Ferdinando Petruccelli della Gattina e “LA RIVOLUZIONE DI NAPOLI NEL 1848”

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 di Antonio Lotierzo

Luigi Parente, nel 1991, ha curato, con un’introduzione ricca di puntualità storiografica, una ristampa del libro di ‘ricordi’ di Ferdinando Petruccelli presso l’editore Osanna di Venosa, inquadrandola con riferimenti opportuni alla storia del Risorgimento. Il volume è, forse, un libro triplice, in quanto induce a discutere di Petruccelli della Gattina ma richiama anche sia Francesco Torraca e sia la sistemazione critica offerta da Luigi Parente. Francesco Torraca, raffinato critico letterario di Pietrapertosa, appartenente alla scuola storica, ebbe il merito di curare l’edizione del 1912 di questo libro sul Risorgimento che il moliternese, con studi adolescenziali nel seminario di Marsico, pubblicò, quasi un ‘instant book’, nel 1850, quando i risultati e le conclusioni del Risorgimento e la stessa formazione dello Stato unitario erano ben lontani dall’aver trovato una condivisa soluzione. Genialità storico-giornalistica del Petruccelli! Il Torraca ricorda che il Petruccelli non godette “fama di narratore esatto e di giudice spassionatoed equanime” eppure ciò che ci entusiasma e lo rende unico è proprio quel  carattere “ rude, violento,irruente” che si concretizza in apostrofi, imprecazioni,ingiurie e maledizioni. Proprio il Torraca, però,  ci conferma che le lodi che si possono fare a Petruccelli sono “ mi pare in tutto” meritate, consentendo il paragone e la fortuna critica con Vittorio Imbriani, risultando entrambi intellettuali passionali e lucidi, isolati e anticipatori, grandi lavoratori intellettuali e ferventi uomini d’azione. E sempre al Torraca dobbiamo i repertorio, l’elenco delle fonti a cui si ispirava Petruccelli. I suoi autori preferiti erano: Tacito, Machiavelli, Michelet, Redi, Lamartine, Hugo, Goethe  ma poi anche Proudhon e Siant-Just, Robespierre , Mazzini e gli ideologi francesi. E circa lo stile, il singolare linguaggio del Petruccelli, è ancora Torraca a notare come sia “singolare”, “stranamente mescolato di dialettismi arcaismi, barbarismi e neologismi che allora, nella Napoli del purismo di Basilio Puoti, risultavano frutto di una scelta opposta, anticlassicheggiante, aperta agli apporti giornalistici del momento. Per questo stile, che davvero è l’uomo,Petruccelli colpì anche il raffinato Salvatore Di Giacomo che lo definì “ uno dei più efficaci, originali, vibranti e sfolgoranti scrittori del tempo”. L’introduzione di Luigi Parente, densa di riferimenti e illuminante in più punti, fornisce al lettore una rete problematica, una griglia concettuale in cui inserire e valorizzare le pagine del Petruccelli. In quale corrente del liberalismo meridionale si inseriva Petruccelli, pur partecipe del ceto galantomistico per le ascendenze marsicovetresi? Parente lo colloca nella corrente del “ liberalismo radicale” che a potenza era rappresentata da due sacerdoti singolari: Emilio Maffei e Rocco Brienza, gruppo che adottava un programma democratico, ispirato in parte alle dottrine di Proudhon ed in parte a Garibaldi e Mazzini. Questa minoritaria corrente di sinistra si contrapponeva al più corposo gruppo del “ liberalismo moderato”, che trovò il suo capo in Vincenzo D’Errico che (qui a pag.137) Petruccelli definisce pesantemente “ un ribaldo”, un “uomo vassallo e claquer di tutti i poteri” che “ vendette la rivoluzione (del 1848) e la fece abortire”. Epperò bisogna riconoscere che l’intera Basilicata era una “ provincia torpida e infingarda”, con