Mario Santoro
Ancora oggi, a distanza di tanti decenni dalla morte improvvisa e inattesa, permane intorno alla straordinaria figura di Giandomenico Giagni, un clima di mistero e di magia, un’atmosfera particolare di silenzio carico di sottintesi, di discrezione soffusa, di delicatezza di tipo soprasegmentale, di riguardo meritato, quasi di nuovo pudore che ‘costringe’ (il virgolettato è d’obbligo) a parlare a bassa voce per non rischiare una sorta di profanazione dell’uomo e del poeta.
Ci si accosta, quindi, con un senso intimo e vibrante di partecipazione emotiva, di sgomento e di inesplicabilità e anche di rabbia per la vita troncata troppo presto e di interrogativi sulle enormi potenzialità e possibilità recise dalla stranezza del destino.
Pare quasi, per chi scrive, avvertire una sorta di imbarazzo, di timore, di raffrenamento in contrasto col desiderio di raccontare e di rivivere le emozioni; sembra quasi riproporsi la stessa situazione che dovette suggestionare Bernardi e Pratolini, amici molto cari di Giandomenico Giagni, oltre che scrittori di portata internazionale, quando si accinsero, all’indomani della morte del poeta, a mettere mano sulle carte per curare la stampa del volume “Il confine” sembrando loro quasi compiere un’operazione di dissacrazione nei riguardi di un uomo estremamente riservato.

sinisgalli con rossi,mastrigliani e giagni (1948)
Non a caso in premessa si legge:
“Profanazione tanto più dissacratoria in quanto viene a spezzare quel magico rapporto stabilitosi fra un sommesso lavoro poetico e una serie di tentazioni editoriali dispersa fra progetti di libri, abbozzi di raccolte, ora antologiche, ora monografiche, appena delineati e già elusi; e che, nel passare dall’uno all’altro incarto con nuove trascrizioni e diverse sistemazioni, sembrano contenere in nuce la loro stessa distruzione. Un gioco, che diventa sfida rischiosa col tempo, il quale finisce sistematicamente per vincere la partita costringendo chi vi si abbandonò fiducioso a dover ristabilire l’arcano, nel senso originario e derivato: da tener nascosto cioè, o occulti. Follia e saggezza, o forse saggia follia; che può rendere più arduo il compito che ci siamo assunti, Pratolini ed io, affondando le mani nel vari fascicoli che Giagni ha ammucchiato nel corso di alcuni decenni; dai quali, mentre sta per emergere l’immagine dimessa tutta vibrante di pudori e di silenzi dell’amico, ecco insorgere la sua ombra sdegnosa a pretendere un proprio spazio, un proprio tempo, un proprio cerchio di ascolto”.
In realtà non dovette essere facile raccordare l’immagine di Giagni “tutta vibrante di pudori” con la stessa tesa a “pretendere un proprio spazio”.
Va da sé che il poeta potentino fu persona riservata ma non schiva, discreta e gelosa quasi dei suoi affetti ma aperta alle relazioni con gli altri e socievole, sempre disponibile e capace di intrattenere rapporti svariati sui fili intessuti dei suoi diversificati interessi nei vari campi del sapere, orgoglioso e riottoso ad ogni forma di compromesso. Rimase sempre legato alla sua città nella quale, ad ogni rientro, ricercava gli stessi punti di convergenza, i riferimenti di concretezza, le linee della certezza, affidate al mantenimento di amicizie, al di sopra di ogni struttura, nate nella lontana infanzia e consolidate nel tempo sulla linea della spontaneità e della genuinità delle situazioni.
Il titolo della raccolta di poesie “Il confine”, allude, anche troppo chiaramente, ad una sorta di volontario esilio che però non si traduce in poetica languida, in malinconia lamentosa, in dichiarazioni estetizzanti, in drammi esistenziali, in lontananze, sofferte o dichiarate tali, in facili ricorsi a straniamenti, in pianto inconsolabile, ma resta dignitosa considerazione, presa d’atto di una condizione particolare, coscienza vigile, tendenza al distacco oggettivo come impianto metodologico.
