PIAZZA ROCCO MAZZOLA, FIGLIO DELLA LUCANIA

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by LEONARDO PISANI

 

Come ti chiami? chiede l’allenatore di boxe Cerri (Paolo Stoppa). Rocco risponde il giovane (Alain Delon) .- Come Rocco Mazzola; porta fortuna; sei lucano pure tu.?.. Parliamo di “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti : nella scena prima c’era proprio lui in palestra, il campione italiano mediomassimi e massimi, in giacca e cravatta che da consigli  ai giovani pugili, con la sua classica guardia destra. Un capolavoro ultimamente restaurato nella sua versione originale, comprese le scene tagliate per la censura del tempo, e che la Lucana Film Commission ha fatto bene a far proiettare perché  l a Basilicata dell’altro Rocco, il sindaco rosso  Scotellaro  ispirò il grande Luchino Visconti per il suo gioiello cinematografico,  tratto dal romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori.   Tra gli interpreti volle anche il campione potentino per tessere ancora di più il legame tra la Lucania ed il film, dove la boxe aveva un ruolo fondamentale . Così afferma la critica detto Teresa Megale, ricordando le sue origini lucane : «Sono immagini che hanno un valore straordinario per il recupero della nostra identità perché testimoniano quel rapporto strettissimo di Visconti PIAZZA ROCCO MAZZOLA, FIGLIO DELLA LUCANIAcon la Basilicata e rivelano anche un approccio inedito dell’aristocratico regista milanese nei confronti del Meridione. Anche se il film non è stato girato in Basilicata, la cultura lucana è riuscita a transitare in ogni scena del film. E’ qui che vennero acquistati i costumi, le suppellettili da portare a Milano ed anche se la Basilicata non si vede nel film, è passata in ogni suo particolare».
Operazione necessaria per riempire di contenuti un soggetto nato dallo spunto scarno di una madre con cinque figli che entrano in contatto con il mondo della boxe, quel mondo caro a Visconti che ha voluto trasporre nella sua pellicola anche con un richiamo onomastico a un campione della boxe degli anni Cinquanta. Balzato agli onori della cronaca – sottolinea Teresa Megale – dovette imporsi all’attenzione di Visconti sia per la provenienza geografica, sia per la pratica sportiva, imprescindibile condizione creativa, indicata dal regista sin dalla prima idea del film. La brevissima ma importante apparizione nel film di Rocco Mazzola, lucano e campione di pugilato, fu l’omaggio che il regista rese al mondo della boxe in generale e al campione in particolare».

Rocco oggi avrebbe compiuto 83  anni, era nato a Potenza il 20 ottobre 1933. Ci ha lasciati il 18 marzo 2012; una bravissima persona sempre sorridente ed un ottimo pugile; da ricordare sempre . Ho conosciuto di persona e gli ero amico  Rocco  era un uomo leale, buono e molto gentile anche quando per scherzo dava un pugno ancora pesante come un macigno da antico peso massimo. La notizia della sua morte mi rattristò molto, da tempo avevo intenzione di intervistarlo ma non ho potuto per tanti motivi.  L’ultima volta che lo vidi; dopo una lunga chiacchierata su diversi argomenti; sì fermo e si scurì nel volto. Triste mi disse : “ Leonà.. il titolo europeo me l’hann fregat.. Ogni volta che ci penso mi viene da piangere”.  E’ vero; contro il teutonico Schoppner  era in vantaggio, risicato ma in vantaggio. Il grande manager Branchini lo sosteneva con convinzione che Mazzola avesse perso solo perché costretto a combattere in Germania; ultimamente il giornalista ed uomo di boxe Gualtiero Becchetti mi ha inviato un video dove si nota anche la perplessità del pubblico tedesco al verdetto.

