LE CONDIZIONI DELLA BASILICATA NEL XIX SEC.

0

LUCIO TUFANO

 

 

Alla fine della dominazione borbonica non si conoscono ancora le reali condizioni della Basilicata, e dopo l’inchiesta condotta nel 1735 da Rodrigo Maria Gaudioso, non si è mai soffermata l’attenzione del potere centrale.

Né i Discorsi di Giuseppe Antonini sulla Lucania del 1745, né le memorie topografiche-storiche della provincia di Lucania di Costantino Gatta del 1723, “le varie monografie dirette ad illustrare la storia di alcuni centri abitati della regione pubblicate nel sec. XVIII e nella prima metà del XIX, ci danno un quadro esatto delle condizioni nelle quali versavano le popolazioni lucane.

Né le notizie ed i dati statistici fornitici dal calendario per l’anno bisestile del 1824 del Del Re, né le memorie pubblicate nel Giornale Economico e Letterario della Basilicata, né il progetto di una statistica per la provincia di Basilicata di Giuseppe d’Errico – architetto del 1846 – suscitano alcun interesse a Napoli dove, della Basilicata, si conosce soltanto quanto ha scritto, nel 1847, Cesare Malpica nel suo “Basilicata, impressioni di un viaggio”.

«Sebbene le condizioni di questa regione siano tali da non poter sfuggire neppure all’osservatore più superficiale, i vari intendenti – scrive Tommaso Pedio – continuano a ritenere che la provincia loro affidata sia tra le più ricche del regno e, pur notando lo stato in cui vive la popolazione e condannando il sistema con cui viene praticata l’agricoltura, continuano, nelle loro relazioni, a porre in risalto la ricchezza di questa regione, né si preoccupano di chiedersi perché mai questa provincia sia stata la sola del regno a non partecipare all’Esposizione delle manifatture del reame tenutasi in Napoli nel 1834».

Cesare_Malpica

«Questa nostra Basilicata – affermava nella riunione del Consiglio Provinciale il duca della Verdura intendente a Potenza nel 1° maggio 1844 – abbondantissima di naturali risorse e vantaggiata dalla sua posizione, mancando le arti, di manifatture e di commercio, resta sempre stazionaria e non prospera.

Bensogiulio.

Lo stato normale della provincia è tale che senza immaginare una continuata successione di ubertose produzioni, si rivedranno ben sovente rinnovarvisi le stesse affliggentissime scene e la numerosa classe de’ contadini restarvi condannata a vivere una vita di stenti e di fatiche tra la grettezza ed il bisogno … l’omo vive misero in mezzo ad innumerevoli ricchezze perché la terra in mancanza di bene intese culture non dischiude i suoi tesori e per difetto di facili comunicazioni vi restano inviliti pochi prodotti grezzi che stupida abitudine vi prepara e raccoglie».

Solo nel 1857, Achille Rosica, più preparato e competente dei suoi predecessori, giunto nel gennaio dello stesso anno, intuisce che le condizioni della provincia non devono essere effettivamente quelle che sono state sempre prospettate a Napoli (R. Riviello, pp. 184 ss.).

«I centri abitati, costruiti quasi nella loro totalità sulla cima di monti quasi inaccessibili intorno alla Chiesa Madre o ad castello, sono costituiti da qualche casa palazziata accanto alle quali si addossano, senza alcun criterio urbanistico, dirute e sporche catapecchie».

TOMMASO PEDIO

“Le case sono pessimamente costruite non solo per la miseria del paese, ma anche perché in Basilicata l’arte del fabbricare … pecca … nei principi della composizione della malta o cemento … ed è ignara di ogni regola architettonica” (Pedio)[1].

La letteratura sulle condizioni economiche e sociali della Basilicata per quanto vasta non riesce a mostrare la gravità delle condizioni in cui versano le popolazioni di Basilicata nella metà del sec. XIX.

