HANNO FERMATO LA PRIMAVERA?

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Marco Di Geronimo

La Basilicata poteva cambiare. C’è stata una fase politica della nostra terra caratterizzata da un risveglio della popolazione. Addirittura dei giovani. Erano gli anni fra il 2019 e il 2022, quando l’esperienza giallo-rossa suggeriva che fosse possibile una nuova politica di centrosinistra. Quella piccola, ma significativa primavera è stata stroncata deliberatamente. Dopo il disastro delle regionali e delle amministrative, resta la domanda: si può tornare indietro?

Non ha torto l’orientale che considera crisi e opportunità due facce della stessa medaglia. Questo è il significato storico del Grande collasso del Partito-Regione, schiantato in pochi mesi tra il 2018 e il 2019. Sono i mesi di Gianni Pittella eletto a Salerno, il fratello sotto inchiesta a Potenza, Carlo Trerotola candidato “in prestito” del centrosinistra. Un momento difficile, culminato in Potenza prima città leghista del Meridione. Tante macerie, che si sommano alle rovine del PD renziano e di LEU a livello nazionale. Ovvio che un panorama tanto desolante susciti la voglia di ricostruire.

Proprio quello che accade in seguito. Accelerati dall’urgenza di dare forma nuova al mondo per resistere alla pandemia da COVID-19, molti lucani sentono la responsabilità di rimettersi in cammino sulla strada della politica. Ne deriva una piccola primavera progressista, fatta di tante sigle, vecchie e nuove, attorno alle quali si stringono soprattutto i fuorisede rientrati per caso e gli studenti medi ancora domiciliati qui.

Il protagonismo giovanile di quella fase sarà probabilmente un tema molto frequentato dagli storici. Pensiamo per esempio alla Rete degli studenti medi, che proprio in quegli anni riprende il suo radicamento territoriale con Antonio Marsicano e Alice Marmo, celebrando congressi e arrivando a esprimere il Presidente della CPS nel giro di pochi anni. Il fermento studentesco è così forte da dare spazio anche a un contraltare della Rete, sempre a sinistra: è l’Unione degli studenti, che si radica nel Melfese sotto la guida di Antonio Simonetti. Importante anche il rilancio dell’attivismo universitario (nelle sue mille sigle progressiste), che recupera alla vita pubblica i ragazzi politicizzati rimasti in Basilicata, come Davide Di Bono (ex GD) e Luca Smaldore (ex 5S). Una palestra importante, come dimostra prima la candidatura e oggi l’elezione della più esperta Micaela Triunfo al Consiglio comunale di Potenza città.

Ma i giovani di quel periodo provano anche a penetrare negli altri contenitori politici e associativi. Assistiamo al tentativo dei Giovani democratici di riprendere le loro attività, portato avanti da Marco Zampino. Accanto a loro tentano di ritagliarsi uno spazio politico anche le altre organizzazioni giovanili del socialismo italiano: MGS (Articolo Uno), presente spesso sui giornali con i comunicati di Michele Fasanella, e FGS (PSI), che apre un circolo ad Avigliano.

Sono anche gli anni dell’assalto al cielo, della consapevole sfida alla dirigenza politica per i posti di direzione. Il primo a raggiungere un risultato tangibile è Carlo Rutigliano, all’inizio segretario provinciale e poi segretario regionale di Articolo Uno, oggi presidente regionale del PD. Seguono alcuni giovani di varie correnti politiche, che assumono la guida di circoli locali. Non spetta a chi scrive stendere il bilancio del tentativo di All’altezza della sfida, manifesto progressista che trova l’adesione di un largo ed eterogeneo gruppo di ragazzi (come i cattolici satrianesi vicini ad Aurelio Zuroli e alcuni giovani di ispirazione marxista, fra i quali Lorenzo Fiorentino, oggi impegnato nel movimentismo napoletano), ma evapora nelle rapide precongressuali del 2021.

Tutti questi diversissimi e coloratissimi fermenti incontrano da subito l’indifferenza, il desiderio di strumentalizzazione e infine la resistenza degli altri attori politici. Fenomeno fisiologico, ma che raggiunge non comuni picchi di isterismo e di personalismo nella Basilicata di quegli anni. A sparire è la politica, incapace di preparare il nuovo congresso regionale del PD e che solo per un caso fortunato riesce a esprimere la candidatura di Raffaele La Regina.

