FRA I SUMERI: il racconto dei destini ordinati

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Sindbad, gli dei di Uruk, l’argine al caos, gli oggetti potenza

 

di Antonio Lotierzo   

 

 

Bisogna lasciarsi andare fra questi racconti sumeri, scanditi in dieci capitoli, per l’appunto privati di quel solido apparato che, per le altri dieci parti, costituiva un saggio bibliografico a parte e complementare. Lasciarsi andare alla scrittura di Calasso, che qui parla per frasi brevissime, con inanellamenti di situazioni o affermazioni, e riparla di tutto: il senso della vita, la morte, gli dei, le azioni o i disordini, le punizioni e gli inganni, le costellazioni, il senso del ridere, i “me” fra la potenza del divino e la matericità degli oggetti, l’avvio della scrittura e la fondazione dell’analogia, i rituali dei talismani e la magia cerimoniale. Al solito, Calasso ci ha consigliato di abbandonare l’analiticità illuministica come guida ai disorientati perplessi e ci spinge nel racconto, dai lasciatevi andare alle storie. Certo storie che racconta Utnapishtim, l’ uomo del Diluvio, ma quel personaggio (che accoglie Sindbad nella sua tenda, dopo il sesto naufragio e con cui scioglie il dialogo conoscitivo)ma sono storie che, forse, racconta lo stesso Calasso, che rievoca in prima persona la mitologia storica dei Sumeri e ci trascina a Dilmun, a Babilonia, fra il Tigri e l’Eufrate. Mi spingo a dire che chi dice’ io ‘ è lo stesso Calasso, che aspira a fare “quello che ho sempre fatto: rimanere vivo”. Ecco qui il succo: l’uomo e quel tenace attaccamento alla vita, l’insensatezza della morte, il desiderio di immortalità, la mitologia come tentativo di decodifica dell’impenetrabilità degli dei e le teologie come ricerca di una chiave che spinga l’uomo dal piano terreno al cielo, alla vita eterne nelle costellazioni, nella volta celeste che gli astronomi sumeri scrutavano con mente già matematica. Purtroppo “ il mondo non è fatto per dare risposte”. E’ questa la scrittura attuale di Calasso ( che, con questa frasetta, rinvia alle spalle F. Nietzsche e L. Wittgenstein). 

                                                                                                                          

Roberto Calasso

 In un ‘prima’, gli dei si muovevano sulla terra, lavoravano, cercavano acqua; in un ‘poi’ gli dei si ritirarono nel cielo e lasciarono  i ‘sostituti’, gli uomini, a scavare il letto del Tigri; li impastarono con argilla e sangue di un dio ucciso ; poi  Ishtar osservava contenta gli accoppiamenti fra quei pezzi d’argilla. Quella che chiamo la voce di Calasso interroga: “Non ho mai capito perché un dio dovesse essere ucciso, se gli uomini avevano da esistere” ( e ciò vale per altre religioni).  Segue la narrazione del diluvio, voluto dal dio Enlil, stanco del fracasso degli uomini che impediva il sonno degli dei. Ma Ea suggerì la costruzione di un strano battello cubico, su cui salvarsi con gli animali, e che terminò sul monte Ishin. Nello splendido terzo racconto viene presentata  Ishtar, la Venere astrale ed ubiqua, che si congiungeva con il re, sostituto del dio, su di un letto di lino con tavole indorate. Lei distendeva le gambe ed accoglieva il re che procurava la voluttà alla sua carne.

                      

