I BARBER SHOP ED I “BARBITONSORI”

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LUCIO TUFANO

Si sa della forte amicizia che c’era tra barbieri e calzolai, i quali spesso lavoravano assieme nella stessa bottega o nel portone. Il lunedì si ritrovavano a S. Antonio La Macchia per una morra e una bevuta. Sin dai tempi di “barba e caruse nu sold” v’era un modo di offrire la propria opera girando per la città, così come faceva l’ammulaforbici ed il civol’uogli, l’uno che affilava i coltelli e l’altro che vendeva l’olio d’oliva.

            Potenza era la città della manodopera abbondante, affollata di mestieri, di contadini e di borghesi; clientele diverse, ciascuna più numerosa dell’altra. Ed il barbiere si recava di vico in vico per la rasatura dei preti, dei fattori e dei signori con pizzi e baffi.

            I contadini affollavano i saloni di Porta Salza e di San Luca solo di domenica e consegnavano al maestro un po’ di uova fresche, qualche pezza di formaggio per una decina di barbe o un paniere di gelsi o di sorbe. Il barbiere li faceva sedere ed insaponava loro tutta la faccia dopo aver ficcato nella bocca dei clienti una palla per meglio radere gli ispidi peli delle guance affossate.         

Barba, capelli e palluccella mmocca“, infatti, si chiamava Paolo Pasta a Porta Salza, il barbiere dotto, che consigliava l’estirpazione del dente o l’applicazione delle sanguette, che distribuiva consigli per il dolore, gli infusi di “maruggia”, ai tempi in cui si parlava di Zanardelli e della sua famosa legge. Era il salone degli zingari che alloggiavano nella taverna di Ciunnella, sotto Montereale, dove erano ubicate le stalle per gli animali da vendere alla fiera.

            Benemerita categoria della nostra città, noti personaggi legati all’acqua di china Potenzal, al sapone Bijou, al Tricofil, alle lozioni al petrolio, all’acqua Etna per bagno. Spiriti arguti e bonaccioni, i barbieri hanno popolato le nostre vie con le loro semplici strutture, la loro pazienza, il loro ossessivo pettegolare. Vere istituzioni di carattere, la loro voce, i loro piedi, hanno lasciato profonde orme nella nostra storia parlata, nella memoria delle generazioni, anche se appena un tenue filo li lega ai fatti politici e al progresso urbano.

            E fra i saloni di Riviezzi, primo ‘900, di Viggiani, di De Ciano, di Misuriello, che somigliava al Re Vittorio Emanuele III, di Rocco Pergola (“Zi Tatiell”), di “la virua” (la vedova), i saloni di Pernozzoli e di Garramone, in fondo a Via Pretoria, non mancava l’ambulante quello che ancora non aveva il buco, come si diceva, per lavorare.

            Aveva le mani fredde, così fredde che il cliente se le sentiva sulla faccia, sulla fronte, sul collo, perciò lo chiamavano “man d’ mort“. Sempre munito della sua valigetta di cartone dalla quale estraeva il suo preziosissimo Solingen, il pettine, le forbici, l’allume, il piumino per il borotalco, tutto il suo capitale. Si ridusse più tardi a fare la barba ai morti. Iniziò e finì il suo mestiere da ambulante.

            Gennaro Tulipano, in Piazza Sedile, serviva invece i signori Ciccotti, Ianfolla, i gerarchi e Farinacci nel ’37, i federali Carriero e De Marzio. Sin dalle cinque del mattino i passeggeri degli autobus e quelli delle carrozzelle, i clienti dell’albergo Roma, i rappresentanti di commercio, i cocchieri e Gerard u’ muzz, prima di scendere al suo orto sul Basento, vi si sbarbavano.

            C’era chi aveva il salone sulla stessa piazza e “dandino” lavorava accanto alla bottega di Anselmo Gambardella, Mast’ Canio si trovava di fronte all’albergo Appennino.

