GLI STRAORDINARI COLORI RITROVATI DELLE SCULTURE DELLA MAGNA GRECIA

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Anche il progetto di dottorato del Dipartimento di Scienze Umane che presentiamo oggi gode di un finanziamento della Regione Basilicata, in quanto dottorato industriale 4.0. Ormai cosa sia un dottorato industriale e perché sia nato lo sappiamo– afferma la prof. Maria Chiara Monaco. Anche stavolta, a dimostrazione di una selezione ampia e aperta a tutti, il giovane ricercatore viene da fuori. Un bravo studente toscano giunto in Basilicata per occuparsi delle sculture in marmo della Magna Grecia. Lo studio delle sculture marmoree vanta una lunghissima tradizione che, nel 1763,fu canonizzata dall’opera Storia delle arti e del disegno presso gli antichi di J. J. Winckelmann. Per la prima volta questa indagine sulla scultura antica, basata esclusivamente sull’analisi stilistica, delineò una griglia cronologica entro la quale inserire i manufatti. In realtà lo studio di Winckelmann non era scevro da errori, peraltro ben comprensibili per i suoi tempi. Le statue,da lui esaminate ed erroneamente ritenute greche, erano in realtà copie di età imperiale, provenienti da scavi per lo più romani. Inoltre il candore del marmo, molto spesso non originario, ma legato alla conservazione ed alla giacitura delle sculture nel terreno, ingannò a lungo gli studiosi che, fino ad anni molto recenti,hanno ritenuto bianca la superficie delle antiche statue. Una convinzione dura a morire che oggi, grazie a nuovi rinvenimenti (come quello di Ascoli Satriano) e all’aiuto delle tecnologie, sappiamo essere profondamente errata. Ne parliamo con il ricercatore ed archeologo  Francesco Tanganelli

 

Francesco Tanganelli

Perché scegliere di studiare la scultura in marmo della Magna Grecia?

Nel grande dibattito fra scultura greca e romana un posto secondario è stato riservato alla scultura in marmo della Magna Grecia, ritenuta inferiore per consistenza anche a quella della Sicilia – spiega il dott. Francesco Tanganelli. Dal momento che le città greche d’Occidente non avevano a disposizione cave di marmo, si è a lungo ritenuto che questi manufatti fossero molto (talvolta troppo) costosi e perciò rari;la manodopera inoltre non sarebbe stata locale, ma si sarebbe spostata dalle aree di cava, ossia dalle lontane isole dell’Egeo.

Ipotesi di ricostruzione del Kouros di Reggio Calabria (da Acheomatica 1/2015).

Solo nella seconda metà del Novecento il dibattito ha riconosciuto alle sculture magnogreche un’originalità di stile, innescando una serie di nuove ricerche volte all’identificazione delle maestranze e delle scuole locali, in grado di lavorare il marmo in piena autonomia. Nonostante ciò, la discussione è rimasta per lo più imbrigliata entro considerazioni esclusivamente stilistiche.

In cosa consiste il lavoro di ricerca, e quali ricadute può avere sul territorio lucano?

Muovendomi in controtendenza rispetto alla tradizione degli studi – e nonostante le difficoltà prodotte dalla pandemia – nel mio primo anno di ricerca ho redatto un database (in continuo aggiornamento) in cui ho raccolto un consistente numero di frammenti di marmo di età arcaica, classica ed ellenistica, provenienti da Basilicata,Calabria, Puglia e Campania. A questi si sono aggiunti i reperti di provenienza magnogreca conservati nelle collezioni romane e in molti altri musei stranieri. Ho potuto così constatare come finora ci si sia troppo spesso limitati a considerare sol oi reperti più grandi, completi e/o raffinati; al contrario, molti pezzi “di minor pregio” – ad esempio anonimi frammenti anatomici – sono rimasti perlopiù inediti. Tuttavia essi attestano l’esistenza di altrettante statue, finora non conteggiate. Diversamente da quanto sostenuto quindi, il numero delle sculture in marmo nelle città greche d’Occidente non doveva essere così residuale.

La Dea di Garaguso

Nuovi dati stanno emergendo da una più attenta analisi delle fonti letterarie ed epigrafiche e dal riesame dei contesti di ritrovamento, raramente considerati. Grande importanza hanno anche le analisi diagnostiche che sto svolgendo grazie alla disponibilità dei proff. Roberto Teghil e Angela De Bonis (Dipartimento di Scienze) ai quali va il mio più sentito ringraziamento. Avvalendoci di tecnologie non invasive, come lampade a luce ultravioletta, siamo infatti in grado di esaminare le superfici delle sculture e di identificare tracce di sostanze organiche e di pigmenti. Alcuni risultati interessanti sono già emersi in relazione alla celebre Dea di Garaguso, del Museo Archeologico Provinciale di Potenza(che – contro l’idea stereotipata di una statuaria classica bianca – era in origine riccamente colorata.  

Infine non va dimenticato il carattere “industriale” di questo dottorato, che mi consentirà un soggiorno all’estero, in Grecia presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene, e che mi metterà in contatto con aziende lucane che operano nel settore delle tecnologie per i Beni Culturali. 

I colori originari della Dea di Garaguso

Scopo di queste collaborazioni sarà lo sviluppo di soluzioni innovative per la divulgazione e la fruizione delle sculture in marmo conservate nei musei della Basilicata. A tal fine, si rivelerà utile lavorare con le ricostruzioni 3D, fondamentali per guidare il grande pubblico nella comprensione di reperti frammentati e privi della loro originaria policromia.

Cosa rappresenta per te il dottorato?

Il Dottorato di ricerca in “Storia, culture e saperi dell’Europa mediterranea” costituisce un incredibile banco di prova dove testare quanto appreso negli anni di studio fiorentini e al contempo continuare a crescere sotto il profilo umano e scientifico. Lavorare sulle sculture in marmo della Magna Grecia, non solo attraverso i libri, ma vivendo i musei e la grande ospitalità di questa meravigliosa terra costituisce inoltre un ulteriore, importante, valore aggiunto.

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