
Leonardo Pisani
Oggi Cassius Marcellus Clay ormai conosciuto come Muhammad Ali compiuto 83 anni. Ci ha lasciato quel 3 giugno del 2016, era malato da tempo e si sapeva ma sino all’ultimo ci ha stupiti ancora, anzi ogni giorno ci stupiva sui social network: malato ma non ha mai smesso di combattere. Di Alì si può dire tutto, personaggio straordinario e complesso, è stato amato e detestato, osannato e denigrato, portato alla gloria e si è cercato di distruggerlo come pugile ed uomo; ma resta ancora oggi un’icona leggendaria e non solo della boxe ma dello sport e della cultura contemporanea. Ancora oggi è popolarissimo e la sua figura e vita suscitano emozioni e discussioni, basta andare su qualunque forum della Noble Art e parla sempre di lui, il suo sito e la pagina ufficiale di Facebook ha milioni di frequentatori, ancora oggi. Alì con Pelè e Bruce Lee è stato tra i personaggi sportivi divenuti leggenda che ha colpito intere generazioni, anche i più piccoli, anche quelli che non avevano mai visto un suo incontro, da piccolo mi ricordo che si parlava di questo pugile imbattibile, lo chiamavano Clay, da noi Alì non si usava.
Scrivo un suo breve profilo, senza dilungarmi sulla carriera o dettagli tecnici e oltre non vado perchè su Alì ci sarebbe da scrivere un trattato, anzi una Treccani del pugilato: pugile, personaggio di fama mondiale, filantropo, uomo di fede, uomo di carattere che non permise a nessuno di mettergli il bavaglio; un uomo che era contro le discriminazioni razziale, lui che le aveva subite, essendo di colore e discendente di schiavi ma anche di irlandesi e inglesi e con un antenato italiano, Bartolo Taliaferro della Serenissima Repubblica di Venezia che emigrò e mise famiglia nell’Inghilterra elisabettiana. Quell’Italia che lo vide vincitore olimpico nella categoria dei mediomassimi a Roma nel 1960. Non ho nulla contro i Vietcong, disse il giovane nero nato il 17 gennaio 1942 a Louisville, nel Kentucky figlio in un pittore e pugile per caso, dopo che a 12 anni gli rubarono una bicicletta, andò a fare una denuncia ed un poliziotto lo convinse ad andare nella sua palestra per imparare a difendersi. Un obiettore di coscienza che fece scalpore negli Usa, fosse stato un semplice afroamericano sarebbe passato inosservato. Ma non fu così. Il ragazzo – aveva 26 anni- era un campione olimpionico, oro nei mediomassimi a Roma. Poi buttò la medaglia nelle profondità del fiume Ohio – ma forse anche questa è leggenda. Si mormora che la perse semplicemente… – in segno di protesta verso quel razzismo gretto che vi era negli States; al giovane olimpionico si erano rifiutati di dare un’aranciata in un bar poichè “nigger”. Lo stesso Alì racconta che in quei periodi con gli amici si divertiva a mascherarsi con turbanti ed altri indumenti strani e parlare una lingua immaginaria e erano serviti, essendo scambiati per turisti stranieri e non niggers di America. Iniziò il boicottaggio da parte del sistema, rifiutato dalle principali sedi pugilistiche americane e da Las Vegas, il match di rivincita con Liston si disputò nel 1965 a Lewinston nel Maine.
Poi arrivò la chiamata alle armi, nel lontano oriente dove l’esercito Usa era impegnato nelle tante guerre di un colonialismo militare nell’epoca della fine dei colonialismi. Già anche allora si portava la pace con le armi, non l’ha inventato un petroliere texano o qualche governatore dell’Arkansas. Vietnam, quella lunga guerra iniziata nel 1960 e finita nel 1975, cantata dal boss, ricordata in Platoon esaltata in Berretti Verdi. Ali sai dove è il Vietnam? Si in Tv, rispose il boxer. « I got nothing against the Vietcong, they never called me “nigger” » ovvero « Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro” » Alì non partì, divenne obiettore, pur sapendo che non avrebbe mai preso un fucile, non avrebbe mai visto una jungla: da icona Usa il campione avrebbe solo partecipato a spettacoli oppure ad esibizioni per mantenere alto il morale delle truppe. Come capitò a Joe Louis, The Brown Bomber nel secondo conflitto mondiale. Ma Alì era altra cosa, la linguaccia di Louisville che danzava come una farfalla e pungeva come un’ape non era uno yes man. Iniziò prima il boicottaggio poi gli tolsero il suo titolo; lui che era imbattibile in quel periodo. L’ultimo incontro disputato fu il 22 marzo, quando mise ko alla settima ripresa quel bravo pugile di Zora Folley al vecchio Madison Square Garden di New York poi tre anni di inattività, tre lunghi anni di stop che per quei tempi, quando non vi erano diete specialistiche e allenamenti computerizzati significava la fine di una carriera. Ma non fu così, tornò, falli una prima volta la scalata al titolo fermato dal carro armato Frazier e poi fu il primo pugile a vincere tre volte la massima corona. Fece altro; il suo match a Kinshasa – il primo mondiale dei massimi disputato in Africa – contro il rinoceronte Foreman fece conoscere un paese al resto del Mondo: lo Zaire di Mobutu. Alì Bomayè, Alì Bomayè gridava la folla-tra essi un ragazzino di nome Sumbu Kalambay che poi divenne italiano e campione mondiale dei medi- Ali Ammazzalo, Ali Ammazzalo.
Il kentukiano non ammazzò nessuno, era un uomo di pace, ma vinse per ko alla 8 ripresa in un incontro che nessuno pensava potesse vincere. Poi il ritiro, dopo il duro incontro contro il suo ex sparring Larry Holmes e un pericoloso match contro Trevor Berbick, con un Alì ormai malato. Ma aveva necessità di dollari, la sia permanenza nei Black Muslim e la gestione finanziaria allegra del suo manager Jabir Herbert Muhammad, lo avevano portato quasi alla bancarotta. Fu sua moglie Veronica Porshe a gestire il guadagno delle ultime due borse e a dare ad Alì con evidenti segni del Parkinson e alla famiglia quell’agiatezza che avrebbero dovuto avere dopo tante battaglie sul ring. Alì cambiò, lascio quell’estremismo e a tratti fanatismo che manifestò da giovane; si avvicinò anche al Sunnismo e al Sufismo: divenne realmente un uomo di pace e di tolleranza. Il resto è storia, la si conosce. 
Il mio ricordo va oltre la sua leggiadria sul ring; la sua danza ritmata da jab e diretti destri, va ad una Olimpiade e non certo quella di Roma, ma in quella americana del 1996. Credo di essere stato uno dei milioni di persone che si sono commossi all’inaugurazione dei giochi olimpici di Atlanta, quando tremolante ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta accese la fiamma olimpica; in quella occasione gli fu anche riconsegnata la medaglia d’oro vinta a Roma nel 1960, buttata nel freddo Ohio.
Li vidi un Superman, più del fumetto dove Clay boxava contro Superman. Li vide il più grande- io che considero altri pesi massimi come Joe Louis o Jack Dempsey più forti di Alì- ma il più grande atleta che il mondo abbia avuto ma non per i meriti sportivi m per la vita, le lotte, il coraggio e la disponibilità quando andò a liberare alcuni ostaggi in Iran, solo Ali poteva farlo con il suo carisma.