MITOLOGIA DEL PAESAGGIO, FISIOLOGIA DEL BRIGANTE

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lucio-tufano LUCIO TUFANO

Quando il territorio diventa paesaggio e scena, una continua opera d’arte, un museo senza tetti e pareti, di foreste, alberi secolari, di frondose querce, di vecchie chiese, monasteri, paesini arroccati alle montagne, corsi d’acqua e campi di grano, allora il paesaggio offre uno spettacolo da documentario cinematografico.

Un progetto mai definito a tavolino, ma condiviso e coinvolto da chi sa che lo stesso esiste nella storia di una regione da secoli, e che va riproposto e rappresentato con mandrie e greggi al brado o al pascolo, di rilevante colleganza biblica, con i suoi crepacci, boschi, torri e castelli, casupole, pagliai, con ruderi e scorci naturali. Il paesaggio, così come lo si desume dalle opere pittoriche rinascimentali e che diventa vera e propria testimonianza di epoche richiamate dagli eventi che vi si riportano con le rispettive tramcroccoe. Paesaggi colorati di rosso e marrone, di verde e di giallo, rocciosi e selvosi che fanno da quinta alle tele del Pietrafesa, del Di Chirico, di Brando, di Masi e di Giocoli … dimostrano quanto abbiamo disimparato ad amare, perché non si ha il tempo di riesplorarli, di goderne, di apprezzare tutto ciò che, ancora incontaminato e suggestivo, ci circonda, con una nuova religiosità, quella della appartenenza.

I tedeschi adottano il termine «Heimat» per indicare il paesaggio come intima parte del territorio, come patria, abitazione, il posto che ci accoglie e che dovremmo tutelare di più. Perché ogni paesaggio ha una sua importanza, anche quello come scrive Piero Chiara, che era ritenuto senza storia solo perché nessuno si era mai curato di indagarne il passato.

Come può il lirismo del paesaggio mitigare la violenza e la ferocia sanguinaria? Come può la campagna arcadica dare tregua agli scontri con le truppe dei carabinieri e dei bersaglieri, ai saccheggi ed alle rapine? Eppure nella remota periferia dell’Occidente, anche se isolata ed appenninica, come la Basilicata, quella civiltà che era arrivata col contratto sociale di Rousseau, che in altre parti d’Italia aveva avuto Francesco d’Assisi e che nel passato pur aveva assistito ad eccidi inauditi nei circhi e negli spettacoli delle arene e dei gladiatori, alle stragi delle invasioni barbariche, il paesaggio, il suo stupendo scenario assistono alla tregenda e subiscono l’oltraggio degli scontri a fuoco, degli incendi ai casolari, alle impiccagioni … una estesissima regioncicconee, la più spopolata d’Italia con una estensione di undicimila chilometri quadrati, con circa 50 abitanti per ciascun chilometro quadrato, che sull’Appennino annoverava prati stabili e spontanei, pascoli nudi e boscosi, boscaglie immense e capaci di occultare le bande, sempre più numerose di briganti in assetto di guerra e che scorazzavano tra monti e pianure.

Si sono raccolti diversi ed interessanti elementi di racconto, sia da parte degli storici, sia attraverso il cinema e con la Tv, romanzi e documenti, inchieste, che hanno riportato quella epopea. Ma il tema è ancora stimolante perché se ne scruti il fattore socio-fisio-antropologico.

Già il “Parco della Grancia”, con la cinescena, ha rappresentato una fase della realizzazione graduale di un grande progetto di cultura regionale. Si pone pertanto l’obbligo per gli intellettuali per gli enti culturali, ed in particolare, per la Film Commission, di attuare una dilatazione del microcosmo attraverso nuovi modi e nuove tecnologie, migliori tra quella già sperimentate, di rappresentare la storia di un popolo e di una terra. Un territorio da riscoprire, da coreografare, con le sue novità e risorse, una ideatumblr_o65gqrpvyv1rwjpnyo1_1280 del demiurgo, la reminiscenza epocale. L’idea delle messi, del grano e della sua religiosità, le stalle, i fienili, il letame, le aie, l’atmosfera della primordiale ruralità, gli alberi e le siepi.

