
LUCIO TUFANO
Le tribù di mongoli, padri, madri, zie e figli che, sin dall’inizio del ‘700 abitavano nelle contrade di campagne desolate come gnomi contadini, folletti silenziosi e laboriosi, assisi attorno ad una tavola rudimentale, pronipoti di chissà quali piccoli patriarchi del mongolismo (contadino), attendevano alle faccende della campagna, accendevano il fuoco nel camino, approntavano la pignatta con i fagioli, andavano a far legna nel bosco, vantavano le loro origini dai demoni del sottosuolo, “la loro remota natura di spiriti inferici”, custodi della fecondità e della riproduzione.
Coltivavano le fave che avevano un nesso con la pancia e le verze, le rape e le teste di rapa che, come sostiene Baldassarre Pisanelli, medico bolognese nel suo “Trattato della natura de’ cibi e del bere” (Bergamo, Comino Ventura, 1587, p. 63) era cibo da uomini che molto s’affatichino e pasto da villano che, con i ceci e le cicerchie moltiplicano lo sperma e accrescono la capacità di coitare. Prima di lasciare la casa per i campi collocavano il paiolo, con dentro l’acqua a bollire, appeso alla catena del camino, alimentato da un fuoco perenne o tenuto tiepido da una brace raramente fioca cui erano sconosciuti gli sbalzi di temperatura e il variare delle stagioni.
Il camino caliginoso con la sua cappa nera era una specie di condotto astrale che metteva in comunicazione l’interno con l’immensità remota dei cieli: i grilli parlanti, i frammenti cosmici e solari, i messaggi del vento che attraverso quel condotto fino alla cucina, impaurivano o portavano doni, per poi ritornarsene nel nulla come la voce del vento che smuoveva la fiamma o sollevava impercettibilmente la cenere in cui i vecchi leggevano la “ventura” (P. Camporesi, Alimentazione, Folclore e società. Pratiche editrice, Parma, 1980).
E sotto i cenci luridi ed i corpi laidi e contraffatti, dei componenti la famiglia contadina, l’enorme pancia sembrava annettere gran parte del corpo, fino al collo nella parte superiore e sulle gambe per la inferiore.
Fautori della fertilità e della fecondità, esperti del ridere e del grottesco, dell’escrementizio, saggi delle stagioni del calendario agrario, dominato dalle stelle e dalla luna, espressioni antropomorfe ed essi stessi mistero della fertilità. Erano edotti della cultura inferiore, legata alla terra, al fisiologico, al corporale gastroenterico, al genitale, contro la cultura del “palazzo” e della città dove riscontravano scarso gradimento e subivano l’ironia ed il sarcasmo della piccola borghesia.
Erano brutti e deformi, forti di braccia e ispidi di capelli e peli, sovrani delle stalle e del letame, figli silvani di Saturno, dio del grano seminato e risorgente, confidenti del sottosuolo, baroni dei venti e delle piogge, ministri delle divinità volubili e delle calamità determinate, e sotto gli stracci luridi, il fetore dello stallatico e laidi nelle membra.
In loro parlavano gli antichi spiriti della terra, i demoni dei campi, scopritori di marenghi e luigi, signori delle stagioni. Avvezzi, come tutti i diavoli, delle burle, della goffaggine, i contadini nani ed erotomani, erano contro quelli della consuetudine, del conformismo, contro quella filosofia sociale fondata sul primato della cultura egemone, dell’artificio, del progresso delle sofisticazioni ideologiche.
Rappresentavano la cultura subalterna della terra, del fisiologico, del corporale, e ridicolizzavano il palazzo di zì Pupo (il municipio) della città, del potere regio e di quello ecclesiastico che nei cieli scrutava i “vuoti, sterili ed infecondi campi celesti”. FOTO DI COPERTINA TRATTA DA POTENZA D’EPOCA -FACEBOOK. SI RINGRAZIA L’AMMINISTRATORE E IL DONATORE DELLA FOTO