‘GNE N’AMMA GI TUTT’ IN PORTOGALL’: Teatro come vita tra sogni vaghi e cruda realtà

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Mario Santoro
Si è tenuta, al don Bosco di Potenza, il 19 maggio la rappresentazione teatrale, “GNE N’AMMA GI TUTT’ IN PORTOGALL’ con interpreti bravi ed esperti, che, come da invito, si riportano in ordine di apparizione: (attori) Nicola Fiore, Giuseppe Pergola, Roberta Rizzi, M. Agnese Lovito, Daniela Ditaranto, Giancarlo Cuscino, Lucia Sabia, Giovanna Vignola; (assistenti alla regia) Maria P. Boezio, Chiara Fiore; (Regia) Dino Becagli; (coord. Tecnico) Antonio Salvia; (Organiz.generale) Antonio D’Onofrio. Si tratta di teatro dialettale e come tale capace di non inseguire riferimenti iperbolici e di privilegiare un contesto reale, con riferimenti a situazioni concrete e a elementi veritieri di sofferenza, con richiami puntuali e precisi alla condizione individuale, sociale, politica ed economica e con sempre presenti vaghezze di vedute, aspirazioni anche minime, desideri celati ma non tanto, ricerca, talora velleitaria, di condizioni migliori, e poi illusioni diverse che portano tutti i protagonisti ad una sorta di desiderio di espatrio verso un Paese, a ragione o a torto, più accogliente e vantaggioso. Tutto il primo atto, che costituisce una sorta di privilegiata premessa a quello che accadrà nel secondo, è costellato da lamentele, forse in parte gratuite, da condizionamenti un po’ veri ma anche un po’ falsi, da molteplici vessazioni subite, in una narrazione diretta ed efficace, seppure fatta da diverse angolazioni, che si chiudono quasi allo stesso modo: la vita nel nostro Paese è troppo difficile con i pochi soldi a disposizione, con le troppe tasse da pagare, con gli insufficienti servizi sociale e quindi, superando qualche dubbio che pure appare, risulta auspicabile andare via, magari in Portogallo che appare, per sentito dire, quasi un Paese da favola. Nel susseguirsi degli interventi, individuali a connotare la situazione di ciascun protagonista, non mancano battute decisamente spiritose ed efficaci, motti di spirito immediati, scoppi di ilarità coinvolgente, situazioni talora al limite del grottesco, condizioni paradossali che rendono i vari racconti gradevolissimi mantenendo sempre aperto il cosiddetto orizzonte di attesa. E si ritrovano tutti i personaggi, ma proprio tutti e questa volta insieme, all’inizio del secondo atto, in una situazione di corale immobilismo e di fissità di corpi, in una sorta di fatale stato abbandonico, a disegnare, con rara efficacia, una precisa condizione di teatralità greve che lo spettatore coglie con immediatezza e, seppure lo aveva intuito e supposto nelle esilaranti scene, brevi ma intense, della prima parte della rappresentazione, ugualmente subisce una specie di contraccolpo psicologico per il quadro d’insieme che genera sofferenza. Domina un silenzio indefinibile quasi e carico di sottintesi, scattano rimandi non ben precisabili ma chiari, subentra nell’anima una strana forma di malinconia e di mestizia che, a tratti, sembra sconfinare nella tristezza come testimonia una linea di amaro in bocca e, quasi come per un automatismo, si è costretti a interrogarsi non solo sul  naufragio del vago sogno collettivo di una possibile vita migliore e più serena in un idealizzato altrove, ossia nel Portogallo, dove secondo una ricorrente accezione con la sola pensione si vive da signori, ma anche sulle problematiche complicate e ineluttabili dell’esistenza. E a rendere più misterioso il silenzio che avvolge la scena e tiene con il fiato sospeso lo spettatore, si sente il russare di qualcuno, prima lieve e quasi discreto, poi sempre più forte e foriero di “cattivi presagi” e poi la voce alta che si leva all’improvviso e si fa ossessiva nella insistenza della domanda dell’ora e soprattutto del pranzo che si rivela inesistente a vantaggio di una cena, meno povera, dopo le ritualità che l’ultimo giorno dell’anno implica, con l’arrivo -udite, udite- del vescovo che suona, se non altro, come una flebile speranza di cibo migliore e abbondante. La richiesta dell’ora, ripetuta con monotona cadenza, cade nel vuoto, sia perché nessuno sembra ascoltarlo e non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, sia perché chi gli è vicino, sordo o quasi, lo è realmente e dunque non gli può essere d’ausilio. Nell’attesa, di non si sa bene cosa, qualcuno si dedica alla compilazione di parole crociate, lette ad alta voce, a segnare l’iterazione di una operazione pedante e imposta dalla noia e dall’impossibilità di poter fare altro, senza la partecipazione dei presenti con l’unica eccezione di uno solo che ha la risposta pronta, spiritosa, volutamente ambigua, fortemente allusiva, tagliente e tale da suscitare negli altri un moto secco di ilarità sospesa e nel pubblico una schietta risata. Ed è, per lo spiritoso attore, un’interruzione benefica e gradevole al monotono gioco delle carte