ERA LA STAGIONE DEL TEATRO

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LUCIO TUFANO

Nel 1896 il Carnevale dai baffi finti e dai tubi inverosimili passa per le vie a gruppi euforici.

Turbe di ragazzi contadini girano per i vicoli e bussano alle case, vociando la dispettosa cantilena: Tuppe, Tuppe, Tuppe, viegne da Pistizzi, avezete patrò e dagne la sausizza, e sinùn m’la vuoi rà ca ti puozza strafuà.

Nel 1897, nel mese di marzo, il sindaco Martorano invita il ministro Branca per un discorso elettorale a Potenza. Tutti finiscono al Teatro Stabile per un pranzo di gala[1].

Per evitare favoritismi, il pubblico viene informato sulla quota del biglietto fissata per ciascun partecipante al banchetto. Sono invitati tutti i sindaci del collegio di Potenza e si solleva il piano della platea fino all’altezza del palcoscenico con apposite e solide impalcature di legno. La tavola in platea è di centotrenta posti. La tavola d’onore invece è imbandita sul palcoscenico chiuso tra artistiche scene rappresentanti la reggia.

In tal modo gli ospiti saranno ben esposti allo sguardo di tutti. Attorno al palcoscenico, sul quale è stato installato un busto di Re Umberto sormontato dalla stella d’Italia, raggiante per le numerose lampadine elettriche, sono posti dei grossi palmizi e, davanti a ciascun pilastro di separazione dei palchi, grandi piante con foglie permanenti.

Trofei di bandiere e festoni di edera frastagliati da fiori freschi decorano il vestibolo.

La gran sala è tutta illuminata elettricamente, con l’accensione completa delle lampadine come nelle serate di gala mentre due grosse lampade ad arco di 2.400 candele sono situate, la prima al centro della platea, la seconda nel mezzo del plafond, sulla parte del palcoscenico ove è stata collocata la tavola d’onore.

Grandi caloriferi a combustione continua e regolabile, forniti dal sig. Bruzzeches, sono accesi con qualche giorno di anticipo per riscaldare sufficientemente l’ambiente. In un angolino è sistemata la musica dell’81° Reggimento in modo da non dare molestia e perché allieti i convitati.

I primi palchi fungono da guardaroba, mentre gli altri e il loggione sono invasi dal pubblico. Naturalmente, acchè nel teatro non penetrino ragazzi di strada, operai o gente vagabonda e di malaffare, gli ingressi sono attentamente vigilati dalle guardie.

Per evitare possibili malumori il Comitato fa in modo che i possessori di tessere occupino i posti a loro piacimento, mentre quelli alla tavola d’onore sono assegnati a seconda del grado e del lignaggio.

A questa siedono le autorità di governo, militari e personaggi politici di primo piano, all’altra tutti i personaggi di minor rilievo.

Il pranzo viene servito inappuntabilmente dal ristorante “Lombardo” gestito dal sig. Giovanni Boccia, proprietario. I signori Matturro, Pellegrini ed Albanese hanno l’incarico di cavalieri di sala affinché tutto si svolga nel migliore dei modi e per dirigere le portate:

 

Huitres

Consommè Rojal

Petits pdtes à la finanziere

Poisson sauce maionnaise

Longe de veau à la Perigord

Filets de volatils a la Supreme

Asperges au beurre noir

Ruoti de chasse melè

Salade

Bave – Roj au cocolat

Desserts

 

VINS

Capri blanc – Ruoti

Bordeaux

Champagne prenièr (carte bIanche)

Café – Liqueurs

 

“A metà del banchetto, mentre l’accesso del pubblico non è stato ancora permesso appaiono lietamente affacciate a tutti i palchi di seconda e terza fila eleganti signore e signorine, venute ad ammirare il colpo d’occhio della scena”.

Fiori sulle tavole e fiori dai palchi, una pioggia di fiori. I bocconi del ministro vengono segnalati con fragorosi battimani sì da stabilire una strana cadenza facilmente controllata ed alla quale si sottraggono i commensali della tavola inferiore. Per questi è più facile rimanere autonomi dalla fastidiosa metrica.

Nel 1898 un notissimo ristoratore, Luigi Ferrara, proprietario del “Ristorante Lucano” rinnova l’esercizio ed inaugura nel mese di giugno il nuovo locale invitando tutte le autorità ed il prefetto Virginio Rambelli. La sala grande con il pavimento a parquet ed il soffitto affrescato dai pittori Nestore Verzichelli ed Alfredo Sadoletti, alle pareti specchi grandi con cornici dorate. Le suppellettili interamente rinnovate. Grande quantità di dolciumi, di vini e liquori, al suono di un’orchestra composta da elementi locali. Si è trattato di un importante esercizio di ristorazione per quei tempi. Nel novecento esso si denomina “Salone Lucano” ed è dotato – così come ne parla la pubblicità – di elegantissimo servizio di caffè, liquori, pasticceria, bene organizzato, pranzi e ore liete per i convegni di amici.

Nel 1902, con la venuta del Presidente del Consiglio dei Ministri, si organizza un lungo ed importante pranzo al Teatro Stabile (dopo quello descritto dall’Agenzia Stefani in Casa Lacava a Corleto Perticara). Il treno speciale giunge il 29 settembre del 1902. La città è animatissima e tutta imbandierata con i balconi gremiti di gente. La via della stazione Superiore e il piazzale brulicano di popolo festante. Ai suoi lati vi sono piante e fiori. Frequenti sono gli urrà della folla ed i pezzi musicali della marcia reale. È tanta la folla che, anche se col tempo piovoso, Zanardelli preferisce la carrozza aperta per le migliaia di voci che lo salutano e per la pioggia di fiori che viene dai balconi.

