“GIOVANISSIMI”: CALCIO, SCUOLA, DROGA E AMORE IN PERIFERIA

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di Antonio Lotierzo

Secondo romanzo di Alessio Forgione (n. a Napoli,1986) questo “Giovanissimi” parte da quelle scuole di calcio che svolgono una funzione di formazione educativa e caratteriale (alla resilienza esistenziale ed alla lealtà verso le prestazioni di merito) per gli adolescenti delle periferie e non, interpretando moralità che svolgevano le parrocchie o le associazioni come i ‘boy scouts’ o Arci. La casa editrice NN di Milano, in accordo con Grandi e Ass.,ha inserito Forgione fra gli affermati scrittori della collana ‘la stagione’, in cui gli autori sono capaci di creare un proprio mondo compiuto, a partire da una realtà scottante (non solo Antonio Franchini ma di più Kent Haruf che, con La strada di casa, ha rimpolpato i bilanci dell’editrice cercatalenti). Perche? Per la qualità della scrittura con cui ricostruisce la miseria quotidiana (che va da Pinocchio –in exergo – ai Pulcinelli del quartiere Traiano) di adolescenti che non hanno famiglie alle spalle (separazione dei genitori, con intenso richiamo verso la madre assente ma desiderata e avvertita come ferita aperta, dolore languente con cui si parla; con un padre che ce la mette tutta a reggere l’economia domestica ed a seguire il figlio nei risultati alterni al Liceo). Il tutto in una Napoli che, sullo sfondo, appare nella sua precarietà e con avvertita diversificazione sociale fra vie e quartieri, che nessuna amministrazione democratica è riuscita a stemperare.