Anticipo il mio appello: La Città di Potenza; la  Provincia di Potenza e la Regione Basilicata dovrebbero ricordare questo “Figlio della Lucania”; in quegli anni fu il simbolo di riscatto per tutti i lucani e per tutti i nostri emigranti. Lucani come il campione Rocco Mazzola. Non ha una via a lui dedicata; hanno prodotto documentari su pugili meno importanti ma su Mazzola nulla, eppure gli archivi Rai sono pieni di suoi filmati;  i giornali nazionali e specialistici  hanno scritto le sue imprese. Fu un simbolo vero, un simbolo popolare, un simbolo che anche nel suo massimo momento di gloria quando frequentava Tognazzi, Coppi, Visconti pensava sempre alla sua Potenza ed alla sua Basilicata.

Invito a leggere il libro “Il Biondo – Un pugno alla guerra L’altro per ricominciare” di Gianmarco Blasi per capire il miracolo che l’allenatore Silvio Nocera fece in una Potenza post bellica quando dalla strada creò una delle più forti società di boxe italiane con campioni come Blasi, Bonito e Mazzola. Dal nulla ed in una  stanza senza grandi attrezzature sportive.  Lo abbiamo ricordato il 5 marzo al Don Bosco alla presentazione del “Biondo” ; Rocchino PIAZZA ROCCO MAZZOLA, FIGLIO DELLA LUCANIAnon è stato fortunato come il nostro Emanuele Sioux Blandamura lì come ospite d’onore della serata ; il campione di origine lucana a Stoccarda vinse il titolo dell’Unione Europea ma con verdetto contrastato nonostante il divario fosse evidente. Mazzola moralmente è Campione Europeo; Rocchino è stato il campione delle genti delle Terre di Basilicata. Istituzioni e politici lo ricordassero… Quante volte ho lanciato proposte ed appelli… Nulla.. Caduti nel vuoto. Forse non portano voti…

Rocco è passato alla storia della boxe nazionale per essere stato il settimo pugile italiano ad aver conquistato il titolo in due categorie ; nei mediomassimi ed in quella dei massimi.

Gli anni del Mazzola pugile erano  formidabili con  tanti campioni e tanti ottimi pugili e tanta concorrenza spietata : Rinaldi, Amonti, Baccheschi, D’Ottavio, Bacilieri, Cavicchi, Friso, Scarabellin, in Europa svettavano Erich Schoppner Bubi Scholz, erano i tempi di Archie Moore Harold Jonhson, nei massimi Marciano, Patterson, Ingemar Johansson e Liston. Non è poco, epoca di campioni nella boxe.  Così  lo ricorda l’immenso Sandro Mazzinghi, due volte mondiale dei superwelter quando chiesi di Rocco  : “eccome se me lo ricordo, pugile di alto livello negli anni 50 io ero giovanissimo quando lui combatteva erano i tempi di mio fratello guido 1952/54/59 gran bel peso massimo io ero affascinato dalla boxe volevo diventare un campione come mio fratello guido e nella boxe vedevo la mia vita quindi seguivo tutti i migliori pugili dell’epoca come Mazzola che ricordo in un gran bel match nel 58 , incrociò i guantoni contro credo d’Ottavio a St. Vincent nel giugno del 1958…io ero li con mio fratello ..Gran bel match grande campione con una tecnica e un movimento del tronco in scioltezza veramente ottima. Sono ricordi lontani di campioni di un passato che purtroppo nella boxe di oggi si stenta a vedere e ricordare…..un saluto affettuoso a tutti i lucani, a tutti i potentini ed agli appassionati di questa bellissima disciplina la più completa di tutto lo Sport”.

