C’è chi ricorda in questi giorni le parole che Letta aveva pronunciato non appena chiamato da Parigi a salvare il Pd dopo la sua precipitosa discesa al 18 ,7 per cento alla Camera e al 19 e rotti al Senato:“non sono tornato per farvi perdere”. E sembrava potercela fare, con la costruzione di un rapporto con i cinquestelle di Conte, come prima pietra di un argine alla Destra italiana, da lui considerata inaffidabile e pericolosa. Poi ,negli ultimi due mesi, Letta ha perso letteralmente la testa, inanellando errori su errori che lo hanno fatto vedere per quello che è : un amministratore di partito senza visione politica, privo di quella freddezza necessaria per governare gli eventi in funzione di un risultato atteso, senza farsi condizionare dalle drammatizzazioni della stampa e dall’opinione pubblica. Così che ha rotto quel patto con Conte, responsabile della caduta di Draghi, proprio mentre dall’altro lato nello spazio di un mattino Berlusconi e Salvini , corresponsabili insieme a Conte di aver silurato l’esperienza Draghi, si sono cinicamente autoassolti a vicenda , con la comprensione materna della Meloni, che di Draghi è stata sempre oppositrice. Non ci fu allora nel partito dem chi, pur mugugnando per questa gesto insensato, ha provato a dissentire apertamente da quella scelta, mentre a sinistra del Pd, da Bersani a Fratoianni non hanno nascosto l’insensatezza di quella rottura. Oggi si vedono i frutti di questa serie di errori: i cinque stelle di Conte vanno col vento in poppa, dispiegando le vele dei temi cari alla sinistra e ripudiati dal Pd di governo: salario minimo, reddito di cittadinanza, sud ,occupazione e ambiente. IL Pd invece è inchiodato , a livello nazionale,sul 21 per cento e non trova argomenti per salire nei sondaggi, mentre la sinistra riformista e ambientalista sta crescendo in maniera evidente , al contrario del cosidetto terzo polo, che terzo non è, e che,dopo aver fatto vedere potenzialità inesistenti, si deve accontentare di un 6 per cento. Se poi guardiamo alla Basilicata ,il partito di Letta è riuscito a sommare l’insipienza della nuova segreteria regionale con decisioni romane cervellotiche, frutto di giochi di potere e di antichi rancori non sepolti: hanno bocciato due volte la candidatura dell’esponente lucano più forte elettoralmente, dandogli senza volerlo la conveniente patente di martire, e indebolendo ,con innesti nazionali ,le potenzialità elettorali del Pd, al punto che oggi quello che doveva essere una discesa senza affanni con la prevista accoppiata De Filippo-Pittella, si è trasrformata, per il pd, in una corsa in salita e col fiatone in cerca di un risultato che non gli faccia perdere la faccia . Sia come sia, il dopo elezioni già parte con uno scenario diverso e con un copione scritto in questi giorni: un forte raggruppamento a sinistra del Pd , formato da Cinquestelle , riformisti e socialisti ( il segretario socialista Valvano è stato esplicito al riguardo, ma anche i verdi di Mussuto e la sinistra italiana non fanno mistero di questa propensione al dialogo con il partito di Conte) e un raggruppamento di centro che, forte dei consensi aggiunti da Pittella, parte con la riserva mentale di combattere il Pd sempre ed ovunque, fino a dialogare con il Diavolo pur di ricercare alleanze contro. Le elezioni lucane sono chiamate a dire se, stretto in questa morsa, il Pd sarà capace di non assottigliarsi visibilmente e di presentare un risultato appena decente. Se ciò non dovesse accadere, la prima testa a cadere sarà quella del neo segretario La Regina, correo di strategie ad exludendum che hanno provocato lo smottamento del partito. E forse, per ritrovare un centrosinistra di nuovo unito, o meglio per creare le condizioni per una coalizione di centrosinistra unita alle ormai prossime regionali, non basterà il taglio di una sola testa a Potenza come a Roma. Rocco Rosa