Una mitologia del paesaggio e la sua realtà resa più accessibile e spiegabile con l’ausilio delle nuove tecniche audiovisive, per una terra che custodisce il nostro passato, le ossa di un popolo, dove vi sono sepolti tutti: i cafoni ed i briganti, i patriarchi ed i signori, i galantuomini e le vicende di guerra e di fatica. Su tutto questo si scopra la mistica del giacimento come memoria del suolo e delle contrade. Un tale percorso-documentario tra scene dinamiche, tra la didattica e lo spettacolare va bene per un pubblico sempre più interessato e sempre più coinvolto in un prodotto di cultura storica, di marketing e di promozione turistica.

La ruralità ed il suo teatro vengono assunti come alveo per una storia trasversale in cui il brigantaggio, la sua vicenda si spiega tra il fisiologico, l’antropologico e l’epico. Qui con la descrittiva di una naturale museografia si tende a liricizzare l’acqua, le fontane, la montagna, l’ulivo, lo spaventapasseri, i mulini ad acqua … È così che natura, cultura e storia diventano spettacolo ad incentivare il turismo rurale e come ritorno alla grande madre, nascita, morte, rigenerazione, i temi eterni: la notte, il tempo, gli astri, le stagioni, le scadenze agrarie, il microcosmo dentro il quale palpita il macrocosmo.

Era la pancia a stabilire la pace e la guerra, la pancia, comandamento supremo che imponeva anche trasgressioni rabbiose o le mansuetudini appaganti.

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Acclamano il Borbone dopo ogni pasto non organizzato e nel paese, inalberano le bandiere bianche del re tra cerimonie in chiesa, disarmando i cittadini, tra grida e fracasso di plebaglia che inneggia al saccheggio di abitazioni e di granai, di dispense e comminando taglie gravose contro i ricchi liberali. La massa dei briganti, con a capo il generale ed i compagni masnadieri, rientra al castello di Lagopesole, il loro quartiere generale, dopo aver percorso il bosco grande e l’Arenale.

È nei pressi del castello, quasi al termine dell’ultimo bosco che vi sono gli agghiacci del principe Doria, lì si annidano le retroguardie, capeggiate da Stancone, colonnello di Carmine Donatello Crocco.

Si mangia furtivi ai piedi delle querce, lungo il tratturo dei sentieri, sulle selle. Si ingoiano i pani appena estratti dalle bisacce, per bocconi veloci di provviste afferrate qua e là: pezzi di lardo e ventresche, peperoni conciati e ripieni, frittate di cipolle e cardi, appena approntate e sotto la minaccia delle rappresaglie, sfuggendo di giorno e di notte alla Guardia Nazionale. È così che nelle lontane contrade, nella semioscura libertàbrganti delle masserie disseminate nei campi o assaltate nel cupo folto della notte e delle boscaglie, i briganti bivaccano al fuoco ed all’aperto, infilzando allo spiedo un vitello o una capra …

E giunge l’ora di scodellare, una volta che sono a raccolta. Una servizievole donna ha frugalmente approntato la minestra fumante negli ampi e rozzi piatti con carchiola. Un buon pezzo di formaggio viene preso da una zucca cava ed affumicata. A Capiazzi, una decina di capanne al confine del tenimento di Potenza, i briganti fanno tappa. Vengono dai boschi di Lagopesole, del Vulture e delle Caldane, poi si sparpagliano per le masserie isolate, con la loro vita di triboli, braccati dai gendarmi. Più che la gola è la pancia capiente e pretenziosa che al fuoco del bivacco ingerisce grandi strappi di carne, con l’aiuto dei saittoni luccicanti.

I morsi inframmezzati da larghi e lunghi sorsi di rosso Aglianico, il rumoroso sganasciare tra risate, rutti ed imprecazioni: il succo cola dalle capaci bocche giù per le barbe ad ungere i panciotti e le casacche.

Dividono insieme i disagi e le intemperie, il pane duro e la zuppa d’acquasala, l’eterna e facile minestra dei passatori, e galoppando a frotte su per i pascoli di Monte Caruso, dove si annida il casale di Frusci, i briganti trascorrono i loro giorni terribili. Lontano spiccano alte le cime del Vulture, nel piano, dominante il Castello si dipartono con le masserie trepidanti di Monte Marcone e di Iscalunga, i timidi villaggi di Sterpilo e Sant’Ilario.

Oggi quelle voci sono soffio, imprecazione ed urla ma anche nemesi cinematografica o fiction.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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