DI Mario Santoro
La grande paura mondiale dell’invisibile portatore di morte, capace di attraversare meridiani e paralleli in tempi rapidissimi e di uccidere nel silenzio con rischio finanche dell’estinzione totale, sembra ormai alle spalle, ma non si sa se possiamo davvero dire con il sommo poeta Leopardi
“Passata è la tempesta:
odo augelli far festa”
e se, di conseguenza, possiamo imitare la gallina che
“tornata in su la via
ripete il suo verso”
ossia se possiamo tornare, con tranquillità, alla vecchie abitudini.
Passata è la tempesta?!…
Lo speriamo davvero!
L’esperienza del coronavirus ci lascia un’eredità davvero pesante come testimonia il volume di Gianni Molinari dal titolo “Non ce n’è coviddi” pubblicato per conto dell’editore Guida col racconto, puntuale e fedele, del Covid-19 che ha cambiato del tutto le nostre abitudini, i comportamenti, gli atteggiamenti, imponendo nuovi modi di rapportarsi agli altri e offrendoci un prezioso insegnamento: non insuperbire in nessuna circostanza mantenendo sempre un atteggiamento di umiltà, la stessa che spinge il poeta Zanella a non amare l’àlloro che “verdeggia eterno” ed è “pompa dei colli” e, contemporaneamente a preferire “la poverella vite… a capo chino, / sulla ventosa balza”. Insomma suggerisce un atteggiamento moderato e possibimente semplice e invita a non dimenticare troppo in fretta anche se, come scrive in prefazione Massimo Galli, il molto noto prof. ordinario di Malattie infettive all’Università di Milano, “La voglia di dimenticanza è abbastanza trasversale, anche se certamente più palese nelle parti politiche interessate a vezzeggiare i no vax…”
L’autore, capo redattore de “Il mattino” di Napoli, si avvale di articoli diversi per raccontare, senza enfasi e fronzoli, con stile direi giornalistico e con spirito di chiarezza e di verità, gli accadimenti infausti degli anni del Covid e correda tutto il meritevole lavoro di grafici efficaci e di vivaci ed estremamente significativi disegni del vignettista Riccardo Marassi, che alleggeriscono la tensione emotiva che il testo suscita inevitabilmente.
L’esposizione risulta, dunque, estremamente diretta e chiara, documentata e puntuale, a tratti dal sapore cronachistico, agile e leggera nelle indicazioni che, regolarmente datate, contrassegnano il lungo faticoso e sofferto percorso e offrono al lettore la possibilità di confrontare dati diversi e situazioni particolari e di pervenire a una migliore interpretazione del fenomeno che ha messo a soqquadro il mondo intero.
Si inizia dalla data fatidica del 4 marzo di cinque anni fa, e la mente, che è abituata alle bizzarrie, salutari per l’uomo, a volte, già rimanda le dolci note dell’indimenticato Lucio Dalla, “Dice ch’era un bell’uomo e veniva dal mare”, nell’improbabile paragone virus – sbarco degli Americani con le tantissime possibili implicazioni, quando ancora la “pandemia non era ufficiale (l’Oms la dicharò l’11 marzo), ma era già chiaro che all’indomani le cose sarebbero state diverse”. Ed è subito uno stravolgimento totale delle abitudini dell’uomo con la consegna che Molinari sottolinea con puntuale precisione del ‘tutti a casa’ in una sorta di chiusura e di tentativo di sfuggire al ‘male oscuro, sconosciuto, invisibile’, e con il miracoloso ricorso alla tecnologia, alle semplificazioni che essa sembra offrire ma contrastivamente anche alle complicazioni che può generare, in una corsa febbrile, a tratti disperata, con attività di smart working, con lezioni scolastiche online, con le reti di distribuzione che, a tratti, sembravano impazzire, con un crescendo di informazioni e disinformazioni, e con i morti a catena, al Nord come al Sud, in progressione allarmante: un inferno vero e proprio. L’autore non enfatizza -non è nel suo stile- tutto il fermento che si creò, quasi all’improvviso, con il permanente senso di incredulità e la tendenza da un lato a minimizzare e a considerare esagerato l’allarme da parte degli ‘uccellacci del mal’augurio’, per usare un’espressione collodiana, dall’altro a disegnare un quadro, spaventosamente vero e terribile, e terrificante o quanto meni uncerto per usare un eufemismo. Inoltre fa bene a non attardarsi sulle tante voci in circolazione, preoccupate e severe o, al contrario superficiali e leggre, sulle cosiddette ‘fake news’, su certe manifestazioni a dir poco particolari, nè si sofferma a raccontare circostanziati dettagli che pure gli sono ben chiari. Salta a pie’ pari le manifestazioni spontanee, le dimostrazioni di comunanza e di vicinanza virtuale, i saluti anche volutamente festosi dalle finestre e dai balconi, qualche sparuto applauso, il canto corale di motivetti oreccchiabili, l’accensione di luci colorate in movimento, il frenetico rincorrersi di comunicazioni spesso contraddittorie per non parlar dei tanti messaggi legati alla fede, magari riscoperta per la circostanza, al bene, alla pace, all’amore, alla concordia e dei tanti video stravaganti, volutamente grossolani o, al contrario delicatamente sottili, schematici e finanche di cattivo gusto.
