo meccanismo di partecipazione popolare. E solo i partiti possono organizzare frazioni di popolo abbastanza consistenti da coinvolgere la società nel governo della cosa pubblica. Attraendo le menti migliori verso le istituzioni e il bene comune (anziché respingendole). Altro che patentino di voto: ridateci la politica, ridateci la democrazia, e ci immetteremo sul binario giusto.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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