C’è insomma da un lato la nuova condizione di chi opera lontano e dall’altro la possibilità di tornare a rivivere nell’ambiente d’origine solo mediante il sogno o solo attraverso un percorso evocativo che consente, a tratti, il superamento visivo, ma anche olfattivo, gustativo, tattile, auditivo, insomma cenestesico del confine; ed è proprio tale superamento che permette di cogliere certi elementi di concretezza e di riviverli intensamente nella trasformazione simbolica e nella certezza segnica.
E così, se è vero che l’autore è lontano e avverte il senso della distanza quasi come incolmabile tanto da dover dire:
“Non c’è nulla che possa raggiungerti
stasera. Ad uno ad uno passano i cavalli
tra la Piazza Grande e le strettoie
che portano all’Ulivo della chiesa”
tuttavia basta un richiamo, anche minimo, a scatenate nell’animo una tempesta di sensazioni e un tumulto di emozioni, consentendo un passaggio obbligato della mente:
Un campano dalla porta sembra un urlo
e la voce dice che la notte è triste, la notte è lunga
dice che manca l’acqua alla fornace, il fieno
nel pagliaio, dice che ogni passo d’uomo nella notte
fa il tonfo d’una vita perduta”
Si apre cosi il percorso poetico di Giandomenico Giagni che si carica di considerazioni forti, di profondità di sentimenti, di ritorni, per memoria, alla lontana infanzia, di dolorosa riflessione affidata al verso e alla sua disposizione del tutto orizzontale senza l’ombra della verticalizzazione.
Ed il ritorno, che è tutto allucinato nella mente, ed è sempre di tipo doppiamente interiore con allargamento spazio-temporale, è tanto più sentito e forte nel rilievo che il paese, che è anche paese dell’infanzia, è del tutto vuoto e desolante se
“…non ha notti, non ha albe,
mia madre non rivive più tra queste mura,…”
Eppure dal profondo del subconscio affiorano elementi di positività che il ricordo sa proporre con le suggestioni e la forza del recupero valoriale degli stessi e li affida, con la dirompente carica di emozionalità a fili delicatissimi, ora sul piano non solo meramente olfattivo “…L’odore del vino”, ora visivo “…mio padre col camice grigio”, ora ancora auditivo-tattile “…che pregano con voci felpate” in un generale senso profondo e vibrante d’attesa prossima “S’aspetta che giunga la luna”, mentre compaiono segni di concretezza affidati al “mulo”, alle “ceste di salice” alla “vecchia che vende le rape”.
Eco di civiltà contadina, riferimenti di lontananze come esilio fungono da riferimenti base in uno con la revisione dei paesaggi dell’infanzia, indelebili nell’anima, perché scolpiti col senso dell’imprinting, affetti familiari e legami forti ed elementi anche apparentemente secondari della sua città natia e della sua terra, richiami più prossimi, rievocazioni profonde, ma mai scavate fino in fondo, per scelta consapevole dell’autore e perché non facciano troppo male, evocazioni anche un po’ nostalgiche e come perdute più o meno irrimediabilmente, anche se senza accoratezze particolari, ma non per questo meno profonde, sono gli elementi di fondo della poesia di Giandomenico Giagni.
Ed ha ragione Carlo Ternari quando sottolinea:
“Anche l’amata, cui egli consacra una parte cospicua della sua lirica, sia nell’emergere dalle linee del paesaggio, sia lasciandosene assorbire, sino a confondervi sembianze e palpiti, appare all’esiliato non “un bene perduto”, ma “un bene quasi irraggiungibile”; com’è giusto che avvenga nel sentimento dell’emigrato che non crede al suo ‘ritorno’, eppure continua a fondarvi i suoi calcoli intrecciandovi speranze e sogni. Né il fisico raggiungimento può appagare questa sete di ‘bene’; poiché esso trova sempre il poeta pronto a distanziarlo nuovamente da sé per ricrearsi le condizioni dell’attesa con la stessa tavolozza di cui si serve per colorire di lontananza i luoghi perduti”
Scriverà difatti il poeta:
“Più lontana di te
è la vigna di Trecavalli”.