la popolazione quasi tutta indifferente alle tematiche del Risorgimento. Quale sia stata la vita in Basiicata a fine ‘700 e inizio ‘800 lo scrive bene Petruccelli quando descrive quattro figure emblematiche: a) le classi sociali; b) il prete; c) i funzionari; d) la donna. La Basilicata appariva divisa in quattro classi sociali: aristocrazia, borghesia, proletariato e plebe. L’aristocrazia era diventata “impotente” dopo i Napoleonidi, per cui nei paesi predominava e spadroneggiava un “aristocrazia di pervenuti (parvenus)” (come gli ex-erari, amministratori dei Pignatelli a Marsico-Moliterno) che è più trista, più avida ed accoppia all’istinto dell’usuraio le pretensioni e gli atteggiamenti esteriori del gran signore; aristocrazia torva e sospettosa ma che si comporta ancora secondo lo spagnolismo dell’esibizione. Analisi chiara e potente che sarà confermata da Michele G. Pasquarelli nella sua critica demologica del galantomismo (si veda “Cafoni e galantuomini di Basilicata” e l’intreccio con le vicendedel periodo giolittiano). La connessione successiva è con le pagine del “Cristo” di Carlo Levi. Coloro che contano nel paese sono i ceti proprietari della terra, la cui egemonia è totalizzante stante la mancanza di un forte commercio, di capitali mobili e vista l’assenza di ogni industria). Ogni iniziativa commerciale è affidata ai ‘ muli’, ai figli illegittimi, che tentano le commercializzazioni (i nostri ‘mastro don Gesualdo’, illuminati dal genio di G. Verga).  La ansiosa e occhiuta borghesia terriera (che guarda verso i comportamenti nobiliari, operando il proprio tradimento, scriveranno i francesi, anziché esperire stradi come quella inglese) è collegata col prete e con i pubblici funzionari ( del nuovo stato amministrativo, ‘la Comune’ introdotta dopo il 1806) formando insieme una classe di “tirannelli rimessi a nuovo”, che pensa solo a rincorrere il denaro, il piacere, il gioco e l’orgia. Siamo fra De Sade e F. De Roberto, è qui che si colloca Petruccelli. Sui preti, definiti una “setta immonda”, e ben da lui conosciuta ed osservata nell’evoluzione dall’antico regime alle incertezze ottocentesche, Petruccelli calca la mano; scrive che quando un padre sa che un suo figlio è brutto, stupido, ributtante di animo, allora lo fa diventare prete (della ricettizia, ma ormai avviata alla estinzione) per poi destinarlo alla sorveglianza dei campi e al maneggio dell’azienda domestica”. Come si legge, i preti della ricettizia non hanno nulla di spirituale e di elevazione cristiana verso la vita eterna e saranno travolti dalle funzioni civili dello Stato liberale, che pure, riducendoli drasticamente di numero, ne garantirà una nuova forma, con congrua e istruzione socializzante dei minori. Erede dell’illuminismo e della decristianizzazione della rivoluzione francese, Petruccelli rimprovera al prete la rinunzia alla ragione, l’asservimento della volontà al dogma e l’ossequio cieco servile e funzionale all’autorità pro-tempore. Nel seminario (come aveva sperimentato nella Civita di Marsico) il prete è educato all’odio per la libertà individuale, all’odio per la bellezza, alla odiata rinunzia dei piaceri e della gioia di vivere. E poiché per il prete la “vita è sventura, si studiano di renderla un supplizio ed un’infamia” anche per gli altri, che vengono traditi e consegnati ,allora, alla truce polizia borbonica. In questa analisi, Petruccelli troverà alleato anche Giacomo Racioppi, che pure è più moderato, storico equilibrato e cavouriano, ma che scrive pagine di fuoco contro l’idiozia dei Borboni.         