E nel mondo del pugilato anche i mancini non erano considerati bene; difficili da allenare, si cercava di mantenerli nella guardia ortodossa: si diceva che non piacevano al pubblico. Mazzola era un guardia destra e la sua boxe piaceva, tecnica fine e grande cuore; divenne un beniamino dei lucani e un pugile ammirato in Italia. Il valore del lucano si trova nel giudizio di Umberto Branchini, il più grande manager italiano, colui che portò al titolo decine di pugili tra cui Burruni, Mattioli, gli Stecca e Damiani. Il “Cardinale” considerava Mazzola quale il 9 mediomassimo italiano più forte mai esistito e lo descrive in questo modo: ”Guardia Destra, abile e resistente, combatté anche fra i pesi massimi. Fu campione delle due categorie più pesanti, non conquistò il titolo europeo delle 175 libbre, perchè dovette incontrare il campione Schoppner in Germania”, questo nel libro intervista l’Avventura curata da Mario Bruno. Raccontai questo giudizio a Rocco Mazzola, rimase colpito e commosso dal giudizio di un’Autorità quale Branchini e mi un po’ amareggiato mi disse: “Il titolo europeo era mio”.  Ho frequento il mondo della boxe in Lombardia, un po’ di palestPIAZZA ROCCO MAZZOLA, FIGLIO DELLA LUCANIAra e tanti incontri visti, molti pugili conosciuti tra i quali campioni di un tempo, coetanei di Mazzola; aveva vissuto a Varese e poi alla fine il pugilato è una famiglia, tutti si conoscono e si rispettano perchè l’arte dei pugni è dura, salire sul ring è un atto di coraggio anche per il misconosciuto novizio: suona il gong e sei lì solo contro un avversario.

Mi trovavo a parlare con antichi boxer lombardi; Annibale Omodei e Giordano Campari, due pavesi campioni di Italia e ogni tanto parlavamo di Mazzola e dei tempi d’oro della noble art quando giovani salvavano in ring di mezza Europa. Campioni che elogiavano il Peso massimo Lucano, un giudizio di chi ha vissuto la dura vita del quadrato e che conoscevano ogni piccolo particolare, ogni segreto e nei loro visi si leggevano i segni di tante battaglie: vinte, perse, pareggiate. Del lucano rimaneva il ricordo dei suoi match, una volta di ritorno da Sant’angelo Lodigiano dove vi era stata una riunione, in auto con il maestro Licinio “Cigno” Sconfietti, tra un discorso e l’atro, un ricordo e un aneddoto chiesi di Mazzola.

Sconfietti ha visto in azione tanti pugili: Cerdan, Locatelli, Orlandi, ha allenato il favoloso Tiberio Mitri, ha porta o al titolo italiano Omodei, Campari, Biancardi, Belcastro all’europeo e il globe trotter Everaldo Costa Azevedo a combattere due mondiali. Il “Cigno” conosce la boxe nei profondi segreti e consoce i pugili; mi disse Mazzola era forte, molto forte ma anche tanto tecnico. Era un vero Campione. Parole di un grande vecchio del pugilato – tra l’altro appare in un cammeo in La leggenda di Al John e Jack l’allenatore della scena finale assieme a Yawee Davis anche lui mediomassimo – e mi ha sempre ricordato che un pugile si valuta anche per le sconfitte e da chi e come è sconfitto. Dura la boxe vera, non è come in un film dove c’è il super campione che vince tutti per Ko, si sbarazza di tutto e tutti. La boxe è altro, è sacrificio, è allenamento, è esperienza, è carattere, è complessa. Anche i più grandi campioni- salvo rarissimi casi- hanno subito sconfitte, anche ko ma restano campioni. Mazzola era un campione, ritorna il giudizio di Branchini e Sconfietti: Abile. Un aggettivo importante perchè si può avere il punch, la velocità. La mascella di ferro che sono doti naturali, ma l’abilità al si crea con il lavoro è l’applicazione; è il maggior complimento che un pugile possa avere da uomini di boxe. Il gigante Buono di Potenza ha avuto una carriera straordinaria da dilettante con il titolo nei medi, da professionista con i due maggiori titoli: fa parte della storia della boxe italiana. La sua carriera si può leggere nel suo record professionistico.

