FEDERICO GAVIOLI, IMPETO E CHIRURGIA

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Marco Di Geronimo

Negli ultimi anni ho raccolto gli aneddoti della mia famiglia: è un lavoro faticoso ma divertente. Per anni ascolti racconti di cui ti sfuggono i personaggi. Fare il punto e avere il quadro chiaro, è una soddisfazione non da poco. Rocco Rosa lo scopre, mi manda un messaggio: voglio fare qualche ritratto di qualche mio antenato, di quelli che nella piccola Potenza sono stati ‘personaggi pubblici’? Gli dico di sì, poi lo faccio aspettare. È lo studio che mi frena. Ma poi si comincia. Dal più estroso di tutti: Federico Gavioli, mio bisnonno, chirurgo, letterato e politico.

Federico Gavioli nasce il 9 ottobre 1899. Ovviamente a Potenza. Una città piccolina, capoluogo di provincia (le Regioni non c’erano). Nasce in una famiglia fortunata: il padre è medico, il nonno è stato medico, il bisnonno pure, e così a salire. Il papà è quell’Orazio Gavioli a cui hanno intitolato una via. Medico chirurgo, si capisce, ma soprattutto botanico. Il botanico più importante della Basilicata e ancor oggi, per il cumulo di esplorazioni, punto di riferimento per la ricerca floristica nella nostra Regione.

Federico è il primo di tre figli. Lo seguono Michele e Ferdinando. Cresce accudito dalla mamma e dalla nonna paterna: Angiola Bonifacio e Filomena Addone. Non basta. Ci sono altri tre bambini in casa, i cuginetti Runcini, con mamma e papà al seguito (zia Bettina e zio Romolo). La meningite si porta via il fratellino più piccolo nel 1911, la Grande Guerra l’adorato zio Romolo nel 1915. Dopo un’infanzia nel grande giardino di Villa Gavioli, e una breve esperienza nell’Ufficio notizie per le famiglie dei militari, nel ’17 finisce sul Carso. Come tanti suoi coetanei: sono i ragazzi del ’99.

La Prima guerra finisce, Fifì torna a casa (così ha preso a chiamarlo sua zia Bettina). Per poco. Come tanti reduci, anche lui subisce il fascino di Gabriele D’Annunzio. Anche lui ne ha seguito le imprese aereonautiche. Giacché è istruito, legge le sue poesie e ne condivide la poetica. In poche parole, la Prima guerra è finita nel 1918, ma nel 1919 Fifì è di nuovo in armi, alla volta di Fiume. E qui, l’elemento curioso: nell’archivio del Vittoriale, il suo nome non c’è. Eppure tutti sanno che è andato a Fiume. Lui lo dice, lo scrive. I contemporanei lo confermano. C’è anche una dedica di D’Annunzio in casa. Perché manca il suo nome nell’archivio? Eppure, a guardar bene, c’è qualcosa. C’è un Bruno Boscolo, nato a Roma. La dedica autografa, non è un caso, è dedicata a tale Boscolo. E a Roma, travestito da prete, Luigi Luccioni riporta che Fifì Gavioli ci andava spesso, in treno, come agente di collegamento tra Fiume e la capitale italiana.

Fermenti fiumani a parte, Gavioli studia Medicina e chirurgia a Napoli. Si laurea, col massimo dei voti. Comincia a impratichirsi in alcune cliniche universitarie napoletane e poi, all’improvviso, si lancia: nel 1925 è a Monaco di Baviera, alla corte scientifica di Ferdinand Sauerbruch, dove perfeziona gli studi medici. Sempre all’improvviso, ripiega su Potenza, dove si libera un posto in Ospedale. Don Fifì è prima volontario, poi chirurgo, poi presto primario e infine direttore sanitario. E sotto la sua direzione, il San Carlo cambia faccia: si dota di macchinari all’avanguardia, che fanno finalmente onore a una classe di medici di grande levatura scientifica.

Ma don Fifì è un tipo estroso, bollentissimo. Legge qualunque cosa, di ogni campo: spazia dall’astronomia all’esoterismo, dal marxismo al naturalismo francese. In casa sua organizza salotti e discussioni, avvia una filodrammatica (che avrà vita breve). Oratore brillante e richiesto in tutti i salotti, fascinoso, ma anche molto vivo: ricorda Falciano le riunioni poetiche che evolvevano presto in mangiate, divertimenti, chiasso in campagna. Un pendolo incessante tra cultura e divertimento, ma rigidissimo quando si tratta di convinzioni personali.

Gavioli s’interessa moltissimo di politica. Ma le posizioni che prende sono, quasi sempre, contro i suoi interessi. Le prende perché ci arriva dopo lunghissime letture, riflessioni incessanti mentre fa il suo lavoro di medico (che lo stimola di continuo a interrogarsi sull’esistente), e le difende con tale clamore nei suoi discorsi che chi non lo conosce (e non conosce i suoi scatti esplosivi) non tarda a offendersi. Gavioli è stato a Fiume, «e così fu nazionalista» disse Salvatore Vicario. L’adesione al primo fascismo, per don Fifì, fu convinta, anche se significava una frizione profonda col padre Orazio, «socialista sincero» come ricorda Matassini, e dal figlio amatissimo. Ma anche la rottura col fascismo fu convinta, probabilmente molto netta, e ovviamente addirittura antecedente la guerra.

