I GUEVARA TRA CULTURA, URBANIZZAZIONE ED ECONOMIA

0

VITO TELESCA

Come le altre famiglie nobili del Regno di Sicilia i Guevara hanno lasciato, ovunque siano andati, il loro segno sul territorio amministrato. Nonostante l’incuria e le trasformazioni compiute dall’uomo (in alcuni casi quella che prima era una residenza nobile poi è divenuta ben altro), l’abbandono di alcuni siti più remoti, le guerre e i bombardamenti, i numerosi terremoti e altri eventi, il patrimonio lasciatoci in eredità dai Guevara rimane importante ed è spesso testimoniato da documenti notarili, dipinti, racconti ed anche poesie qualora non più esistenti oppure solo parzialmente visibili.

Nell’articolo precedente su Talenti Lucani abbiamo potuto constatare come i Guevara, sin dall’arrivo in Italia con Innico, entrarono da subito nelle grazie della corona aragonese, tanto da ricoprire diverse cariche importanti in seno alla corte, come il ruolo di Gran Siniscalco per  quasi tre secoli ininterrotti. Ruolo che precedentemente era stato ricoperto anche da Sergianni Caracciolo, lo ricorderete. Questa alta figura amministrativa, che lavorava “dentro” la corte e “per” la corte, è facilmente intuibile, aveva il privilegio di stare a stretto contatto con il re e con le altre cariche del regno e del parlamento. Condizione che gli consentiva di poter richiedere, con più incisività e probabilità di successo, misure e concessioni.

I Guevara di Bovino e di Potenza seppero sfruttare questa loro posizione, anche se il rovescio della medaglia era inquadrabile nell’immagine che  essi avevano tra i nobili del regno. Invidia, gelosia e spesso anche rabbia, poiché associati spesso alla corona e quindi anche ipocritamente accettati e riveriti. Non dimentichiamo il ruolo di Innico Guevara con Alfonso V d’Aragona, oggetto egli stesso di congiure, anche se suo figlio qualche anno dopo passò dalla parte dei congiuranti, facendo una brutta fine.

A Bovino i Guevara, che poi divisero il ducato con i Loffredo, nel 1597 fecero costruire delle taverne per il cambio dei cavalli e per il ristoro dei viaggianti, in virtù della buona posizione del feudo, posizionato sulla strada regia che da Foggia conduceva a  Napoli; di queste due taverne una si trova in territorio bovinese, un’altra in agro di Savignano. Giovanni Guevara realizzò nel castello ducale una biblioteca molto fornita e nel 1680 costruì il palazzo di Torre Guevara da poco restaurato. Lo stesso Giovanni favorì lo stanziamento dei frati cappuccini a Bovino e si preoccupò della costruzione del convento. Don Carlo Guevara fece costruire uno stabilimento industriale nel ponte di Bovino. Non dimentichiamo molte fontane sparse nel feudo dauno-sannita, i castelli di Ariano e di Savignano e tante opere di bonifica e strutture per favorire l’attività pastorizia, vero fiore all’occhiello del feudo. I Guevara strinsero amicizie importanti (oltre a parentele) anche con i Gonzaga di Mantova.

A Potenza i Guevara si segnalarono per la loro cultura sopraffina. Quando giungevano nella città lucana per riposare trovavano una città a misura delle loro aspettative e pronta ad accoglierli. Probabilmente stiamo parlando del periodo storico di maggior pregio per il capoluogo lucano. I Guevara nel 1445 con il capostipite Inigo ristrutturarono la vecchia cinta muraria di origine sveva e mal ridotta dai tempi dell’avvento dei D’Angiò (Potenza era filo-sveva). La cinta venne rinforzata e dotata di numerose porte, e poderose torri di difesa. Venne migliorata anche la viabilità intorno alla città. Nel 1488 per volontà di Antonio Guevara furono costruiti(o ristrutturati) il Convento e la chiesa di Santa Maria del Sepolcro.

La vera svolta per la città la si ebbe tra nel XVI secolo tra l’attività del IV conte di Potenza Carlo Guevara e l’avvento del nipote Alfonso Guevara, VI conte. Già sul finire del XV secolo Potenza pare divenne un cantiere a cielo aperto, a testimonianza del grande fermento del governo cittadino e della volontà dei Guevara di rimettere in sesto la città.

Nel preziosissimo libro del notaio potentino Scafarelli si leggono, tra le altre, anche le vicende della ristrutturazione del monastero di San Luca, operata nel 1579, e che viene etichettato dal notaio quale “honore e reputatione di questa città”.

Nel 1578, il governo della città si preoccupò di sistemare «lo ponte di Santo Aroncio, acciò non si venesse più a guastare con maggiore danno, e pericolo“. Sempre grazie alla testimonianza dello Scafarelli, che ebbe cura di annotare ogni dettaglio della vita amministrativa, politica e culturale di Potenza sotto i Guevara, scopriamo come gli stessi conti fossero sempre accontentati nella loro sete di cultura una volta giunti a Potenza. Anche l’Arcidiacono Rendina, parlando del giovane Alfonso Guevara lo elogia sia per la sua nobilissima discendenza sia perché aveva “piena cognizione della filosofia e della medicina” e non ultimo, per la sua particolare attenzione al mondo della poesia e della letteratura. Mentre i Sanseverino furono più inclini all’arte figurativa, i Guevara, da sempre, si segnalarono più predisposti all’arte delle lettere.

Anche il loro omonimo viceré giunto dalla Spagna, Don Inigo-Velez diede impulso alla cultura del regno e soprattutto, e ovviamente, per la capitale Napoli, sostenendo l’Accademia degli Oziosi e diffondendo il dramma musicale nei teatri del regno. Inoltre fece restaurare il Palazzo degli Studi fortemente rimaneggiato dopo la rivoluzione portata avanti da Masaniello.

Una signoria, quella dei Guevara, che non può essere considerata di secondo livello.

 

IN COPERTINA :Escudo_armas_Alfonso_V_de_Aragón_en_Satyrarum_hecatostichon_cropped

 

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Rispondi