GLI ELETTORI IMPAZZITI E IL MAGGIORITARIO SCELLERATO

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Marco Di Geronimo

Dal “partito di Bibbiano” a un “alleato speriamo più leale di quello di prima”, dai “cialtroni” a “alleati strategici in Umbria”. Passa il tempo ma passa più veloce la propaganda. L’elettore si sente smarrito. Ma è inevitabile se al posto dei partiti votiamo brand e slogan. Un disastro che viene da lontano e va analizzato perbene.

Nessuno si stupisce della metamorfosi del Movimento 5 stelle (o perlomeno sono in pochi a farlo). Se destra e sinistra pari sono, va bene prendere i deputati una volta lì e una volta qui. Matteo Richetti invece si straccia le vesti perché quello che un tempo orgogliosamente si definiva “l’unico partito italiano” cambia posizione e asse di gioco. Nell’uno e nell’altro caso però ci si dimentica qualcosa: che non c’è niente da tradire.

Un partito è una comunità politica, cioè un insieme di uomini che lottano e s’impegnano in una serie di sfide e proposte in nome di un ideale comune. Questa seppur breve e imprecisa definizione non è soddisfatta né dal PD né tantomeno dal 5Stelle. E però serve questo per affezionare l’elettore, perlomeno per dargli la parvenza di star investendo il suo voto in qualcuno che ha una coscienza (politica) e lotterà per i suoi ideali.

Si può dire che qualcuno in Parlamento (non solo PD e M5S), al di là della coscienza, abbia degli ideali imprescindibili dai quali non si separa e che  persegue all’infinito? Impossibile. Anche se ce li ha, sono singoli individui. Che per questo si muovono di persona e non hanno remore ad abbandonare il proprio cosiddetto partito.

La politica è diventata tattica di breve periodo. Ed è per questo che i Parlamenti invecchiano a gran velocità, con masse di elettori che si spostano all’improvviso da una parte all’altra. Certo il riassetto del quadro politico che l’Italia ha iniziato nel 2017 e completerà nei prossimi anni è una fase storica eccezionale. Ma sfrutta meccanismi ed elementi maturati negli ultimi trent’anni.

A ogni elezione ognuno si sente autorizzato a rompere le righe della propria comunità e unirsi, sulla base di vaghi appelli elettorali, ad altre persone col proprio piccolo pacchetto di voti. Il fenomeno si è così esasperato da aver completamente distrutto i partiti più piccoli (galleggia solo Fratelli d’Italia e, ormai, Forza Italia). E questo dipende dal fatto che le elezioni non servono a rappresentare qualcuno ma a determinare vincitori e vinti. Questa è la logica perversa del maggioritario: un sistema elettorale che veste le due coalizioni di camice di forza strettissime e condanna all’irrilevanza i terzi poli («extra ecclesia nulla salus»).

Il maggioritario in tutte le sue sfumature brucia e spreca migliaia, milioni di voti. Il senso di partecipazione dell’elettore ne esce svuotato. E ancora più indebolito dalla trasformazione dei partiti da comunità a comitati elettorali in cui comanda un capo di turno. Nei quali scissioni e fusioni si consumano per futili motivi apparenti (e per mera tattica profonda). Gli iscritti ai partiti non contano più niente e non possono controllare i gruppi parlamentari. Gli elettori votano ma il sistema elettorale distorce le proporzioni. La competizione spinge i partiti ad assumere posizioni vaghe e intercambiabili per risultare attrattivi, rese ancora più vaghe dall’osmosi continua di gente che entra ed esce da ogni simbolo solo in virtù del guadagno che trae dallo spostare il suo pacchetto di voti. E in più agli elettori è proibito perfino influenzare la composizione dei gruppi, sottraendo loro (ormai dal 1993) il potere di esprimere una preferenza.

Un tempo votare DC, PCI o PSI aveva un chiaro significato, intellegibile da chiunque. Le scelte dei politici erano prevedibili o comunque giustificabili. I partiti e gli uomini politici avevano una storia, una filosofia, una carriera e un programma coerenti tra loro. Anche le alleanze si perfezionavano seguendo una logica che trascendeva la mera matematica: ne è una dimostrazione il peso che raggiungeva il PSDI (o il cambio di rotta imposto dal PLI con il passaggio dal centro-sinistra organico alla formula del pentapartito… ma non addentriamoci troppo in un argomento così grande).

Votare comunista non significava che tu diventavi o eri comunista. E neanche che fino in fondo sapevi cosa significava il comunismo. Ma votare comunista (o democristiano o socialista o liberale o eccetera eccetera) aveva un significato intellegibile da chiunque e delle conseguenze chiare a monte.

Oggi si votano i partiti come si scelgono le bibite per una festa. Sono scelte che si fanno in base ai gusti e alle mode del momento, perché una chiara alternatività politica manca tra le varie opzioni in campo. O meglio, ne manca la percezione tra gli elettori. Si fanno liste e slogan con le grafiche dei prodotti commerciali, senza una vera ideologia a sorreggerli. Si sostiene qualcosa perché conviene o non conviene nell’immediato. Vedi per esempio la proposta per l’abolizione del proporzionale del centrodestra, che serve a massimizzare il proprio risultato elettorale, o la proposta per la sua estensione avanzata da PD e M5S con intenti opposti.

Gli unici a mantenere una propria purezza sono proprio gli impuri, gli ideologi di questo sistema perverso che annichilisce e liquefa la rappresentanza politica. Prodi e Veltroni. Che sostengono, a pieno titolo, il maggioritario e l’idea di PD macedonia («ma anche»). E allora sì, continuiamo a non avere un orizzonte intellettuale, mischiamo liberali, socialisti e comunisti insieme, una mano di vernice progressista su quattro parole prive di senso (ma qualcuno ha il fegato di leggere articoli, discorsi e libri dei leader del centrosinistra oggi?), facciamoci del male.

Le istanze di giustizia sociale, ecologica, sessuale e culturale vogliono forse significare che serve un nuovo polo socialista da qualche parte? Nossignora non sia mai. La tendenza europeista e liberista sempre più forte vuol forse significare che serve un partito autenticamente di centro, privo dei socialdemocratici che fanno schifo a Renzi? Assolutamente no. Continuiamo con la formula macedonia circondata da cespugli-cartelli, canditi indistinti che non raggiungono l’1% (v. CP, v. Insieme), tenuti insieme da un maggioritario perverso.

Anche il centrodestra concorda. Chissà perché però il centrodestra ha intuito da tempo (almeno un anno e mezzo) che la formula vincente è una formula con tre partiti, ciascuno con una identità netta e forte. Il partito piccolo ma solido, reazionario e nazionalista. Il partito equivoco ma grosso, conservatore e con ammiccamenti religiosi. Il partito ormai piccolo ma solido, schiettamente liberale. Identità diverse, unite da un fil rouge naturale prima che dalla dichiarazione di collegamento depositata all’Ufficio elettorale del Viminale. Tutte convinte del maggioritario: guarda caso quel sistema che sfavorisce l’avversario sia nella ripartizione dei seggi sia nella definizione delle proprie identità. Qualcuno può eccepire: anche loro le hanno costruite sotto il maggioritario. Già: sfasciando il partito macedonia nato come contraltare al PD.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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