IL POTERE DEGLI ANNI ’60, GLI INTELLETTUALI E LA POESIA

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LUCIO TUFANO

 

Fa d’uopo partire da quell’usato e logoro “nemo profeta in patria” per constatare che i “nemo”, i nessuno, non hanno più emigrato ed hanno finito per diventare loro i profeti. Una poliedrica schiera di oracolisti fa ressa ormai in provincia; e non si tratta solo di profeti ma anche di sibille che si arrovellano nel tentativo di tenere il primato dell’arte e della cultura. Ogni società esigeva fino a qualche tempo fa una unica identità professionale e pubblica, una distinzione ben netta della personalità singolare rispetto alla collettività, al popolo, ad una classe. Era proprio per questo che funzionari, spergiuri, voltagabbana, opportunisti, ingordi non potessero professare arte e poesia indisturbati. Né arrogarsi la facoltà di profetare. Né fu mai possibile un rapporto stretto tra società e poeta, neppure quando la società era semplice e meno complessa e poeta era sinonimo di bello spirito stravagante per la libera disponibilità e la nobiltà dei sentimenti. Fin da allora, da quella epoca così romantica iniziò il dissidio tra poeta e società: la carica ideale e l’affiato furono quasi sempre in conflitto con la realtà spesso ostile e … specie con il potere. Con il mondo moderno e scientifico, con le ideologie, con i miti del progresso è poi venuta ancor meno la funzione profetica dello scrittore e dei poeti a ragione di una frattura sempre più grave tra la società che non li comprende e il potere che, avversato o deriso, li discrimina e li perseguita.
È per questo che per tantissimi decenni si è sempre combattuta una guerra fra scrittori, poeti ed artisti e la società organizzata, anche se questa non di rado ama leggerli, ascoltarli, apprezzarne le opere, decretandone la fama, l’onore e il successo. Ma il poeta e i pittori sono gli incorreggibili ribelli, scapigliati e perdigiorno, mai contenti o soddisfatti.
Quando le ipocrisie dell’esistere distorsero i significati e i messaggi insiti nel linguaggio letterario, si tentò da parte dello scrittore di diventare uomo politico, leader rivoluzionario.
Nacque così l’impegno politico, spesso estremista: Majakovskij e Pasolini, Celine e Jacopo Ortis, Levi e Scotellaro. Il poeta diventò anche surrealista, ermetico, realista ed esistenzialista. Tentò un rientro nel carisma, come taumaturgo che vuole compiere le sue guarigioni, demiurgo terrestre cui sta a cuore rinnovare la società e sconfiggere l’abituale perfidia degli uomini tramite il suo fenomeno che strabilia e stupisce. Così la poesia ha operato la sua catarsi.
Ecco perché il vero artista è sempre uno che di solito si oppone. La sua vera, autentica identità è quella di essere contro. Van Gogh, Ligabue, Tolouse Lautrec, Pablo Neruda, Garcia Lorca, furono poeti e pittori fastidiosi e scomodi, senza omettere Picasso, Mirò, Rafael Alberti e Ortega, che sono simbolo ed esempio di come l’arte, pur con diversa forza di espressione e coraggio, può assurgere a guerriglia in difesa della libertà.
Ed ha ragione chi sostiene che la cultura non va mai d’accordo con il conformismo, con le strumentalizzazioni che ne fanno i gruppi di potere, con la retorica, con la demagogia e il denaro.
Ma come si spiega che oggi vi sono poeti e pittori amici del potere? La ridondanza di nomi e di esempi può far credere che qui da noi, in questa barca senza nocchiero dell’assillante proporsi tra artisti e società vi siano molte entità degne di tali raffronti. Ma si costata come la menzogna costringa tutti a fingere di non capire. Solo nella menzogna possono campare tutti, anche le moltitudini di poeti sedicenti, di pittori e di artisti. La falsa poesia è condivisa, tollerata, compatita, quasi accettata, giacché è invalso l’uso esporsi.
È forse questa forzosa democrazia che pretende di comprenderli tutti nel suo ventre paternalista, questa democrazia ipocrita e consensuale, unanime o maggioritaria, della proporzionale e delle clientele, che considera i pittori come coltivatori diretti e i poeti come iscritti di qualche sindacato? È appunto nella menzogna che tutti si possono salvare, tutti devono rimanere contenti: Lo esige forse una classe dirigente “buona”, che ama i clandestini, i drogati, gli andicappati, i detenuti, perdona ai criminali, è antifascista e non è razzista, è anche addirittura cattocomunista …
Nella città di Lilliput gli gnomi si coalizzano per adularsi a vicenda, per citarsi sulle recensioni e nelle presentazioni; per congratularsi con le stramberie che si scrivono e le assurdità che si dipingono. Alloro frequente complotto sfugge solo chi reagisce ignorandoli.
Perfino la celebrità, un concetto (astratto?) custodito dai secoli, ora è sbrindellato, lacerato dal video che ne fa lenzuola e volantini per coprire città e regioni.
Si basava su di una concreta manifestazione di creatività e talento. Ora è solo voce che si diffonde sui telespettatori e tra le congreghe di vanagloriosi.