Su di un territorio di 10.675 kmq., di cui circa 3.000 improduttivi, oltre 1.000 a pascolo naturale e circa 2.000 a bosco (nel 1861 in Basilicata erano 826 boschi, per una estensione complessiva di 1.823 kmq., e di questi 20 appartenevano allo Stato, 328 ai comuni, 147 a corpi morali e 331 a privati (relazione De Rolland) vivevano nella metà del secolo XIX, 517.557 abitanti raccolti in 129 centri abitati dei quali nessuno raggiunge i 15.000 abitanti e soltanto cinque superano i 10.000. Nel 1860 superavano i 10.000 abitanti: Avigliano con 15.410, Maratea con 13.720, Potenza con 12.894, Rionero in Vulture con 11.439 e Lauria con 10.496. Superavano i 9.000 abitanti Marsico Nuovo (9.913 ab.), Melfi (9.670 ab.), Muro Lucano (9.438 ab.) e San Fele (9.412 ab.).

Gli scritti sulle condizioni economiche e sociali della Basilicata per quanto numerosi non sono sufficienti a mostrare la gravità delle condizioni in cui versano le popolazioni della regione.

Dell’intera popolazione il 17% viveva bene o male, di rendita, l’1% esercitava le arti liberali o quelle “vive” di impiego, il 3% era costituito da artigiani e da piccoli commercianti (bottegai), il 30% da lavoratori stabilmente impiegati nei lavori di terra, il 43% da braccianti agricoli ed il 6% da mendici, ossia da esseri che vivevano in completa povertà. La legge del 12 dic. 1816 prescriveva che, ogni quattro anni, in ogni comune venisse compilata una lista degli eleggibili alle cariche civiche ed ai consigli comunali, distrettuali e provinciali: per i comuni di I classe, i proprietari aventi una rendita imponibile non inferiore a 24 ducati e coloro che esercitavano arti liberali; per i comuni di II classe, oltre ai proprietari iscritti nei ruoli dei contribuenti per un’imposta inferiore a 18 ducati, ne facevano parte gli artigiani aventi bottega ed i commercianti.

Infatti, in Basilicata dove, alla fine della dominazione borbonica, prosperavano 97 conventi con 1.300 religiosi e con una proprietà immobiliare pari ad un ventesimo di quella dell’intera regione, 167 parrocchie e 171 chiese collegiate con circa 3.000 sacerdoti che, con i titolari delle diocesi, godevano di una rendita corrispondente ad un ottavo dell’intera ricchezza della regione, soltanto 3.000 abitanti sono benestanti, 5.000 avevano appena il necessario, 24.000 pochissimo, 121.000 quasi nulla, 345.000 erano nullatenenti, il rimanente era composto da mendicanti.

Ad eccezione del capoluogo della regione, dove viveva un ceto impiegatizio e numerosi esponenti della borghesia trasferitisi a Potenza per esercitare le arti liberali, negli altri centri abitati la borghesia terriera (poche famiglie che accentravano tutta la ricchezza e che si erano, praticamente, sostituite alla vecchia classe feudale ereditandone, con la ricchezza, anche la mentalità ed i privilegi di cui erano tenacemente gelose), esercitava una incontrollata azione economica che la spingeva, inevitabilmente su posizioni sempre più retrive.

Questa classe sociale, che su 517.557 abitanti rappresentava meno del 10% dell’intera popolazione lucana, disponeva di circa il 60% dell’intera ricchezza fondiaria ed oltre il 90% di quella mobiliare.

In uno stato di massima arretratezza e con un generale bassissimo tenore di vita, sfruttando la miseria altrui e, priva di qualsiasi scrupolo, esercitando l’usura e le continue ripetute usurpazioni di beni demaniali, questa classe aumentava il proprio patrimonio ai danni delle già misere ed impoverite popolazioni le cui condizioni non sfuggivano ai rappresentanti del potere centrale, indifferente e distaccato dalla tragica condizione del popolo.  

[1] Cfr. d. moschitti, Sui progressi delle manifatture dell’agricoltura della pastorizia e delle industrie nelle provincie del Regno del 1815 in fino ad ora, in Annali Civili – fasc. XC (nov. dic. 1855).

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento