I BARLETTANI DI LARGO LICEO

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LUCIO TUFANO

 

Vi erano i divoratori di fave dal baccello oblungo e dal frutto a forma di glande. Così quelli di Stagliuozzo ed i turcomanni della Pallareta e di Cacabotte dal regime dietetico vegetale e le rarissime occasioni di carne, con polenta di granone, senza mai rompere il legame erotico con quel mondo oscuro e sotterraneo che custodiva e maturava, in silenzio, le sostanze che si alimentavano tra luce e tenebre; quelli con il gozzo, con due gozzi, con facce smunte, scolpite dal sole e dal gelo, dalla pellagra e dalle febbri, mangiatori di patate e di aglio ed erotomani, estranei alle consuetudini urbane, tranne che per le feste patronali, al conformismo borghese, all’artificio e al progresso.

            Ma questi arbitri della loro attitudine sensoria, della facoltà di gusto, sapevano ritrarre dalla frugalità il loro sapore? Ecco che sorge il dubbio se queste tribù avessero facoltà di apprezzare la loro cucina, in considerazione della loro primitività.

            Brillat Savarin, il grande gastronomo del ‘700, parlava di Gasterèa come la decima musa, che senza fame non interviene nei conviti. E Gasterèa è una musa globale in osmosi con Afrodìsia e Sensoria. La bocca, il boccone e il boccale furono sempre più connubio di vita e di gusto, legame simbolico, bicronico, estinzione per gradi di fame e di sete, ristoro.

Ecco che le latitudini e le topografie del sapore, tra pianura e monte, tra l’agreste e il lacustre, tra mondo della foresta e mondo della marina, si omologarono con le logistiche, le estrazioni sociali e le culture.

            Da noi i baresi, fazzoletti di voci rauche, gole dilatate e dialetto marinaro, furono attori della piazzetta del pesce. Sogno del Baltico, il pesce azzurro destava l’interesse delle massaie. Sbarcato nei barili, nelle casse odorose e nelle ceste di salsedine e alghe, confuso alle lattughe, il “pelagus” era tradotto nelle cupe conchiglie dall’orecchio muggente e dal fragore sommesso.

            Dal mare di ristoppie, che pullula di lumache, di rane d’acquitrino terso, e dai pesci di acqua dolce del Bradano, dell’Agri e del Basento, ecco i frutti saporosi di una civiltà opposta, lontana dalle aree interne, aperta alle burrasche, alle invasioni saracene, dalle coste battute dai cavalloni e accarezzate dalle risacche.

            Barletta, porte spalancate dell’Oriente, cale umide di sale e di granchi, di barche titubanti, di vele lacere, di pescatori che lanciavano i rattoppi delle reti. Avido modo di predisporsi al boccone: il pane e l’aringa pulita, condita con olio. Desiderio medianico degli artigiani, fabbri e lattonieri, dei mulattieri e dei trainieri, dei gualani, industrianti e sottoproletari; quel sapore di acqua misteriosa, sapore profondo e ampio spazio, di scoglio, di brezza, di alghe e molluschi. I marinai di montagna cucinarono dentro le ragnatele dei vicoli.

Il potere afrodisiaco dell’acciuga ha sconfitto la resistenza persino dei santi che – racconta Brillat Savarin – dopo averle mangiate cedettero all’ardore dei sensi, e così anche si sostiene il valore afrodisiaco delle anguille e dei calamari che come gli uomini timidi, quando hanno paura, emettono un nero liquido come l’inchiostro – scrive Castor Durante da Gualdo – per nascondersi ai pericoli.

            Le ostriche hanno negli anfratti petriformi delle loro calotte scabre, grigiastre, proprio come le streghe mitiche e misteriose, la quintessenza di ogni gusto marino quando si dischiudono nella loro luce di madreperla, dalle iridi riflesse.

            Accadeva nella nostra città dei tempi andati per i vicoli che sempre annoveravano cantine, stamberghe, “osterie dall’antica panza”, boccaporti di nebbie, ove si mangiava e beveva su panche scure e tavoli unti.

            Quelle formidabili pattuglie delle cantine, bizzarre di stramberie, di voci impegnate nelle gutturali della morra, pattuglie del rutto intermittente, dalla sonora risata e dalla pernacchia irritante del braccio e dell’ascella, quell’ambiguo grottesco tra città e campagna, trascorrevano – a nostra memoria – il loro giorno attorno alle sporte del mercato o vicino ai forni o nei pressi dei portoni borghesi, agli ingressi del Tribunale o degli uffici, e tutti quelli che hanno amato le povere mogli, sfidando gli anni e le notti sulle logore membra per un unico, disperato, monotono amore.

            La libidine sottoproletaria accumulava energia fecondante lungo tutte le soste, i sepolcri del gusto, di botole cantiniere e cucine, ciambotte e pietanze piccanti di vino cipolle e “sarache”, per immolarsi nei luridi giacigli dei sottani.

            Uscieri ed impiegati hanno consumato i loro amori con le servotte e le locande, le zoppe e le nane, le guerce e le megere per uno svago priapico, alibi di un innamoramento da pressione sanguigna. Mentre il Carnevale dei signori e degli intendenti, dei direttori e dei vice, dei ragionieri capo trascorreva al circolo lucano per i balli dell’intera notte, nelle riunioni festose a casa del prefetto con sonate al pianoforte e passaggi di vassoi e guantiere di cannoli, cassate, babà e bicchierini di vermouth e rosoli, che affluivano nelle arterie e nei pensieri di un amore platonico stracarico di ormoni e inibizioni onaniste, ma con una voluttà piena e ingorda di papille gustative e papille tattili tanto accesa da produrre orgasmi  di natura solo gastrofaringea.

 

 

FOTO INTERNA  DI WWW.NDUNETTA.COM

FOTO DI COPERTINA. DAL LIBRO DI Francesco Galasso
( Potenza nei ricordi e nelle immagini )

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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