Dove sono finiti gli intellettuali? I professori d’Università affaccendati in altre attività che in omaggio alla cultura ripetono le graduatorie di sempre? I trafelati Presidenti delle Proloco, di enti e di circoli, di comitati fermi a celebrare le vecchie e nuove reclute, i fautori di premi culturali che non recuperano nulla di quanto vanno ogni anno scrivendo sulla lavagna che viene di volta in volta cancellato. Quelli che operano con giurie di narcisisti ed arrivati, di presidenti onorari proprio a segnare un tempo che non scorre mai?
E la moltiplicazione dei parchi letterari? Quanti parchi in una regione di appena 600.000 anime? Un conflitto di zone e di campanili, una guerra in cui i cavalieri appiedati si avvalgono di stendardi, stemmi, versi e risorse naturali sempre da valorizzare?
Imperversa la poesia dei mille, dei duemila. Esibizionisti improvvisatori si propongono a iosa, alimentando i veli pietosi della menzogna.
Imperversano nel voler imporre quintali di poesie ad un pubblico di lettori che spesso non legga.
Istituzioni, biblioteche, centri e circoli culturali, gruppi e piccole mafie somministrano ogni giorno presentazioni, recensioni, letture, pubblicazioni e conferenze su poeti, mostre di pittura e scrittori. Anche la TV nazionale spesso propina lunghi sorsi di trasmissioni e di programmi pseudo culturali, su arte e poesia, per lo più giustificate, le più subdole ed insignificanti, da punte elevate di auditel.
Si spegne intanto ogni vivacità creativa, si annienta il dibattito, e sia i poeti che i pittori si riducono in un piatto codazzo di mediocri e di conformisti.
Ecco che dall’immobilismo culturale derivano quasi tutte le difficoltà per una rinascita dell’intera regione, di una regione ferma al levismo, ai poeti degli anni ’50, allo strapaese e al mondo contadino, alle iconografie del 300, alle Isabelle del 500, al brigantaggio e ai fuochi del Basento, a pochi quotidiani che non si sa come sorgono e non si sa come tramontano e nei quali si offre sempre meno qualità culturale, anzi sono più cronacari di paese che osservatori di evoluzione e di progresso, specie per la civiltà urbana, ai pacchetti colmi di illusioni e di assistenza e alla ennesima ipotesi di sviluppo. Una regione governata da gruppi che si avvicendano nei partiti e nel governo della cosa pubblica con tradizionale ed ostentata bigotteria e con l’istinto di prendere o di conservare qualsiasi oncia del potere, occupando posti in enti pubblici e ruoli nella società. Una regione afflitta dalla ricerca frenetica di tutti i lucani nel mondo, animata da uno spirito di solidarietà per la terza e quarta generazione di emigrati perfino negli Stati Uniti, nel miraggio imperialistico di qualche novello Marco Polo, e per stipulare sempre nuovi negozi e trattati economici per la esportazione dei nostri prodotti storici; una regione ove la classe dirigente è sempre la stessa anche se dal doroteismo notabiliare si passa al sinistrismo di facciata e scissionista filocomunista.
Gli illustri intellettuali Fortunato, Nitti, Gianturco, Delzio, a scopo pedagogico, vengono citati, graduatorie di ruggine più o meno colluse con il potere, di notabili privilegiati, mentre si dimentica quanti intellettuali abbia avuto la Basilicata, non citati. Ecco perché occorre chiarire che il potere è uno status non sempre congeniale con l’arte e con la cultura. Spesso arte e cultura sono antipotere e ribellione.
Eppure chi fa riferimento a quelle vite spese per la cultura e per la scuola come quelle di Tramice, di Tramutola, di Lichinchi, di Tomasillo, di Franculli, di Gagliardi e di tanti altri, quelle vite spese dai viventi nello scorcio di questo secolo, e a diverse generazioni, ricordano assiduamente di essere coscienza e rimorso?
I falsi d’autore invece passano e ripassano come venditori di semi e di ceci arrostiti, propinando ai passanti manciate di versi raccolti dai loro zeppi tascapane, i nuovi Catoni della storiografia si affannano a reperire vicende della Repubblica Partenopea del 1799, o grattano nella polvere degli incunaboli assediati da milioni di acari.
E i morti? Solo se andranno a turbare i sonni dei presidenti di Provincia e Regione per ottenere il patrocinio o per farsi sponsorizzare potranno fruire di un loro ritorno. Ma la celebrità, che un tempo per i padri era la dea che a stento superava i monti, i fiumi e il mare, ora avvolge di una aureola di gloria i fessi, i furbi e, quel che è peggio, i falsi profeti.
«Noi dobbiamo sapere quello che il potere è, ed opporgli in coscienza interiore di sentirci liberi, anche in catene, persino con la necessità della lingua nel piatto del potere, per sopravvivere. Schiavitù è quando invece non sappiamo di essere schiavi, ed in realtà lo siamo, accettando la nostra condizione mentre basta una parola per salvarci e renderci la libertà dentro»[1].
Lucio Tufano
[1] Tratto da “L’arte come guerriglia culturale” di G. Selvaggi. Nuova Trevi. Roma.
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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