Ferdinando P.della Gattina

                                                               

 Ma la Basilicata e le province trovano un altro nemico d’ogni sviluppo negli impiegati statali. Con una lucida ferocia, che anticipa gli attacchi di Gaetano Salvemini alla piccola borghesia impiegatizia, Petruccelli attacca coloro che “ vivono sul budget”, sul bilancio comunale, ne coglie la caratteristica parassitaria e la rinunzia ad ogni riformismo delle funzioni  in senso civico. Gli impiegati non hanno né principi di fede politica né affezioni per un uomo o un’idea; rispettano solo chi comanda al momento; si inchinano a chi detiene il potere e odiano gli uomini onesti, quelli che non consentono loro di fare piccoli commerci con le loro cariche. In tutta questa negativa conflittualità sociale, brilla soltanto la donna. Petruccelli compie una esaltazione, romantica con punte di idealizzazione stilnovistica, della donna, in quanto essere che ci riconcilia con Dio. Le donne lucane sono interpretate come donne d’Oriente, per quel coagulo di ignoranza e di riservatezza, di superstizione magica e di gioia di vivere, di amore e di aspirazione alla libertà. La donna, presentata con la “sindrome di Ermengarda”, impone la sua anima nobile, anche se è relegata nelle trivialità domestiche o in una subordinazione servile. E’ la donna che spinge gli uomini verso l’ “Italia”, verso gli ideali del secolo: la libertà e la nazionalità. Nessun ruolo positivo Petruccelli assegna alla plebe ( ai braccianti ed ai contadini poveri), in quanto non costituiscono un popolo e risultano legati al re ( come testimoniò il sanfedismo del 1799) in quanto si comportano come una truppa reazionaria e cieca. Petruccelli sottolinea (p.164) la “miseria morale delbasso popolo”, abituato al furto, alla corruzione, vittima dell’ignoranza, privo di vera religione, grossolano e terribile,che avverte la propria degradazione fisica e morale e comprende che un abisso invalicabile lo separa dalla società civile.Petruccelli non accetta ‘lo stato dei proprietari’, la tesi di J. Locke e del liberalismo moderato che affidava   e restringeva il suffragio elettorale ai soli proprietari (escludendo i nove-decimi dell’elettorato, compresi gli intellettuali indigenti); sembra prefigurare un repubblicanesimo radicale che intendeva   estendere il suffragio a “tutto il popolo civile” e agli intellettuali (p.106), ma in questa posizione, forse d’ispirazione mazziniana, egli si evidenzia anche estraneo al socialismo  e tanto più a forme marxiste, in quanto non pone mai nella sua analisi come centrale la questione economico-sociale, né l’ascesa politica della plebe; né la questione demaniale né la radice economica che pure contribuì alle rivoluzioni europee del 1848.  Petruccelli si sofferma sul problema politico della libertà e dell’unità nazionale, che per lui rappresentano le due idee che  muovono la storia ( e in questa tesi si delinea un’affinità con l’hegelismo per questa entificazione ed ontologizzazione delle idee, per questo suo romanticismo idealistico). Se questa interpretazione è corretta, allora l’opera e le teorie politiche di Petruccelli vanno inscritte nella religione della libertà e mi sembra che dalla Rivoluzione francese egli accolga e rielabori la liberté ma tenga in minore conto o tralasci l’ égalité,  quell’aspirazione politica verso l’uguaglianza, che fu il tema caro al filone politico che derivò da J.J. Rousseau e poi K. Marx.  Come sottolineò Raffaele Ciasca, la scarsa arditezza del 1848 lucano fu dovuta alla preoccupazione  della borghesia rurale verso i moti sociali dei contadini, per cui l’esclusivismo di classe fece vacillare e accantonare ogni ideale patriottico. Il liberalismo politico venne abbandonato e distrutto dai motivi di interesse economico, in cui si racchiuse la debole borghesia meridionale, erede e connessa con lo sviluppo napoletano del ‘ceto civile’.  