cui è intento in una sorta di solitario infinito che pare alludere al senso ineluttabile della vita nella ripetizione, sempre uguale, di gesti e situazioni. Al centro della scena c’è un poeta, e non poteva essere diversamente, cieco del tutto o quasi che, come e più degli altri, sembra vivere in un mondo tutto suo, proiettato nel lontano passato e snocciola ricordi a catena, nostalgie ritornanti e carezzevoli, squarci di vita vissuta, momenti fortemente significativi, sensazioni di rimpianti per quello che poteva essere e che non è stato e per il rifiuto deciso e ostinato del presente e della non vita costretto, suo malgrado, a sopportare. Di qui l’ostinazione, per trovata intelligente del regista, di assumere fisicamente una posizione strana e quasi semidistesa con gli occhi verso l’alto e come perduti nel vuoto e tale a impedire qualsivoglia possibilità di interazione con gli altri. Così la sua voce, ben chiara nella pulizia della comunicazione, sembra quasi venire da un altrove indistinto e primordiale, da una sorta di buio forzato, nel quale ripiomba di botto, dopo aver espresso considerazioni e rilievi che cadono volutamente nell’indifferenza perché nessuno sembra avere voglia di lasciarsi suggestionare o semplicemente contaminare. Pure, a tratti, sembra fagli eco la professoressa, una volta giovane e promettente, ora relegata su una sedia a rotelle, in una solitudine desertica che quasi la istupidisce, circonfusa com’è da un alone di mistero e di fatalismo, di distacco quasi e di estraneità al costesto nel quale si trova per scelta più obbligata che voluta. E non manca l’accoppiata femminile delle due figure che tentano di prestarsi aiuto reciproco, con disponibilità e con fatica, suscitando tenerezza e malinconia al tempo stesso e richiamando, per stranissimi giochi della mente figure un tantino balorde come il gatto e la volpe pinocchiani.  E sono le uniche donne che parlano anche troppo e dialogano senza comprendersi veramente anche per chiara smemoratezza che spinge a ripetere le stesse cose. Pare un parlare tra sordi, con profonda diversità rispetto al personaggio sordastro, di cui sopra, che, puntualmente, capisce una cosa per un’altra, Sunque si assiste ad una sorta di soliloquio continuo e ripetuto, un parlare a se stessi più che ad altri, magari unicamente per sentire il suo della propria voce, in un alternanza di situazioni che suscitano ilarità pensosa e compatimento. Lo spettatore segue attento, incuriosito e pronto a passare da uno spaccato all’altro e, sebbene abbia capito il giuoco abile delle parti e sa che all’improvviso tornerà la voce forte dell’uomo che ha sempre più fame o del vicino che non riesce proprio a capire e diventa snervante con le sue uscite a sproposito, o del poeta che riproporrà nuovi ricordi ben confezionati o altro ancora, sebbene sa tutto questo, resta sempre, puntualmente, un po’ spiazzato e sorpreso piacevolmente e si sente anche un po’ coprotagonista senza tifare per l’uno o per l’altro degli attori e senza intristirsi eccessivamente. Segue con attenzione finanche il monotono passo strascicato e rumoroso della suora che attraversa la scena, senza interrompere il flusso silenzioso dei pensieri anzi confermandolo con la sua statica gestualità e con qualche parola o semplice monosillabo bofonchiato, e va non si sa bene dove, prima di ritornare alla postazione precedente, indifferente al richiamo dei suoi ospiti, chiusa quasi in se stessa. E così a chiudere la commedia, come sempre accade, occorre un momento di ribellione a tutto o, se si vuole, un attimo di follia nella già folle situazione. Ed ecco il magico trenino, che magari è metafora della prima parte del viaggio desiderato per il Portogallo ma anche e forse più, dell’intero percorso dell’esistenza, a chiudere la rappresentazione. E, se non è proprio del tutto vero che “E’ tutto bene quel che finisce bene”, resta nello spettatore una sorta di piacevolezza e di appagamento non disgiunta da una linea di persistente riflessione e sempre da un’aria di mistero insondabile che avvolge l’esistenza. Complimenti agli attori tutti e agli interessati a vario titolo e, sempre tanta ammirazione, per il bravissimo, poliedrico, eclettico, versatile, talentuoso regista, Dino Becagli.

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Dino Becagli attore, regista e autore di numerosi lavori teatrali portati in scena dalla COMPAGNIA DEL TEATRO MINIMO DI BASILICATA, che per la pièce DAL TRENO DELL’OBLIO – 3 MARZO 1944 – ha ricevuto la medaglia di rappresentanza del Presidente della Repubblica GIORGIO NAPOLITANO.

Ha realizzato tre CD audio, interamente dedicati alla poesia di autori lucani, un sussidio didattico per giovani attori dal titolo MANUALETTO DI DIZIONE e il libro IL MIO TEATRO LA MIA TERRA.

E’ presente sui social con numerose interpretazioni.

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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