Ed è la vicenda La Regina a illustrare, in grande, ciò che è accaduto in piccolo un po’ dovunque, in molti altri ambienti. Il tentativo di esprimere una linea politica e di riattivare gli organi interni del partito incontra una opposizione interna virulenta e incessante (e una maggioranza incapace di dirigere la fase politica e anche di contenere alcuni errori del segretario). Vengono rapidamente meno le condizioni politiche sia per la candidatura alla Camera, sia per la segreteria regionale del partito. In entrambi i casi, però, il PD Basilicata rimuove La Regina in modo pirotecnico e sconcertante: prima appoggiando Matteo Salvini, che strumentalizza un vecchio commento su un gruppo satirico del segretario PD, allora adolescente; poi, incapace di portarlo alle dimissioni, arrivando a sfiduciarlo sulla pubblica piazza. Comunque la si pensi, il significato storico e mediatico di quella conclusione è l’arrocco del progressismo lucano: la rinuncia aperta e rivendicata a esprimere una linea politica, consacrata con l’elezione di Giovanni Lettieri. Un passaggio di fase, che divide nettamente il nostro presente dal vicino ma archiviato passato. Alla piccola primavera della politica lucana fa seguito l’assurdo inverno.

Nonostante i fermenti giovanili fossero tutti diversi tra loro, infatti, una caratteristica li accomuna: sono stati tutti sconfitti. Non sono stati sconfitti tanto i loro quadri, che più o meno hanno tutti continuato la militanza politica. La loro base è la vera parte sconfitta, dispersa e smobilitata. Questo è il dato storico che conferma l’incapacità della politica lucana di costruire un vero cambiamento, di avviare un ricambio ragionato della classe dirigente e dei programmi. Ne è una conferma la sostanziale delega ai sindacati (e in particolare alla CGIL Basilicata di Angelo Summa) di ogni opposizione al Governo Bardi, che ha amministrato per tutta la sua prima consiliatura senza una vera opposizione in Consiglio regionale. A maggior ragione ne è una conferma il disastro delle elezioni regionali e amministrative, nel quale stavolta sono stati inghiottiti dirigenti, imprenditori, candidati. Si è arrivati alla parossistica doppia spaccatura del centrosinistra, che incassa Potenza città solo grazie all’insofferenza per la Giunta Guarente. Disastro del quale non è chiaro se qualcuno si assumerà la responsabilità.

Questo quadro desolante ci porta a chiederci, ricordando Pablo Neruda, se i dirigenti del centrosinistra hanno tagliato tutti i fiori o se sono davvero riusciti a fermare la primavera. Quattro anni fa era possibile mobilitare piccole masse di giovani attorno a un programma di trasformazione, perché la congiuntura nazionale e internazionale evidenziava tanti bivi, tante strade diverse per le quali valeva la pena schierarsi. (E infatti diverse erano le posizioni del mondo giovanile, nel quale non mancava chi aveva una pessima opinione di Sanders e Corbyn). Oggi il mondo sembra bloccato sulla monorotaia della guerra. Non si mobilitano i ragazzi attorno a un programma di gestione dell’esistente e di minimizzazione dei danni. Tantomeno in ambienti tossici dove si è smesso di ragionare e ogni questione è una lotta fra egoismi opposti, in genere non giustificati da una reale comprensione dei problemi politici del presente.

Se il mondo associativo ha saputo riassorbire le migliori e più giovani energie – come testimonia il rilancio dell’attivismo studentesco nelle scuole e nell’università, a partire dall’importante congresso regionale della Rete e dalle iniziative pubbliche di Unidea – molto resta ancora da fare sul piano politico, che costringe i principali esponenti delle nuove generazioni a giocare la carta prudente del civismo, a scuola come all’università. Senza contenitori dove cominciare l’attività politica, il rischio è che questo vuoto diventi strutturale e le giovani generazioni restino senza rappresentanza. Forse è possibile invertire la rotta, a partire dalla lotta referendaria contro l’autonomia differenziata e contro la precarietà del lavoro. Ma se nascerà un’organizzazione giovanile capace di aggregare menti nuove, il quesito sarà sempre lo stesso: per cosa opterà la politica? Per la forza della ragione, o per la ragione della forza?

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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