Tutto questo lo dà per acclarato e fa bene.
Non si ferma ad una narrazione puramente memorialistica, a vantaggio di un discorso di concretezza e di realtà, con la riproposizione di numeri, solo apparentemente freddi, di rilievi importanti, di una documentazione, a tratti dettagliata e rigorosa e sempre fedele, con elementi di critica ragionata e senza sensazionalismo di maniera e dunque in controtendenza con talune categorie contemporanee, votate al futile, al velleitario, al falso. Basterebbe allo scopo leggere quanto Molinari scrive sulla differenza tra libertà di protesta ed eversione da parte di gruppi contrari all’uso dei vaccini e alla tendenza ad andare ben oltre il lecito:
“…Benché le manifestazioni non fossero state autorizzate, la tolleranza di chi gestisce l’ordine pubblico le ha sempre consentite, anche se fuori da ogni regola, perché si è ritenuto che proibirle o far intervenire le forze dell’ordine avrebbe avuto effetti controproducenti”
Di qui la inappellabile condanna ai facinorosi:
“Una cosa è la protesta, altro è quello che si sta vedendo in queste ore. E’ inaccettabile la violazione del domicilio, la diffusione delle informazioni personali, il pedinamento delle persone, le botte ai giornalisti, l’organizzazione dell’invio massiccio di mail e messaggi Whats App, così come l’idea di bloccare i treni: le opinioni e la libertà di manifestare sono una cosa e sono sacre, il ricatto e la violenza ne sono un’altra”.
L’autore mostra di essere attento ed essenziale e riporta impietose tabelle con i dati che provengono dagli ospedali e dalle Asl. I numeri risultano impressionanti tra positivi, tantissimi ogni giorno, guariti in crescendo, morti in diminuzione e numeri sempre più alto di tamponi. E poi non mancano utili confronti tra le varie regioni italiane e grafici, a segnare l’andamento del fenomeno, per settimane e mesi. Ma non si tratta solo di dati che rischierebbero il senso dell’aridità perché Molinari, che è attento alle situazioni di dramma che si verificano tutti i giorni, inserisce nel suo prezioso lavoro anche rimandi a persone.
Vale la pena ricordare la dipartita, per la casa del padre, dell”atleta potentino Nino Sabia, “l’ex mezzofondista due volte finalista olimpico degli 800 metri piani, a Los Angeles nel 1984 (quinto) e a Seul 1988 (settimo), vincitore dell’oro sugli 800 agli europei indoor di Goteborg”. Il ricordo della morte di Sabia, per il quale nemmeno la terapia con il “Tocilizumab, il farmaco antiatrite, sperimentato dalle équipe degli ospedali oncologico Pascale e dalle malattie infettive Cotugno”, non solo non ha sortito alcun effetto, ma ha dato la stura a polemiche legittime ma anche facili e velenose, sulla gestione del Covid-19, con interrogativi destinati a rimanere senza risposta. Il lettore, che un poco soffre la impietosa lettura delle tabelle e quasi rivive le drammatiche giornate con i morti ovunque, i divieti pesanti e le obbligatorie mascherine, tira un respiro di sollevo quando l’autore scrive che dopo qualche mesi di situazione insopportabile, sembra aprirsi uno spiraglio: “Il lockdown fa effetto: a metà aprile, verso Pasqua, comincia la fase della discesa…”.