            Salvatore De Stefano che era chiamato “u mericano“, Loscalzo Mario, che non comprava mai il Popolo d’Italia e sempre mormorava: “po’ vir chi fina ca facemm” riferendosi alle guerre intraprese da Mussolini, e Nicola Certomani, suonatore di chitarra e mandolino, erano ubicati in vari punti di Via Pretoria.

            Tra gli apprendisti, personaggi originali e noti: Figaro, che aveva acquisito la severità e la diplomazia di Rocco e Gennaro Tulipano, i suoi due principali, e che andava a sbarbare i carcerati (sbarbò il brigante Facciuto e due secondini la mattina prima della esecuzione) e che Peppino Garibaldi, il cocchiere di casa Ianfolla, andava a prelevare per la barba dell’onorevole, e Peppinuccio Maddaloni che, negli anni ’30, veniva convocato dalla Pubblica Sicurezza quando arrivava qualcuno come Teruzzi o Starace.

            “Salone”, una parola western per una città silenziosa e remissiva come Potenza, dove si chiacchierava e si commentavano tutti i fatti di cronaca, da quelli della mala a quelli dello sport e della politica. Sullo scaffale, tra saponi e boccali di unguenti, cosmetici rudimentali, c’era la “burnia”, il vaso di vetro che conservava gli animaletti. C’era qualche giornale sul tavolino per i clienti in attesa del proprio turno, l’immancabile Domenica del Corriere o la Tribuna illustrata.

            Ritrovo di numerose persone che una volta ogni due giorni chiedevano una spuntatina ai baffi ed alle basette, accompagnando la richiesta con considerazioni sul tempo e sulle donne.

            Saggezza antica quella dei barbieri, conoscitori di uomini e di cose.

            Sanno benissimo che la ventata dei capelloni e delle “creste di fagiano” passerà, come passò, benché dopo lunga resistenza, la moda dei capelli all’ “Umberto” e quella alla “tedesca”o quella più lontana alla”mascagna”. Nei vecchi saloni della nostra città, del nostro passato di ragazzi insofferenti alle attese, sono finiti i vecchi discorsi, gli interrogativi, le impressioni, i dubbi, ascoltando attoniti con l’asciugamano sul collo e la testa tra il pollice e le dita del maestro, al cicalare della macchinetta o con lo sfrizzichìo delle forbici. Sono finiti con gli specchi vecchi, assieme alle cerette, le pomate, gli olii dai nomi mitologici, le retine per i capelli lisci e per le “scrime” dei giovani del GUF o degli sportivi, i fissatori, le vecchie etichette, le tricofiline profumate e la cara e garbata usanza del calendarietto che il “ragazzo spazzola”, spazzolando il bavero, ti offriva a Natale.

            Piccoli documenti del passato, di un costume, i calendarietti di Potenza racchiudevano le tariffe postali, le targhe del regno, le frasi e le dive del cinema muto.

            Fu vera gloria quella dei barbieri?

Hanno vissuto con noi e per noi. Vengono dai maestri più anziani, “i barbitonsori”, e sono stati, come quelli, furbi e pettegoli, colti ed intelligenti, cortesi con i clienti, ma anche strafottenti, che facevano buono e cattivo uso delle forbici per tagliare barbe e capelli, ma anche i panni addosso ai politici ed ai potenti.

Abbiamo loro consegnato la nostra testa e la nostra faccia in un rapporto di confidenziale fiducia, coccolati da batuffoli impregnati di ciprie e carezze.

Conversavano tra un taglio e l’altro di politica e di sport.

Spietata la loro ironia, ed anche il loro sarcasmo, specie da parte di quelli che con il salone in Via Pretoria conoscevano le malefatte di tutti i personaggi che quotidianamente passavano davanti al loro salone, aperto d’estate e con le vetrate ben chiuse d’inverno.

            Furono anch’essi attori, comici più che drammatici, per una sparuta platea, quella dei clienti che, con l’asciugamano sul collo e con la faccia insaponata, tra specchi, poltrone e divani, fruivano del loro teatro.

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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