FRAMMENTI DI STORIE MASCHILISTE

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LUCIO TUFANO

            La cosa che creò la maliziosa complicità fu proprio la mela e Adamo, che era un meridionale in fondo, dopo aver ottenuto quello che aveva tanto desiderato, andò subito in giro a raccontarlo e lasciando credere che lei era una poco di buono. E così per secoli, lui vagabondava per le città e per le campagne, sentendosi un don Giovanni e se lei si metteva con qualche altro, non faceva che aggravare la sua posizione. Insomma l’amore diventò sempre più difficile, e perseguitato e tutta la ignominia del suo peccato ricadeva solo su di lei. Ecco perché prevalse una condizione istintuale di aggregazione e complotto delle donne a dispetto degli uomini, senza gli uomini o contro di essi. Fin dalle feste di Egina, le famose afrodisie, in onore della dea dell’Amore, le donne si appartavano e favorivano gli incontri tra le etére, scelte fra le più giovani e belle. Sola eccezione erano quelle di Corinto, aperte anche agli uomini che dovevano pagare una forte somma parteciparvi: tutto in onore della dea. Nei riti agrari come la vendemmia, nelle feste del grano, della tosatura, della tintura delle lane, della raccolta delle olive si vide la opportunità di creare una grande festa per tutte le donne, l’EIafebion, ove si celebrava anche la fondazione della città.

            In questa festa le donne erano padrone, per un giorno e una notte, di fare ciò che volevano e pare che “l’attività prediletta delle pastore, delle tintore, delle raccoglitrici fosse quella di cacciare via dalla cinta della polis tutti i maschi”. Un’altra grande festa nazionale si svolgeva sul monte Parnaso, organizzata dalle delfiche. Moltissime – scrive Ugo Moretti – erano le donne di Atene e dintorni che accorrevano ad ubriacarsi e a danzare per tre giorni durante i quali si immolava su are di marmo la verginità di alcune fanciulle che avevano deciso di darsi alla prostituzione. Anche qui era proibito l’accesso agli uomini: alcuni però, più audaci e curiosi, raggiungevano la sommità boscosa del monte per osservare le scomposte danze delle donne. Pentèo, re di Tebe, figlio di Ecbione e di Agave, per essersi opposto al culto di Dionisio e sorpreso a spiare le Baccanti mentre si riunivano per le loro orge, fu fatto a pezzi da queste che Io scambiarono per un animale selvatico.

            Fu per tutto questo e non solo per questo che nacque il maschilismo. Il maschilismo fu la reazione a quel modo di essere riservate e superbe. II fallo fu posto al centro di tutti gli interessi, religiosi, culturali ed economici: simbolo della potenza generatrice, fonte e canale del seme, principio attivo. La sua rappresentazione non è necessariamente esoterica o erotica: indica semplicemente la potenza generatrice che sotto questa forma è venerata ancora in numerose religioni.

            Di qui la “fallocrazia” come educazione di una società maschilista, culto e abitudine ad improntarvi mentalità, filosofia ed ideologia.

            Allora gli uomini furono tronfi, orgogliosi delle loro gesta, mentalità che si esprimeva negli atti amministrativi, nei provvedimenti, nella drasticità della apposizione di timbri e sigilli, nella autorità e nella letteratura. Nacquero organizzazioni e si costituirono società: massoneria, carboneria e “uapparia”. Da questa cultura del primato sono derivate tutte le disgrazie bibliche, le sofferenze, le rinunce e quel potere maschilista, torbido e vigliacco, libidinoso, perfido e vendicativo.

            Nei convitti, nelle caserme, nelle carceri e nei seminari si andò affermando la trionfale potestà. Qui si imposero le prime leggi inique; nelle legioni nazionali e straniere, nella marina e sulle navi, tra bucanieri e minatori, alpini e bersaglieri.

            E poi hanno emigrato in tanti, perché la vita era impossibile nei loro paesi. Una sofferenza giacchè erano brutti e non vi era lavoro e le donne non li amavano abbastanza. Sono partiti da Costa della Gaveta, da Montocchio, dai piani del Mattino, dai paesi del Materano, da Pietragalla e dalla montagna, dalla pianura siccitosa. Ed hanno prodotto sentimenti, serenate, appuntamenti, hanno ballato nelle cucine e nei soggiorni, … hanno ispirato con Mimì metallurgico e con Pasqualino Settebellezze: è viern, chiove chiove è na summana e ricinticille vuie a sta cumpagna vosta … il canzoniere ed il teatro della sentimentalità. Un tempo fischiavano quando passava una bella donna: “quann a la femmena u cule gn’abballa“.