Alessio Forgione

Eccoli, ascoltiamo la scrittura: ”Ci sedemmo a tavola e lui (il padre), ogni sera, tornando da lavoro, si fermava e comperava il pane sfornato nel pomeriggio. Mi chiese com’era andato l’allenamento e gli raccontai di Petrone e che il Mister ci aveva detto ch’era un esempio e dovevamo ricordarcelo. Gli dissi che non avevo capito d’esempio per cosa. Mi rispose che aveva fatto bene e si chiamava buonsenso. ”Mettiamo che nella tua classe sono tutti poveri e i genitori non lavorano e i tuoi compagni vanno a scuola con le scarpe rotte, con i buchi che sotto si vedono i calzini e tu, invece, sei ricco e ti compri un paio di scarpe da centomila lire. Secondo te è giusto andare a scuola con quelle scarpe?”(p.13) ( o col telefonino più caro o il vestiario più costoso?) Il valore del ‘rispetto’ come sola cosa che conti, il rispetto che dai, non quello che ricevi. La scrittura di Forgione è rapida ed efficace, la paratassi veloce, intrisa spesso da anafore, dalle ripetizioni di attacchi di frase, come i vari ‘disse che’ che infiorano le discussioni. Il protagonista, Marocco, (per i capelli ricci  e pelle olivastra) viene coinvolto da un amico in una vendita di droga a scuola, a cui va sempre più svogliatamente, litigando con le docenti e nell’uso di ‘fumo’, consumato per depressione nei non luoghi delle stazioni metro. Con la vendita dell’hashish si sarebbe comprato un motorino! E il padre resta inascoltato nelle sue prediche:” (Questo) significa che i soldi vanno meritati, non vinti. Per questo devi studiare”.(p.47)  Segue la descrizione del Natale, non apprezzato da Marocco ( esempio del nichilismo vuoto dei ragazzi) anche per le visite ai parenti ed appare la voce della nonna, non amata per via di quella sua cultura  afemminista che la portava a giustificare sempre il figlio ( suo padre) e mai la nuora, accendendo conflittualità dolorose. Poi seguiamo Marocco in altre partite (con sue violenze e astuzie); poi arrivano due pagine veloci in cui è narrata la storia di un omicidio giovanile, per futili motivi amorosi, legati ad una ragazza contesa e per cui un suo amico diventa omicida, pagandone a vita. Forgione inanella, di tanto in tanto, nelle sequenze alcune frasi esoteriche come queste: ‘ e il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire’  ed anche ‘ la pace ritornò ma il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore’ (che ho rintracciato come testi di canzoni di Franco Battiato). A metà di questa storia di inquieta formazione, di adorato e complesso apprendimento del calcio, di scuola ambivalente e di modesti commerci di droga, di depressione affettiva e violenza sociale irrompe una ‘allegra, rumorosa, sincera’ ragazza, Serena, che modifica il clima del romanzo, aprendolo alle prime descrizioni d’amore e da qui la vita vola… A dire il vero, avrei dovuto accennare  a Maria Rosaria, ma sta con Lunno, l’amico di vendita e di motorino, per cui tanto vale lumeggiare  la sua cugina di Fuorigrotta, Serena, dai capelli castani e le scarpe di ginnastica argentate, studentessa dell’alberghiero, amante del mare, che genera in Marocco un uragano d’affettività ed a cui confessa l’amore per il paranormale, gli Ufo e gli alieni giunti su astronavi, ed i fumetti, specie Dylan Dog. Ed ecco, dopo un té, il bacio:” Mi voltai di nuovo e lei si girò verso di me. Senza avvertirmi, senza dire nulla, e senza che io sapessi niente mise le sue labbra sulle mie. Ci volle un attimo. Posò la bocca su di me e sentii il respiro uscirle dal naso e mischiarsi col mio. Chiusi gli occhi, perché vidi che lei così faceva e rimasi immobile, cercando di respirare ma senza far rumore. Dopo un secondo le mie labbra vennero toccate da un oggetto viscido e molle, umido, una lumaca. Aprì la bocca e con la lingua mi scassinò le labbra e mi sfondò i denti e li buttò giù tutti. Fu dentro e fu lei a muoverle, a far ruotare le nostre lingue. Mi fece ballare senza che lo sapessi fare, guidandomi  e mi sembrò di dimenticare”(p.120) Notevole stile e descrizione, non vi sembra? E allora andatevi a leggere il resto, i sogni con la madre e quel continuo suo doloroso riapparire nei pensieri – anche se si è trasferita a Bologna; l’indicazione di F. Battiato come cantante preferito (“In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore”, canta in Bandiera bianca)(p.134); un furto in appartamento, la morte di un ladro amico che diventa premonizione di una vita che sarebbe finita male, senza che Marocco abbia la possibilità o la forza di evitarlo, di cambiare rotta. Intorno è la massa informe, presente ed invisibile, della città di Napoli, fra via Caracciolo e via Epomeo (“ avanti e indietro, e la gente si muoveva e noi pure”p.118). Forgione è il migliore scrittore di Soccavo, come M. De Giovanni lo è di Chiaia, come L. Incoronato del Museo ,D. Rea di Spaccanapoli, R. Saviano della ‘Gomorra’ anche cinese-portuale. E’ in questa tradizione che s’innerva Forgione, con più lontano P.P. Pasolini e certo neorealismo critico, vista la fine atroce dei protagonisti, di cui qui si tace. Gli fa onore il suo rinvio a R. La Capria con omaggio, nel precedente ‘Napoli mon amour’) ma La Capria appartiene ad un altro cerchio napoletano, come ancora diversa è la piccola borghesia arrabbiata di D. Starnone di Via Gemito. Per questa sua originalità di timbro e di scavo sociale, per la resa misericordiosa della peccaminosa fragilità dei ‘giovanissimi’ che vivono nel presente irrelato Forgione si legge volentieri e ti fa piacere sapere che verrà, dopo questa pandemia, ripreso a teatro e tradotto in francese e russo.

 

 

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Sull' Autore

Antonio Lotierzo

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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