E quali possibili origini ha l’acceso anticlericalismo di Petruccelli, antesignano di un sentimento diffuso dopo il 1860, anche per l’intreccio fra positivismo scientifico e darwinismo sociale? Ritengo che Petruccelli credesse in Dio, nel Dio di Voltaire e di Newton, guida lontana del meccanicismo universale. Era un deista, perché per lui Dio è il garante dell’ordine dell’universo. Non sembra conoscere le ragioni etiche del Dio kantiano come sommo bene. Petruccelli è contro la Chiesa storica; contro il Papato come affermazione del potere temporale dei papi e che tanto ha condizionato negativamente la storia d’Italia; contro lo Stato di Roma come Mazzini; ama il cristianesimo primitivo perché basato sull’uguaglianza e su una istintività di coscienza. E’ contro i Papato come Dante, come Machiavelli, come Campanella, perché è un potere straniero in Italia, perché è ritenuto a causa di tutti i mali dell’Italia. E’ contro il Papato perché questi tergiversava e intendeva mantenere il potere feudale, perché la Chiesa ha scelto l’alleanza restaurativa del trono con l’altare, coinvolgendo fra l’altro anche i Borboni di Napoli in questa nefasta china anticostituzionale e antiborghese; perché la Chiesa si è fatta garante dell’ “immobilismo” italiano in politica e della fossilizzazione delle coscienze. Il 1848 intese colpire il papato nei suoi due princìpi: l’immobilismo e l’estraneità. Petruccelli vede nel Papato la negazione del progresso, la negazione della nazionalità, la negazione del suffragio universale. Perciò inneggia alla Repubblica romana mazziniana ed attacca Pio IX  in quanto rinnegatore delle minime riforme e necessarie, trascinatore dei Borboni nel baratro restaurativo e  avversario di quello ‘spirito borghese’, erede della spinta del 1789 e poi napoleonico che rinnovava  la storia d’Europa, con i valori universali, incarnati nei codici civile e commerciale. Dallo stallo e da questa contrapposizione scaturirà l’incameramento dei beni ecclesiastici e di quelle delle chiese ricettizie, fra il cui basso clero non mancavano, però, elementi antiborbonici.  Ma questo libro sul 1848 contiene altri spunti di riflessione. Soffermiamoci sul rapporto fra città e campagna, nesso così importante dal medioevo alla rivoluzione industriale. Scriveva il Petruccelli: per il contadino, “ la città, prodotto sociale (artificiale), è un’espiazione” Il contadino ama “ la terra feconda, il cielo aperto, lo spazio, l’aria, la luce, la manifestazione della natura libera”. Per il paesano, anche la sua casa e la casa cittadina è un dolore: essa testimonia l’ingiustizia fra gli uomini E poi cosa vi era di più squallido e triste della casa contadina lucana? Esse mancavano della stessa luce, che è patrimonio universale; prive di aria; soffocate dal fumo, inondate dalla pioggia. In città egli incontra figure sociali che odia: il creditore; l’esattore delle imposte; lo sbirro; il magistrato; il ricco; il prete che recita un culto per lui incomprensibile; le varie facce del governo e la plateale disuguaglianza con l’invidia delle ricchezze e l’esibizione del lusso e della voluttà. Contro tutto ciò, il contadino preferiva la vita dei campi, lo spazio, l’aria, la luce, l’acqua sorgiva, la sobrietà dei cibi, la voglia di bere vino. La città è lo spazio delle sproporzioni sociali, delle idee false, che lo stupiscono; luogo in cui si sente impacciato e goffo. E’ in città che la fame e la povertà gli si rivelano con il tratto  più evidente dell’oppressione sociale e delle carenze della politica. Per un altro secolo si dibatterà su simili questioni e divaricazioni! Petruccelli completa questo quadro con la teoria (romantica e positivistica) dell’ “indigenato” . Egli ritiene ( in corrispondenza con quegli archeologi che ricostruiscono tracce di una ‘ civiltà autoctona’ fiorita fra le genti lucane prima dei Greci e dei Sanniti, su cui si fonderebbe una ‘civiltà contadina’ ed una più labile ‘identità lucana’) che vi sia un popolo in Basilicata che è rimasto intatto ed integro con i suoi caratteri al di là di tutte le invasioni, dai bizantini agli spagnoli. Questa teoria dell’indigenato lucano rivela una specie di razzismo romantico, perché postula l’esistenza, indimostrata e antistorica, di un “ sostrato eterno ed inalterabile” (p.39) che fonderebbe  il carattere del popolo lucano, e questo sostrato sarebbe la sorgente del popolo, della sua libertà e nazionalità.(Questa ricerca affannosa delle radici, dell’ Ur, discusso nei tedeschi e smontato dall’antropologia, è tematica interessante per quanto erronea e mitologica).             