Si realizza, a ben considerare, una sorta di straniamento continuo che, paradossalmente, in molti momenti diventa doppio come si rivela abbastanza chiaramente nella poesia “Ora è più lunga questa strada”.
Proprio qui, malgrado il poeta si ritrovi nella sua città natale, manca il senso dell’appagamento e della gioia ma affiora e si fa prepotente quello del rimpianto raddoppiato: da un lato egli vive la condizione nuova nella casa paterna e nella città sua, dall’altro soffre al ricordo della città, un tempo a lui estranea, ove è la sua donna.
E Ternari, ancora una volta, interviene a sottolineare questo duplice senso di straniamento che fa amplificare la sofferenza del poeta connotandolo come esule emigrante che, pur ritornato a casa, sia pure per poco, non può fare a meno, nella maledizione continua e permanente del forzato esilio che penetra nel sangue, di esaltarne il ricordo di una terra comunque abbandonata:
“…Un nome sulla strada mi ridesta
il caldo quieto dei miei focolari, quando
un cane battuto era per me un vessillo…
e poi il poeta dirà:
“… lasciavamo tra i lampi
Castel Lagopsèsole, Avigliano, e forse un grido
di treni senza meta…”
e aggiungerà ancora:
“…era febbraio
e sopra il tetto parlavano i miei morti
della caccia al cinghiale…”
prima di chiudere, dopo l’ opportuno stacco pausativo:
“Era il tempo di luna sui canneti,
il freddo raccoglieva il fuoco spento
dei nostri giorni lieti, che non trovo
nella città, nel verde dei giardini a Monte Mario”.
E siamo, quindi, immersi nella poesia di Giandomenico Giagni, in una sorta di cabotaggio con tante brevi soste e ripartente, con approdi spazio-temporale, con rimandi affidati spesso alla magia delle parole nella giustezza dell’incastro e nella polivalenza sfumata dei segni, con rimandi e tendenze a dilatarsi, sensazioni pronte ad ingigantirsi, senza raffrenamenti ma con morbidezze ovattate e lontananze addolcite appena di malinconie, di emozioni pronte a dilagare nell’implicito trattenimento:
“Tu sembravi d’estate una soglia…
Ti gioiva intorno il verde…
…A mezzogiorno l’aria
entrava nelle bianche stanze, rade
di ricordi, l’unico suono erano i frulli
di stranissimi uccelli che ti giungevano in viso;
poi a quella festa la casa s’illuminava”
Ci pare di poter condividere, a distanza di tempo, il giudizio di Ruggero Jacobbi che inquadra i versi di Giagni nella stagione ermetica ma attribuisce agli stessi “temperamento autentico, capace di trovare subito un gusto e una misura” e soprattutto intesi a “rinnegare una idea evasiva di lirica”.
Gusto e misura che si ritrovano nella sezione “Diari” dove le parole e i versi sanno piegarsi alle intenzioni del poeta e, a tratti, sfiorano la delicatezza nella intensità della comunicazione. Sembrano essere tutti figli di quel primo verso che, secondo Paul Valere, è dono degli dei e costituisce il punto di riferimento, la gioia e il tormento del poeta.
E allora possiamo leggere:
“Sdraiata attendi il morso,
ti manca il sole sulle ciglia,
niente hai di me se non la noia,
sulle dita si posano le mandorle;
ortofiorito, mia speranza in cui la luce
ha un soffio.
Anche la terra è tiepida.
La parola si fa morbida, soffusa, delicata, a tratti quasi ovattata, e conserva il senso dello scivolamento e al tempo stesso consente immagini che si sovrappongono e si mescolano pur conservando ciascuna intatta la sua forza e la sua impressività.
Va detto, infatti, che vi sono versi straordinari per evocatività eppure presentati con il massimo della naturalezza quasi che il poeta nello scriverli non abbia sofferto il ripensamento e non abbia indossato il grembiale del fabbro.