 La turbolenta e squilibrante Ishtar era detta ‘ragazza che ride con il cuore felice’, ma s’infuriò perché non le era stata attribuita alcuna funzione, nessun ‘me’,   alcuna potenza legata alla volontà ed archetipo degli oggetti, conservati nel cielo, omologhi alle ‘idee platoniche’, che governano cielo e terra come una macchina funzionante. Calasso scrive che non bisogna ritenere che i ‘me’, le potenze, fossero invisibili, come appare nel nostro oggi in cui ‘dio è morto’. Al contrario, allora erano oggetti, erano talismani che si potevano toccare, centocinquanta di numero. Elenchiamone alcuni: il potere di scendere agli Inferi e risalire; l’uso degli organi sessuali, con la sapienza nel trattare il fallo; l’arte di lavorare il legno; l’arte dello scriba; l’accensione dei fuochi; il giudizio; l’inganno; il bacio; l’ipocrisia; la perfidia; il saccheggio; la prosperità; l’architettura; l’oblazione; la menzogna; la vittoria. Queste potenze sono leggi e sono un Destino. Quando mancavano, allora l’ordine si rivelava insufficiente e tutto incanutiva o si dissestava, come avvertirà Amleto, il cui mondo era uscito dai cardini. Si pregava Ishtar, con invocazioni che sono incise sulle tavolette d’argilla ritrovate ad Ur, a Dilmun, a Babilonia: “ I ‘me’ sono stretti al tuo petto… Sei un drago che sparge veleno in terra nemica…Il tuo dente sbriciola il granito… Davanti a te (i dei) Anunnaki, come pipistrelli svolazzanti, si sono rifugiati in mucchi di rovine…Mia sovrana, colma di bellezza, tu sei la gloria”. Parola che in ogni tempo le furono gradite (come recita ancora la nostra messa). Parole che diventavano atti (come nella magia, rinascimentale o cerimoniale).  E così continua Calasso a raccontare storie, ma le “storie si concatenano fra loro come se già sapessero in quali punti disporsi. E io passo dall’una all’altra come su un unico, luccicante astro. Alla fine sono semplicemente storie. E alle storie non si chiedono documenti.” E’ questa la metodologia di R. Calasso, che mi permetto di riconnettere all’indicazione, alla Wittgenstein, di U. Eco quando scrisse che ‘ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare’. Narrare l’ordine ed il succedersi visibile dei numeri. Vedere Il tempo: ecco il terrore fra le coniche dune di sabbia e terriccio di Bahrain. Storie di mercanti e guerrieri, di prostitute e principesse, di contadini e funzionari, dei viaggi di Sinbad e delle fatiche-imprese di Gilgamesch, fino all’inedita storia della costellazione di Orione, il Cacciatore senza-una-gamba. E poi si rievoca l’invenzione dei nomi, che segnano il destino. E sulle tavolette d’argilla si incideva la vita, oltre che i documenti amministrativi, i presagi e la quantità delle derrate alimentari; perciò per salvarle occorreva seppellirle sotto la sabbia, per conservarle. La Tavoletta dei Destini, da fissare al petto, era un oggetto in cui si concentrava tutto il mondo, perciò il vittorioso Marduk la consegnò ad Anu, con un gesto d’omaggio che pure era di liberazione, raffigurava la disposizione della suprema potenza, concentrava l’asse che attraversava le costellazioni. Quegli uomini vivevano nel terrore dell’irruzione del Caso, la cui forza calamitosa avrebbe introdotto il  pernicioso disordine e la Tavoletta, impregnata delle acque dell’Apsu, con la gabbia cosmica costituita dai suoi quattro lati, con i suoi incisi decreti, rappresentava l’argine contro le turbolenze squilibrate del Caso. Perciò si raccontava che Ea, in quiete, in una camera, la Camera dei destini, li fissava in ordini intrecciati e così reggeva ogni fatto storico. Ogni destino significa; è un ordine che si sovrappone alla necessità. Come recitava un proverbio: ‘il destino morde come un cane e imprigiona come un vestito stretto’.   Quando Enmerkar cominciò ad incidere le tavolette d’argilla, i segni erano simili a dei sigilli; era la prima scrittura. Egli aveva imitato la scrittura del cielo notturno; incideva segni sull’argilla a partire dalle costellazioni astrali. Era la Tavoletta dei Cieli Chiari. Che bello perdersi nella scrittura di Calasso, sovrano della paratassi nell’ esposizione del pensiero analogico. Peccato che mi e ci avverta: come credere ed avvicinarsi anche a queste storie? “ I saggi sono ragionevoli, i sapienti sono imperscrutabili”. Io ho sempre amato i saggi, ma ho sottilmente invidiato gli incomprensibili sapienti. Voi dove vi collocate? 

 Roberto Calasso: ”La tavoletta dei destini”, Milano, Adelphi,2020,18e

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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