In pieni anni Trenta, quando a tutta evidenza gli conviene restare nel PNF (è direttore sanitario di un Ospedale provinciale, gli piove addosso il grado d’ufficiale della Corona d’Italia, ha ricoperto incarichi provinciali nel partito), ne esce. Ha ripreso a parlare con l’avvocato Salvatore, di Melfi, di «affari socialistici». Frequenta la libreria Marchesiello, che alcuni sostengono sia un covo di antifascisti, ma che perlomeno è «il luogo del dissenso». La risposta del regime non si fa attendere. Cominciano gli screzi in Ospedale. Gli sospendono il grado nella Milizia. E, come si ricorda spesso in famiglia, quando si tengono eventi pubblici in città, lui resta alla Villa, sotto sorveglianza.

Per conseguire la libera docenza, durante la Seconda guerra mondiale presta servizio medico sul fronte libico. Un’esperienza terribile: mancano gli analgesici, l’anestesia, perfino molti farmaci. Più tardi dirà (anzi urlerà) a un amico del figlio che è stato lì che si è reso conto del prezzo più alto della guerra fascista. Quando torna a Potenza (è il 1943), deve anzitutto aiutare l’Ospedale a smaltire i feriti dei primi bombardamenti. È l’8 settembre: Badoglio annuncia l’armistizio, i tedeschi diventano nemici all’improvviso, e gli angloamericani bombardano il Paese per interrompere le linee di collegamento e ostacolare la fuga delle truppe naziste. Dopo una giornata tremenda, arriva una botta superiore: il 9 settembre è bombardato direttamente l’Ospedale. Quando la crisi si esaurisce, per don Fifì è il momento di impegnarsi a tempo pieno nella ricostruzione politica della città. Una fase turbolenta, che lo vede prima avvicinarsi al PCI… e sarebbe una buona idea, perché le frizioni con la dirigenza democristiana dell’Ospedale potrebbero arginarsi, se rientrasse in quota del principale partito dell’opposizione.

Ovviamente Gavioli non si iscrive al PCI, ma insiste, e con forza, per entrare nel PSI. Negli stessi frangenti si è dimesso dall’Ospedale ed è finito a Viggiano, a gestire la Clinica Nigro. Sono lunghi anni d’esilio, durante i quali accumula denaro ed energie per aprire, finalmente nel 1955, la sua Clinica Gavioli a Potenza. Rientra nella sua città, dove adesso ha solo la moglie e i figli. Comincia un periodo di superlavoro per lanciare la Clinica. Un anno e mezzo dopo l’apertura muore, stroncato da un infarto. Nel mezzo ci ha messo una sezione socialista, di cui pagava l’affitto; una candidatura alle politiche del ’53, finita in un buco nell’acqua; l’elezione al Consiglio comunale della città, un seggio che anche il padre aveva ricoperto.

Oggi di Gavioli la città conserva ancora le poesie e i racconti. I Petali del Loto, forse la raccolta più riuscita, l’opera d’esordio del 1929. Un insieme di quadretti impressionistici sulla dinamicità della vita e sullo strazio dell’animo, incapaci di sostenere un sistema poetico-filosofico (petali e non fiori interi), ma comunque utili a suggerire lo straniamento, la malinconia di vivere che scuote don Fifìloto, appunto, la pianta che ha scelto). Ma non è solo malinconia che pervade i suoi scritti: la malinconia, più o meno romantica, è semmai il prodotto di un fermento molto più profondo, che lo scuote e lo investe da tempo. I colori dell’Ansia è una raccolta di racconti (è del 1934), immaginifici, trasfigurazioni di episodi realmente vissuti o soltanto immaginati, testimonianze di scossoni, di turbamenti che ne hanno cambiato l’animo. Un decennio di fatiche, ma anche di atroci sofferenze (nel 1932 perde la neonata primogenita, Bianca Maria, per enterocolite) culmina in L’anima del liuto. Sono ancora liriche, stavolta rassegnate, quasi dolorose (l’occhio malaccorto di qualche critico le definisce montaliane: ma tra il male di vivere e il dinamismo di Gavioli c’è un oceano). Poi molti inediti, che si spera di riuscire a pubblicare.

Sono tutte pagine di un uomo che non solo è stato complesso, ma anche molto complicato, difficile da interpretare, sentimentalissimo e quindi esplosivo sia negli slanci d’affetto che in quelli d’ira. Quando muore, tutta Potenza piange. Galasso riporta d’aver sentito una contadina disperarsi: «È morto l’uomo più buono del mondo». La moglie chiama per prenotare la Chiesa, ma Gavioli, al solito, era ateo nella città del vescovo. Niente funerale religioso, per il dolore della moglie: soltanto le condoglianze al gelo di gennaio, dopo un corteo in via Pretoria. Ma a metà percorso esce monsignor d’Elia dalla Trinità: ferma la bara e la benedice. «Sentivo di doverlo fare» dice ai parenti. La vita di Gavioli si chiude come s’è vissuta: con un gesto sentimentale, incurante delle convenzioni e delle congiunture.

Bibliografia. Galasso, Federico Gavioli e Consuelo Luccioni. Cittadini illustri, chirurghi e docenti emeriti, Potenza, 1961. Galasso, Potenza nei ricordi e nelle immagini, Salerno, 1984. Luccioni, Diario di un medico condotto nella Lucania anni Venti, Ercolano, 1991. Marsico, L’Ospedale San Carlo nella storia di ieri e di oggi, Potenza, 1957. Salinardi, All’ombra della mia bandiera, Venosa, 1989. Le letture sono servite a vagliare, perfezionare e convalidare l’aneddotica familiare.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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