Non a caso si assiste alla diminuzione tanto del numero dei positivi al virus, quanto dei morti.
E allora si apre uno spaccato sulle varie operazioni politico-economiche che suona come reprimenda e condanna nel ricordo nel ricordo di quelle che Molinari definisce “migliori porcate” nella settimana del Ferragosto, in barba quasi al paese che “piange per qualche disgrazia”, la cosiddetta discutibile norma ‘salva Telecom’, ma anche le gravi questioni di Airbnb, di FlixBus Italia e l’ennesimo salvataggio di Alitalia.
Si tratta di situazioni che divampano e alimentano dibattiti accesi mentre, per fortuna, in data 5 giugn 2020 il giornale “Il Mattino” può annunciare, con palese sollievo: “Nessun positivo ieri in Campania al covid-19”.
La comunicazione suona quasi come un segno di liberazione e di vittoria anche se non ha il potere di mettere a tacere le notizie negative di sempre: il PIL italiano peggiore in Europa, episodi decisamente indecorosi, voci gravi sicuramente incontrollate, interessi non chiari e, dopo la calda estate, il ritorno della seconda ondata del covid che non impaura più di tanto ma immalinconisce. Segue la nuova speranza da coltivare, accompagnata da bonus, da ‘fondi perduti’ per sostenere le famiglie, veramente bisognose e non, con tante polemiche inevitabili, con l’introduzione del ‘cashback per incentivare l’uso della moneta elettronica’ e finalmente l’avvio verso la normalità con sempre nuove contraddizioni, accuse e contro-accuse, dibattiti velenosi e sterili, praticamente su ogni dettagio, con schieramenti sempre contrapposti.
Su tutto scoppia ‘il grande affare delle mascherine’!
E ancora numeri e numeri ma non sterili anche per abilità dell’autore di saperli porgere con argmentazioni di ampio respiro e un sotteso interrogativo, quasi lasciato alla disponibilità del lettore che, seppure un poco si intristisce dinanzi ai dati che rimandano crudamente ai morti, ossie alle persone che lasciano intorno affetti, sentimenti, tenerezze.
L’interrogativo è legato alla necessità di ricordare sempre che la nostra vita, ancorché misteriosa e straordinaria, è precaria e basta un accidente qualsiasi come il coronavirus a creare lo scompiglio, il disorientamento, lo sgomento.
E questo dovrebbe consigliarci la solidarietà, la disponibilità, l’accettazione, l’umiltà, l’inclusività con tutti, abbandonando ogni forma di individualismo e dovrebbe farci capire che la natura è bene comune e tutti ne dovrebbero godere con parsimonia, raziocinio ed attenzione quasi “pane quotidiano” per ricordare il “Pater noster”; insomma essa deve servire alla soddisfazione di tutti gli esseri umani e non essere profitto di pochi.
Se le cose stanno così, forse dovremmo condividere l’idea socratico-platonica della comunanza dei beni piuttosto che quella della necessità della divisione come sostiene, con argomentazioni, pure in gran parte stringenti, Aristotele.
Certo in un mondo ideale potremmo fare nostra la giustizia della condivisione dei beni come afferma sant’Agostino che era talmente convinto di ciò da non accettare l’ordinazione di chierici se essi non ponevano tutto in comune e dichiarava che togliere la proprietà è cagione di maggior splendore.
Ma non aspiriamo a tanto. Ci basterebbe ascoltare l’invito di san Tommaso che, pur nel riconoscimento del valore della proprietà, afferma che, nel bisogno estremo, tutte le cose sono comuni.
Questo clima di condivisione e di comunanza il coronavirus lo suggerisce con discrezione e garbo il prezioso volume di Gianni Molinari e suona quasi come un monito con la chiarissima “Appendice statistica” da non dimenticare, che non ha certamente bisogno di commento perché se ne comprenda l’importanza.