Mazzola giganteggia anche come sportivo corretto, compagno di scuderia all’Ignis dell’altro mediomassimo Calzavara, più anziano deve aspettare lunga trafila non potendo scavalcarlo; altri tempi verrebbe da dire. Le sue vittorie tante: contro il focoso Baccheschi, il tecnico D’Ottavio, il teutonico Jansen, il grande Rinaldi, il rude Friso e la battaglia contro Bert Whitehurst il colosso americano che ha resistito 10 round Sonny Liston; scusate se è poco mise ko Franco Cavicchi. Ma la grandezza di Mazzola si vede anche nelle sconfitte, tutte di misura contro autentici assi del ring: il poderoso Amonti, il tecnico Schoppner con verdetto discusso, il sud africano Holt sesto nelle classifiche mondiali e sopratutto resistendo abilmente ad un asso senza corona quale Scholz. E poi il pareggio e la sconfitta nelle sfide contro Cavicchi. Un colosso dal pugno da Ko, specialista nel montante sinistro al mento, un quasi vincitore del mondiale Johansson. Rocchino è stato un campione, ai nostri tempi con tante categorie e sigle avrebbe svettato; sarebbe stato un massimo leggero favoloso lui che era troppo grosso per fare il mediomassimo tropo piccolo per essere un massimo. Spesso commentavamo di boxe con lui, ricordo che mi parlo bene di Valter Giorgetti, mi capitò di incontrarlo e gli parlai di Mazzola;ma il fortissimo  peso gallo che fu campione europeo  non lo conosceva troppo giravene, ma intervenne un altro che disse “Mazzola era un fortissimo pugile”. Era Matteo Salvemini, l’ex campione europeo dei Pesi medi, nato nel 1953, ma da esperto uomo di ring sapeva della classe del gigante lucano.

Ecco il ricordo di Gualtiero Becchetti che era a bordo ring quando Rocco difese  il titolo italiano contro il colosso Cavicchi nella sua Bologna; quel giorno nel sotto clou combatteva anche un giovane emergente, un certo Nino Benvenuti.

