GERMANIA E FRANCIA “SI SPOSANO”: IL TRATTATO CHE CAMBIA L’EUROPA

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Marco Di Geronimo

Francia e Germania hanno firmato un trattato bilaterale rivoluzionario. Il Trattato di Aquisgrana instaura tra i due Paesi un vincolo quasi confederale. La convergenza politica che questo accordo impone lega indissolubilmente Parigi a Berlino. Mai i rapporti tra i due Governi del motore franco-tedesco erano  stati più stretti.

Come osserva Nicolò Carboni in un suo articolo per la Treccani, l’intesa tra Francia e Germania testimonia la fragilità dell’Unione europea. Bruxelles non è mai apparsa tanto debole e in pericolo come in questi anni. La crescita degli euroscettici e la scomparsa dell’Inghilterra ha fatto saltare gli equilibri geopolitici interni all’UE. «L’epoca della collaborazione a ventisette è finita» commenta Carboni, «ogni Paese si rifugia negli alleati di sempre».

I numerosi commenti negativi sul Trattato non sono casuali. Da sempre si denuncia la Francia e la Germania di voler approfittare delle proprie posizioni di vantaggio per influenzare (o dominare?) il processo di integrazione europea. Adesso l’intero Trattato si propone – indirettamente – proprio questo obiettivo. Alla luce del Sole.

Se uno se lo legge per intero (una traduzione non ufficiale è disponibile cliccando QUI), noterà che l’accordo gallo-germanico cita sempre di sfuggita l’Unione europea. Ma pone alcuni paletti molto pregnanti. L’articolo 2 prescrive che Berlino e Parigi si incontrino «prima di tutti i grandi eventi europei» con l’obiettivo di concordare «posizioni comuni e dichiarazioni coordinate».

In questa disposizione è contenuto tutto il senso del Trattato d’Aquisgrana. Col quale, in buona sostanza, le due Nazioni si sono impegnate a condurre a braccetto le rispettive politiche estere. Come si dice nel gergo inglese, Francia e Germania best friends for ever. Ed è chiaro che se i due maggiori Stati dell’Unione europea si abbracciano per non lasciarsi mai, tutti gli altri saranno costretti a gravitare attorno alla loro posizione.

Francesi e tedeschi saranno ora impegnati più che mai nel «raggiungere una posizione unificata dell’Unione europea negli organi competenti delle Nazioni Unite». Che in altre parole significa sforzarsi di far votare tutti gli Stati europei allo stesso modo. Un modo che difficilmente sarà diverso da quello che l’Eliseo e il Palazzo della Cancelleria avranno deciso per telefono.

Essendo indisponibile Parigi a cedere a Bruxelles il proprio seggio permanente al Consiglio di sicurezza ONU, il comma 2 dell’articolo 8 obbliga le diplomazie dei due Paesi a lavorare per garantirne un altro alla Germania. Una presa di posizione importante, che ha suscitato l’immediata reazione del premier Giuseppe Conte. Il Presidente italiano ha auspicato (rinnovando l’invito rivolto da un ministro tedesco qualche mese fa) che il Governo francese devolva il suo seggio all’UE tutta. Anche perché l’Italia diventerebbe, dei quattro Stati più importanti d’Europa, l’unica senza seggio permanente all’ONU (anche la Gran Bretagna ne ha uno).

Quasi inquietanti le disposizioni con cui si istituiscono «un Consiglio dei ministri franco-tedesco» (deputato a programmare su base pluriennale la cooperazione tra i due Stati, su impulso dei «segretari generali della cooperazione franco-tedesca») e un «Consiglio franco-tedesco degli esperti economici» (organo di consulenza governativa in politica economica). Per tacere della previsione secondo la quale ogni tre mesi un Ministro francese assisterà a un Consiglio dei ministri tedesco e viceversa. Se riempiamo questa serie di istituti formali con gli obiettivi politici («approfondire l’integrazione delle due economie», «armonizzare le discipline legislative in materia di diritto commerciale», «coordinare regolarmente le politiche economiche») notiamo che i due Paesi stanno lavorando per costruire un’economia comune, unica.

Anzi, qualcosa di più. L’asse Parigi-Berlino si consolida sotto più versanti. Tra cui quello culturale. Le due Nazioni perseguono ufficialmente «il bilinguismo» nelle zone di frontiera, e «avvicinano i propri sistemi d’istruzione» anche insegnando ai francesi il tedesco e ai tedeschi il francese. Forte è la volontà di diffondere e consolidare nelle rispettive società un senso di amicizia e fratellanza tra i due popoli. Ragione per la quale l’articolo 9 parla del «ruolo dei media» e dei «programmi di scambio tra i cittadini».

Per tacere del raffinato sistema di gestione delle risorse e delle opportunità che Aquisgrana delinea. Anzitutto il Trattato impone una sempre più efficiente integrazione tra le aree di frontiera: al punto che l’articolo 13 sembra quasi chiedere ai due Governi di attribuire una specie di statuto speciale agli enti locali al confine. La cooperazione transfrontaliera (che deve rimuovendo ostacoli fisici e digitali) sarà politicamente sviluppata da un comitato apposito. Organo istituito per impedire che la lettera del Trattato rimanga inchiostro su carta.

Oltre ai rapporti tra regioni confinanti, il Trattato impone collaborazioni a tutti i livelli. I due Paesi si ripromettono di collaborare nella lotta al terrorismo e alla mafia, nella ricerca (in particolare nel delicato settore dell’intelligenza artificiale), nell’energia, nelle infrastrutture, nell’ambiente (è citata anche la COP21 del 2015) e soprattutto nella politica di difesa. Parigi e Berlino, oltre a ripromettersi reciproca assistenza, si prefiggono di realizzare «un approccio comune all’esportazione delle armi». Anche se da nessuna parte è scritto esplicitamente, molti commentatori credono che la lettera dell’accordo lasci trasparire una specie di messa a disposizione delle armi nucleari francesi a eventuali esigenze tedesche.

Insomma, il Trattato traduce in diritto una scelta politica ben precisa: un aggancio permanente delle politiche franco-tedesche, un coordinamento completo e continuo. Se fosse portato alle sue estreme conseguenze, non sarebbe difficile immaginare (in futuro) un’unificazione. Di certo il vincolo che lega Parigi a Berlino e viceversa ha assunto i connotati di una sorta di confederazione. Con tanto di organo di vertice comune (il Consiglio dei ministri franco-tedesco).

Il motore franco-tedesco dell’Unione europea ha fatto la sua scelta. Maggior cooperazione, a ogni livello, nell’ambito di Bruxelles. Approfittando delle difficoltà di Gran Bretagna e Italia, e nel tentativo di scongiurare un divorzio tra le due capitali d’Europa nel caso i problemi interni si acuissero (leggi gilet jaunes, leggi Grünen e AfD), Francia e Germania si abbracciano senza lasciarsi più. Per il multilateralismo europeo è un momento di grave difficoltà. Bisogna scegliere se accettare il tandem centro-europeo. Oppure accelerare la disgregazione dell’UE. Benché in totale assenza di Piani B: di cooperazioni internazionali alternative, per ora in Europa ne esiste una soltanto. Quella tra Parigi e Berlino.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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