Alle otto di sera, ha luogo, con centocinquanta coperti, il pranzo al Teatro Stabile, splendidamente decorato con rami di palma, altri fiori e bandiere. All’ingresso, sui parapetti dei palchi e sul palcoscenico si alternano gli stemmi delle province di Potenza e di Brescia.

Sul palcoscenico è stata posta la tavola d’onore e tre altre tavole, come è nella consuetudine, sono collocate nella platea il cui piano è stato elevato, quasi alla stessa altezza, dai fratelli Laurita. Sulle tavole si intrecciano rami di edera e garofani rossi.

La decorazione semplice ed elegante è eseguita dal noto artista Sadoletti sotto la guida dell’ingegner Ciranna e dell’avvocato Alfredo Rossi.

Magnifico l’impianto di illuminazione elettrica posto in atto dal bravo elettricista Aristide Cioffi.

Difatti fasci di luce bianchissima investono il teatro e, di fronte alla tavola d’onore, centinaia di piccole lampade formano la scritta: «Viva Zanardelli».

Giovanni Boccia, proprietario del Restaurant Lombardo, posto all’angolo di Via Pretoria con Piazza Prefettura, si occupa dello squisito menu. Le stoviglie di porcellana cinese, la cristalleria e la biancheria pregiata, fanno risaltare la splendida sala. Il vino di Ruoti, il più gustoso della collina potentina, riempie le bocce di cristallo sparse sulle tovaglie. Esso è molto richiesto nei banchetti della città ed occupa un posto eminente, con l’Aglianico del Vulture, subito dopo il Bordeaux e altri vini esteri. Durante il pranzo la musica dell’Ospizio Provinciale di Avigliano suona pezzi scelti[2].

È così che il novecento borghese si trascina nella piccola città di provincia con i pranzi a base di Huitres de Fusaro, brodi ristretti come i consommé Printemps, sughi di mitili come i Dentale sauce d’ecrevisse, le Frincadeau de veau à la Bourguignonne, gli asperges (asparagi) “serviti in piatto berceau de saxe di ceramica. Il fagiano è un faisan su di un canapé di tartufi. L’insalata romana è indicata come salade coeur de Romaille. Il gelato è corbeille de glas à la S. Vincent. Finanche i vini si trasformano – scrive ancora Carlo Rutigliano[3] in Pietragalla blanc, Ruoti, Rionero vieux. Si finisce con lo champagne. La cronaca non dice se si tratti di spumante del Vulture”.

Il tenore dei banchetti è ispirato ad una etichetta piuttosto aristocratica, forse importata da altre città, per la celebrazione di anniversari o per la partenza e l’arrivo dei Prefetti. Potenza ebbe una vivace attività – scrive ancora Rutigliano – di pranzi e trattenimenti non solo su iniziativa delle famiglie bene, ma anche su iniziativa delle autorità, delle associazioni e dei gruppi politici. In casa del prefetto Quaranta per esempio il pranzo, allestito dal signor Giovanni Boccia, viene consumato su tavole jouchèes (ricoperte di fiori) e adorne di superbe rose Paul Neron e American Beauty, di splendidi garofani rossi Almonde e Loisette, di camelie, di mimose, di narcisi. (Cose del genere – aggiunge Rutigliano – si ripetono in tutte le famiglie ricche e nobili)[4].

Ed ancora “nei ristoranti della città la «noce alla giardiniera», gli «asparagi di Sassonia alla francese», le «beccacce e pollastrini allo spiedo», il «dolce gelato alla Portoghese», e tra i vini il Pietragalla Vecchio da pasto, il gran spumante Cinzano, e a richiesta, lo Champagne di marca, il Ruoti e il Capri blanc, caffè, Cognac e Strega”. In quegli anni non sono da meno, anzi vanno per la maggiore, il Circolo Lucano, che allora si chiama Casinò Lucano, con i suoi «aprés diners» e il Restaurant Regina d’Italia, tra le cui attività, vi sono le riunioni conviviali della Società della Temperanza[5], e manifestazioni ufficiali e private.

Potenza di allora è una cittadina isolata tra i monti, un po’ troppo moralista e con la “puzza al naso”, schizzinosa ed intollerante. Sono i tempi in cui gli stranieri vengono in Italia e gustano a Napoli i vermicelli con le vongole allo Scoglio di Friso, a Roma frequentano l’aliciaro a “San Carlo il corso” e gustano il brodetto di pesce al Pastarellaro o alla Rotonda, oppure a quello

 

[1] Una poetica per il Teatro Stabile – 1971 Lucio Tufano – Zafarone e Di Bello. Potenza.

[2] Una poetica per il Teatro Stabile – 1971 Lucio Tufano – Zafarone e Di Bello. Potenza.

[3]      Cento Cuntane – Carlo Rutigliano – D’Elia Editore S.p. A. – Potenza 1972.

[4]      Idem.

[5] Cento Cuntane – Rutigliano: Società di Temperanza, costituita da un folto gruppo di Potentini che avevano per motto la frase di San Matteo: «quando poi digiunate, non vogliate farvi malinconici, ma tu quando digiuni, profumati la testa e lavati la faccia, affinché il tuo digiuno non apparisca agli uomini, ma al tuo Padre Celeste, il quale sta nel segreto, ed il Padre tuo che vede il segreto, te ne ricompenserà». I suoi associati chiamavano le patate solanum tuberosum e le capre hiscus, snobbando i francesismi tanto elegantemente usati nei pranzi di società.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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