Ora invece la salutano con rispetto e riescono a conversare con lei e perfino a sussurrarle quanto la amano.

            II potere maschilista fu sempre più improntato a questa ideologia e a siffatta mentalità. Ci fu una ogiva del potere, una delle tante cuspidi orizzontali e verticali con le quali il potere ferì, stuprò, agì insomma contro le vulnerabili creature, inermi. Il fascismo servì da alveo, come vizio della volontà, come negazione della democrazia. Il fascismo politico e quello istintivo, quello della ingordigia e della conservazione si accanì contro di esse, le perseguitò, le ossessionò. Di qui il potere e la potenza, di qui le copiose letterature dello stupro; da quello del barone a quello del brigante, a quello dell’intendente borbonico a quello del burocrate, dell’agrario, del padrone, a quello dei prefetti e dei federali, a quello dei sagrestani. Una frequenza assidua e tramandata dello ius primae noctis. Il potere, corpo contundente, materia, soffio, vento, balistica e spostamento, proiettile, proiezione, traiettoria di colpi su di un determinato bersaglio. Ma furono anche detenuti e forzati, esploratori ed inventori, furono reclute e soldati, marmittoni e portatori di marmitte, furono reggimento, battaglioni, sergenti e luogotenenti, caporali, arruolati e disertori nelle lunghe ed estenuanti epopee, nelle controversie epiche dei popoli, nelle guerre fratricide e nelle tregue delle armi: davanti ai cavalli, dietro ai cannoni e lontano dai comandanti. Vi furono stragi: da Damasco alle guerre puniche, da guerre per le Crociate a quella dei Cento anni, alle campagne napoleoniche, da quelle di secessione a quelle per l’indipendenza nazionale, da quelle coloniali a quelle mondiali, da Adua a Caporetto, a Stalingrado. Ed hanno sempre sognato ed amato la donna, da Greta Garbo a Lilì Marlene, a Rosamunda.

            Nelle società passate e presenti, sono stati i maschi, a decidere il ruolo delle femmine. Solo ai nostri tempi hanno potuto far rinascere il diritto della donna alla sessualità che è stata finalmente definita in termini di liberazione globale. E tutta questa problematica si è colorata di femminismo e di rivendicazioni che, dopo un sonno durato mille anni, sono pervenute ad un repentino risveglio. Tuttavia, nella nostra favola reale, la “bella addormentata” – svegliandosi – ha scoperto che non si muove in un boschetto incantato, bensì in una giungla, in una babele, una società senza classi e senza identità con mille altre pretese e violenze. Non siamo più ai tempi di Y. S. Mill che lamentava come le donne soffrissero di una esclusione perentoria da quasi tutte le professioni onorevoli, tuttavia è notevole l’affermazione di alcune femministe che, una volta tanto, aggregano alla loro lotta anche i loro partner-antagonisti. Oggi entrambi i sessi soffrono di una definizione restrittiva dei loro ruoli, come risultato dalla precedente concezione del ruolo della donna.

            Ora la velocità e il ritmo di mutamento della società postindustriale coinvolge i tempi della emancipazione femminile. In questo momento pare che vi sia un consapevole rilassamento tra i due sessi, una pausa di riflessione dopo la concitata contestazione degli anni ’70. Come per tutte le teorie ideologiche di quegli anni, c’è tregua anche fra il mondo maschile e quello femminile, anche se le donne vigilano sui vuoti legislativi che le rivendicazioni poste dai loro movimenti non riescono a colmare: violenza sessuale e pari opportunità.

            Oggi la donna fa tutto per l’amore. È crollato anche il muro dell’ipocrisia e inizia la sua marcia per il recupero di quei valori di femminilità e di spontaneismo che la piccola borghesia perbenista, con i suoi tabù, le aveva strappato e distrutto.

Abbiamo per lei pensieri e mimose.

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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