 Le pertinenti osservazioni di Luigi Parente si focalizzano su altri punti: la teoria politica di Petruccelli (il Parlamento con una sola Camera); la sua filosofia della storia; i limiti del suo radicalismo borghese. Porrei due domande: Petruccelli ha trovato una fortuna critica adeguata? Cosa può insegnarci Petruccelli? –Petruccelli resta il poligrafo ottocentesco più conosciuto in Europa, fu giornalista, romanziere e storico apprezzato.  Il sistematico ed olimpico B. Croce lo definì un “ bizzarro”. Però le sue opere si ristampano: i Moribondi; le Memorie di Giuda; questa sulla rivoluzione del 1848 a Napoli. Studiato in Francia, anche perché alcune opere furono edite dapprima in francese. Un ritratto aggiornato ha pubblicato Emilio Giordano nel 1987 per la Edisud (Salerno). Se si riflette sul processo di ‘ normalizzazione’, anche letteraria, verificatosi dopo i 1870, con il canone De Sanctis, è chiaro che Petruccelli, democratico radicale, non poteva che risultare escluso, non rientrando negli schemi agiografici del Risorgimento né risultando equiparabile a Manzoni o a Nievo.  Non era neppure un E. De Amicis, da potersi accordare col socialismo, perché Petruccelli non esalta il proletariato. La linea vincente della moderazione liberale sembra isolare o non illuminare l’estremista Petruccelli. Luigi Parente lo definisce: uno “storico del presente”. Tuttavia i suoi romanzi, ambientati in atri periodi storici, nulla hanno a che vedere con un Zola o un Flaubert. In lui narratore manca proprio una ‘ tipizzazione’ dell’Ottocento. E’ nota la tesi per cui sembra che i conservatori dicano di più su questo tempo che non i rivoluzionari; Balzac è più rivelatore e profondo di Petruccelli. Ancora di più lo emarginerà la ripresa del cattolicesimo sociale, in cui è liquidato come autore anticlericale che non trova spazio neppure nel regime concordatario. Per noi lucani può essere ritenuto un “classico”, i cui momenti di successo e di caduta di attrazione non ignorano che il suo resta un punto di riferimento importante per cogliere sfumature  e drammaticità di quel secolo, testimoniato con uno stile originale ed impastato di tonalità personalissime.  Di Petruccelli resta valida la riflessione de legame fra le vicende del napoletano e la storia d’Europa. La Basilicata è regione europea perché nella nostra mente noi pensiamo attraverso categorie, ideologie e schemi prodotti in Europa. Può insegnarci a saper riconoscere la parte sana di una nazione, che è quel settore produttivo di ricchezza universale e che chiede libertà di movimento economico, sociale e culturale. Petruccelli può farci riflettere sul significato sociale della religione, che non si adegua al clericalismo bigotto ma segue il percorso dell’uomo con il cosmo e il mistero della Natura, sezione in cui Dio parla alla coscienza del singolo, in maniera roussoviana. Petruccelli, come ricordava Indro Montanelli, è testimonianza di un giornalismo fondato sull’onestà del lavoro e sull’intelligenza critica dell’intellettuale, quale egli fu: instancabile, proficuo e continuo, modello ancora valido per noi e fondato su uno studio rigoroso dei processi storici in atto. Il percorso di Petruccelli è parallelo e diverso da quello di Giacomo Racioppi, altro faro dell’ ottocento moliternese, che percorse strade parallele e diverse. Petruccelli ha maggiore statura europea, ponendosi spesso in un’ottica più vasta e giudicando da Parigi o Londra; Racioppi è nel sangue dei popoli della Basilicata, di cui fornisce una straordinaria ricostruzione storiografica, fondata su un moderato liberalismo, non esente da una venatura scettica. Entrambi, però, valgono come fonti di studio da continuare ad additare sia per la chiarezza intellettuale, sia per il coraggio umano e sia per l’apporto teoretico che continua a desumersi da quelle sudate carte.

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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