E allora si può pescare quasi a caso: “E’ caduto ottobre sulle vigne acerbe” oppure “Tu somigli alla sera che mi sfugge”, e ancora “Il mio giorno l’ho segnato sul muro” e quindi “”Sulla strada ha gridato il cane/come una volta”.
Il linguaggio presenta sospensioni d’animo, richiami lontani, sensazioni intense, echi profondi con ancora immagini chiare che si stagliano precise e si definiscono anche agli orli:
“Ora mi piace rivederti seduta
al margine del fiume; cadeva
il cielo sul libro aperto da te
per incanto, la stanchezza si sciolse
dalle labbra sul verde della veste;…”
Il senso della lontananza torna insistente ma non ossessivo, quasi che l’autore abbia pudore a dichiararlo apertamente o che sappia tenere a bada il groviglio delle sensazioni e delle emozioni che arrivano da lontano e penetrano annidandosi nell’anima.
E la lontananza da recuperare attraverso la memoria e il ricordo è presente anche altrove come, per esempio nella sezione “Ballata del ritorno” dove il senso del recupero del passato è contrassegnato da elementi di concretezza e da una modalità linguistico-espressiva che rasenta il dato ipnotico ingenerando emozione e realizzando un’atmosfera di magia e di ammaliamento quasi di fiaba antica da raccontare e da vivere nell’incanto:
“Quante sere a contarti le parole
dietro le siepi, a soffocarti, amore,
senza un grido, senza un canto”
La stessa sensazione di rarefazione la troviamo altrove:
“La luna è bassa, già settembre
apre gli orti alle fresche rugiade;
è il tempo dei desideri per me,
per te, per le nostre parole”.
Ma già prima sensazioni leggere, seppure intense e significative vorrebbero quasi diluire la densità dei ricordi e ammorbidire il senso della sofferenza:
“Quante sere a ridosso dei muretti!
Dolce amica tu giungi
leggera e inaspettata…
…
Parli dentro di te,
sciogli i neri capelli…”
Altrove ci sono sprazzi minimi di nostalgia che il poeta non può fare a meno di dichiarare perché l’urgenza degli stessi scava strappi profondi nell’anima e allora egli cede alla tentazione di lasciarsi andare sia pure per poco:
“…mio paese ti cerco tra le dita,
nelle mie carte, in questi giorni ingiusti”
E non ha importanza quali siano i giorni di cui il poeta parla anche se risulta abbastanza facile immaginarli per chi sente dentro di sé la condizione dell’isolamento se non dell’emarginazione e dell’estraniamento che è condizione psicologica interiore e che induce a riflettere sul significato del titolo della raccolta di poesie “Il confine”.
E che cos’è dunque il confine cui allude con chiarezza il poeta?
Ci sembra che la cosa migliore sia dirla con le stesse sue parole:
“Il mio confine è un uscio
Il mio confine è un tavolo
Il mio confine è un foglio
sul quale muore e rinverdisce
la data della mia morte”
La poesia di Giagni risente di una revisione ricorrente da parte del poeta, mai del tutto soddisfatto della stessa e della sua resa, se è vero che ungarettianamente sosteneva la necessità, in poesia, della parola diversa capace di dire cose veramente nuove. Non va dimenticato che Ungaretti era stato uno dei primi e veri maestri che forse, lo aveva spinto, indirettamente, a superare la mediazione tra letteratura e scienze come del resto era avvenuto per Sinisgalli, tramite privilegiato nel sodalizio con Rossi.
Dunque il poeta tornava a limare i suoi versi, ad incastrarli perché le parole assumessero forza e si caricassero di tensione emotiva e acquistassero, nella giustezza dei toni e nella delicatezza, significanze multiple alludendo ad ipotesi di percorsi dell’anima.
Ci sono, e va detto con chiarezza, attacchi straordinari che da soli fanno la poesia. Basti pensare, quasi prendendo a caso, a versi come quelli che seguono:
“E’ alta la luna di febbraio
sui lunghi sbrecciati del fiume”
oppure:
“Suona una campana per te,
sul costone la sera si fa fioca,
trema il vocio della circonvallazione
là dove gioca il vento
tra le case d’oro…”
o ancora
“Alla mia prima età mi dissero “America”.