Era il mattino del 2 ottobre 1961. Il primo giorno di scuola e io cominciavo con un’assenza perché, con il sudato permesso dei miei genitori, insieme al mio futuro cognato Carlos Duran mi stavo recando alla stazione a prendere il treno per Bologna, dove alla sera si sarebbe svolta una grande manifestazione di boxe presso il palasport di piazzale Azzarita, incentrata sulla sfida al titolo italiano dei pesi massimi, detenuto da Rocco Mazzola, da parte dell’idolo di casa Franco Cavicchi. Passai l’intera giornata come se mi fossi trovato a Disneyland…Le operazioni di peso (allora si svolgevano il giorno stesso dell’incontro), il pranzo in mezzo a tutti i pugili che conoscevo attraverso i giornali, le figurine degli album e le fotografie che avevo cominciato a collezionare quando appena avevo imparato a leggere e a scrivere. Poi i giornalisti famosi, l’hotel dove i protagonisti rimasero a letto sino al tardo pomeriggio manco fossero ammalati e finalmente il palasport, gigantesco e gremito come mai avevo visto nell’ancora mia verdissima vita. Quella sera combatterono e vinsero il welter Alfredo Parmeggiani, altro bolognese alle prime armi ma già bravissimo ed elegante, su Bacchiani; il superwelter salernitano, residente a Ferrara, Ciro Cipriano su Ferraguti e un medio di cui si sentì parlare parecchio anche in seguito…Un certo Nino Benvenuti neo-professionista che mise ko tal Retmia Mahrez al 3° round, con ancora addosso il profumo della medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Roma. Carlos, da parte sua, all’ottavo match da quand’era arrivato in Italia, rivoltò da capo a piedi ma senza infierire il coraggiosissimo e valido parmense Gianni Lommi, già sfidante alla cintura tricolore confermando al pubblico felsineo che se aveva già sconfitto da straniero e nel volgere di pochi mesi pugili come Gino Rossi, Paolo Cottino, Remo Carati e soprattutto Giancarlo Garbelli, qualche ragione doveva esserci. Un popolare giornalista sportivo dell’epoca, Giorgio Astorri, lo definì “Duran-Mambo” per il gioco di gambe che gli aveva ricordato un ballerino della danza latino-americana allora in gran voga. Poi arrivò il momento attesissimo del clou. Qualche applauso di circostanza accolse sul ring il ventottenne Rocco Mazzola, mentre un vero e proprio boato salutò lo scultoreo Cavicchi, il popolare “Checco” che era la delizia e il tormento dei bolognesi i quali, per sconfinato amore o radicata avversione, formavano ad ogni suo combattimento una muraglia umana attorno quadrato per sostenerlo o fischiarlo. Aveva 34 anni e a quei tempi, con la barriera dei trenta che rappresentava il confine tra gioventù e vecchiaia sportiva, poteva già essere ampiamente considerato sul viale del tramonto. Reduce da diverse deludenti prestazioni e ormai lontano dagli anni d’oro del campionato europeo vinto contro il tedesco Heinz Neuhaus dinanzi ai 50.000 dello stadio di Bologna, era sfavorito. Mazzola me lo ricordavo per averlo visto combattere e perdere attraverso la TV in bianco-nero di 18 pollici e nell’unico canale Rai, contro Domenico Baccheschi, per il titolo nazionale dei mediomassimi. Mi tornava alla mente una feroce battaglia testa-a-testa e benché fossi ancora piccolissimo, mi era rimasta impressa la sua solidità e il suo enorme coraggio. In quella notte confermò in pieno tali doti e non cedette il passo a Cavicchi neppure per un istante, anche se in effetti era soprattutto il bolognese a tenere l’iniziativa. Lo sfidante attaccava e il lucano ribatteva colpo su colpo e con la sua guardia mancina complicava non poco la vita al gigante di Pieve di Cento. I bolognesi erano tutti dalla parte del pugile di casa e fu una sensazione strana, quasi inusuale, come se volessero salutarlo al tramonto della carriera, dimenticando per una volta le tante accuse di scarso ardore e poco “fuoco” pugilistico che gli avevano lanciato durante la talvolta sconcertante per quanto prestigiosa carriera. Dietro di me un omone si agitava moltissimo e in dialetto veneto sembrava uno sfegatato ultras di Cavicchi, a cui non lesinava consigli e incitamenti, mentre non risparmiava ben altre parole a Rocco Mazzola. Ci volle poco perché lo riconoscessi. Si trattava del padovano Federico Friso, ultimo sfidante di Mazzola, dal quale era stato recentemente battuto d’un soffio di fronte al proprio pubblico. Negli ultimi due round, con il verdetto ancora il bilico, Cavicchi diede tutto se stesso come forse mai si era visto e cercò di affondare poderosi colpi al corpo del campione che, spesso costretto sulle corde, ribatteva comunque con ganci e montanti corti. Il palasport era una bolgia e quando suonò il gong della dodicesima ripresa (questa era la lunghezza dei match tricolori a quei tempi…), una vera e propria ovazione accolse Cavicchi che rientrò all’angolo a braccia alzate. Tutti erano in piedi e infine venne decretato il verdetto: incontro pari! In un secondo il pubblico di Bologna, notoriamente corretto e più aduso allo sberleffo che non al furore, si scatenò. Cominciò a volare di tutto sul ring: cartacce, sedie, frutti e resti di panini, bicchieri di plastica, bottigliette d’aranciata e gazzosa…Nel parterre i tifosi erano in piedi sulle sedie e io stesso feci altrettanto perché non vedevo più nulla, anche perché Federico Friso inspiegabilmente me lo trovai ora davanti (e non era uno schermo da poco!) ad inveire contro Mazzola e i giudici colpevoli, a suo dire e a quel che capivo, di avere rinnovato l’ingiusto verdetto che nel maggio precedente aveva punito pure lui. La sarabanda durò molti minuti obbligando i carabinieri a ripetuti interventi e a quel che rammento oggi, l’ “io” bambino di allora propendeva in effetti per la vittoria di Franco Cavicchi, coraggioso e volitivo come non lo si era mai visto all’ombra delle Due Torri…Le storie pugilistiche di Mazzola e Cavicchi si protrassero ancora per un breve lasso di tempo; le loro strade si rincrociarono. Ma questa è un’altra storia. A me rimasero per sempre le immagini della mia prima visita nel dietro le quinte del grande pugilato, di una battaglia vigorosa e leale, di un palasport incendiato dalle passioni, di tanti volti, nomi e storie inchiodate nel cuore, a testimonianza di un amore per la boxe nato lontano e tuttora verde come una fogliolina di primavera”.(  pubblicato il16.3.2016)

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