E “America” tuonò nel cuore del ragazzo,
“America” fu grido, urlo, amore
disperata parola, la prima seduzione”
Altrove, ma con la stessa intensità e con uguale carica emotiva si può leggere:
“Sulla strada ha gridato il cane
come una volta…”
e ancora:
“Fumano i laghi di calcina”
Ma il discorso non vale solo per gli attacchi poiché tutti i versi sanno mantenere alta la tensione che è quella di un uomo dal forte senso del pudore come ricorda Pratolini che in più di un’occasione ha avuto modo di evidenziare le qualità e le doti di Giandomenico Giagni.
Egli sovente ha sottolineato l’uomo buono, operoso, preciso nelle sue scelte, mai personaggio, anzi sempre tendente alla riservatezza, dolce nel carattere e mai troppo espansivo, capace di estinguere in un sorriso ogni moto di indignazione, incapace di scendere a patti o a compromessi per una sorta di innata pulizia morale. Rifiutava, per sé, ogni forma di aurea mediocrità per la qual cosa tenne caparbiamente segrete le sue poesie ed amava in maniera aperta e dichiarata alcuni luoghi che finivano per connotarsi come posti dell’anima.
Dopo Potenza e prima di Parigi, dichiara sempre Pratolini, amò l’Irlanda con la sognante Dublino, di un amore particolarissimo e ci piace richiamare per questo la poesia “Stagione incerta”:
“E’ una stagione. L’ultima, la prima,
forse una via di mezzo, non lo so.
Apriti Irlanda, sciogli i tuoi rancori.
A chi viene dal sud l’unghia è calda,
e caldo è il desiderio…”
Pure assai forte è il richiamo a gli affetti familiari e soprattutto alla madre ed è proprio quella che
“l’ultima nenia l’ha crepata dentro al cuore”.
Ma è anche quella che il poeta porta dentro di sé con i segnali minimi ma sempre significativi del legame forte e, magari, senza parole:
“…e lungo il Corso questa notte
breve pose i suoi passi, i sospiri atroci
che una madre mi dette abbandonandomi”
Ed è quella ricordata attraverso gli occhi del padre:
“Tu riposi così, senza rimorsi
al fianco della terra; tu sai che aprile
crepa le vigne, rialza il fuoco
sotto il paese. Morde i ginocchi
a noi, addormentati dalla noia.
I tuoi occhi ricordano mia madre…”
Ci sono ancora, per chiudere questo percorso, molti richiami alla luna che assume connotazioni particolari quasi in compartecipazione con gli stati d’animo dell’autore dal senso dell’attesa di cui il satellite terrestre si carica:”S’aspetta che giunga la luna”, al significato della sua presenza: “Era il tempo di luna sui canneti”, dal suo senso quasi di smarrimento: ”E’ da poco che le notti/trascinano la luna”, al suo splendore dominante:”E’ alta la luna di febbraio”, dalla sua assenza che esalta il bagliore dei fuochi nella valle: “…senza /la luna hanno brillato i fuochi/nella valle deserta”, alla vicinanza fin quasi ad avere la sensazione di poterla toccare nel segno dell’amicizia: ”La luna è bassa, già a settembre/ apre gli orti alle frasche rugiade…” e infine, ma si tratta solo di riferimenti minimi, al senso del dialogo con l’uomo che alla luna si rivolge per comunicare i suoi stati d’animo: “…alla deriva/ l’uomo assonnato parla con la luna”.
Ed è una luna che ci pare nostra, forse per la sua naturale disposizione ad essere di tutti in maniera personalizzata, e che richiama anche i nostri ambienti sicché ci pare giusto chiudere con Accrocca che afferma: “Nella poesia di Giagni tutto è sempre riconducibile alle radici del Basento, alle stagioni lucane divenute remote, ma di sicuro approdo per la memoria”.
E proprio la memoria deve contribuire a restituirci nella giusta luce, e senza ottenebramenti pericolosi, l’uomo e il poeta che rappresenta anche il senso della nostra identità culturale.