I MULINI AD ACQUA IN BASILICATA

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LUCIO TUFANO

 

Disseminati lungo i dirupi tra cui prepotente e minaccioso ancora s’avventa l’impeto dei torrenti, costruiti sulle balze delle montagne o nei crepacci delle rocce, raggiungibili solo dagli antichi tratturi, abbandonati e silenziosi, i mulini ad acqua[1] testimoniano la loro antica epoca, in cui furono gli strumenti feudali della riscossione e protagonisti o spettatori di vecchie storie popolate da briganti e da soldati, da sommosse e da gendarmi, nelle lontane annate delle carestie e delle invasioni.

Una grossa ruota di pietra spesso ne costituisce l’insegna e la porticina, logorata dalle intemperie, accostata o sprangata, è rimasta semiaffogata nelle ortiche o in una moltitudine di altre erbe selvatiche cresciute quasi a volerne custodire l’ingresso; il torrente scopre oramai il suo asciutto greto o a poca distanza continua a scorrere rumoroso.

Fabbricato in modo originale e secondo le tecniche idrauliche, per le quali si doveva meglio sfruttare la forza delle acque di un torrente, era di solito posto tra i pioppi, al margine di un sentiero che saliva dalla valle. D’inverno diventava una bianca cappella rupestre e d’estate un’isola in un folto mareggiare di verde. Vi si scorgono ancora i fasci di assi nere, cariate dal tempo, i pilastri in bilico, gli arrugginiti perni delle ruote, il legno decomposto, tra le ombre trafitte dalle luci del giorno che penetrano dalle fessure, le parti lignee, i piani brevi e obliqui color ocra, gli attrezzi vecchi, le tonde mole, parti antiquarie di un rottame, un vecchio barcone.

I mulini erano popolati di macchine quando ancora nulla, nell’economia agreste, si compiva con l’aiuto delle macchine. Intorno ai mulini si mossero eserciti di artigiani specializzati anche in altre discipline: scalpellini per la riattivazione delle mole «stanche», usurate, muratori, fabbri e meccanici del ferro, falegnami, cordai, sellai (per la fabbricazione delle cinghie), capomastri. Mille strumenti furono inventati o adattati alla necessità del mulino: per pesare, per cernere, per misurare le capacità, per contare i giri delle mole … Infatti le autorità, fin dai tempi più remoti, avevano posto l’occhio sul mulino, punto fondamentale di raccolta del prodotto alimentare primario, chiave di volta di tutta l’economia – fondamentalmente agraria – elemento risolutore del sempre ricorrente problema del sostentamento degli eserciti, della distribuzione razionata in tempi di carestia, della esazione delle tasse. Difatti la famosa tassa sul macinato è antica quanto la civiltà[2].

La produzione granaria quindi, fino a pochi anni fa, veniva sfarinata in questi mulini a propulsione idraulica, sistemati lungo i corsi d’acqua a flusso continuo o lungo canali portanti acqua derivata dagli stessi, perché più a portata di mano dei contadini o di quanti possedevano una bestia da soma per poterli raggiungere.

Avevano a monte un serbatoio per la raccolta dell’acqua proveniente dal torrente, e sul fondo del serbatoio (botte) vi era un foro a chiusura comandata che aprendosi dava un forte getto d’acqua.

Tale getto aveva la forza di mettere in movimento una ruota i cui raggi consistevano in altrettante pale. L’asse della ruota aveva una testa poggiata sul piano del successivo scorrimento dell’acqua già utilizzata e, senza bisogno di ingranaggi, attraversava la volta soprastante su cui poggiava la macina di base che rimaneva ferma e si innestava, fissato da cunei pure di legno, al centro della mola ruotante.

Le due macine erano ricoperte da un cassone di legno, al centro della mola ruotante, che serviva a trattenere la farina che altrimenti si sarebbe volatilizzata. Sul cassone poggiava la tramoggia. Dalla tramoggia il grano scendeva sulla mola fissa e a seguito del movimento rotatorio della mola superiore, veniva schiacciato e trasformato in farina. Questa, attraverso le leggere scanalature praticate sulla mola fissa, per la forza centrifuga e per il risucchio dell’aria, scorreva in un canale collocato tra le macine e il cassone e di lì, a colmatura piena, fuoriusciva cadendo sul pavimento antistante, da dove veniva raccolta ed insaccata. Per questa ultima operazione e più di tutto per la impossibilità di poter controllare il prodotto da parte delle autorità sanitarie si giunse, verso il 1930, alla chiusura dei mulini ad acqua.

Fra l’altro è bene annotare che il canaletto situato tra macine e cassone, a mulino fermo, rimaneva pieno di farina fortemente compressa, la quale andava naturalmente a beneficio del mugnaio. Tenendo presente che le mole si arrestavano più volte nel corso della giornata, si può immaginare quale in realtà fosse l’utile di questi. Per stabilire la velocità delle macine che non dovevano superare gli 80 giri al minuto primo affinché non si bruciasse la cariosside del chicco, bisognava ben calcolare la portata della cascata che agiva sulle pale della turbina rudimentale. Le macine dovevano essere di pietra (Festor), una fissa e l’altra girevole. La qualità della farina dipendeva dall’abilità del mugnaio che regolava la distanza tra le due macine.

Il mulino ad acqua, nel suo evolversi, anche se diede una nuova classe di artigiani (i mugnai) che, a volte possessori delle macine ma quasi sempre prestatori d’opera, macinavano il grano e, di rado, impastavano e cuocevano il pane, assunse sempre un ruolo esattoriale poiché di esso si servivano il barone per riscuotere i canoni dai contadini e i Comuni e i Principi per applicare i dazi e le gabelle. Infine, negli ultimi tempi, era diventato uno strumento di lucro che dalla modesta molenda (quota di molitura) della macinazione per conto terzi, assicurava al suo proprietario la rendita del conto proprio.

I mugnai s’inserivano nei rapporti tra baroni e contadini e, a metà fra gli imprenditori e gli artigiani, profondi conoscitori delle tecniche e dei trucchi, abilissimi manovrieri nelle secolari contese con i feudatari o con i sovrani, per via delle tasse e dei balzelli, finivano spesso col diventare dei veri e propri tiranni della povera gente di campagna. Ladri nel peso e nella qualità ai danni dei contadini, astuti come volpi, ma anche fortissimi lavoratori, trasmettevano l’arte ed il diritto di molina ai figli ed alle proprie generazioni. Finivano quasi sempre col diventare una vera e propria potenza economica nel contado.

Sin dal Medioevo, pertinente al fondo del signore così come tutti gli altri beni del castello, il mulino costituì una delle principali fonti di arricchimento per i proprietari che esigevano fitti rilevanti. Il mugnaio che in origine non possedeva nulla se non il suo mestiere e la possibilità di imbiancarsi di farina, pagava il fitto del mulino, a volte in natura, a volte in danaro, provvedendo da sé alle macine, assai spesso comprendendo nel canone anche le anguille pescate nella gora del mulino. I contadini, dal loro canto, erano costretti, nel rispetto del diritto assoluto di molitura, a far macinare il loro grano, più spesso l’avena, l’orzo e il granturco, presso il mulino del barone o del principe, né potevano macinare di nascosto nelle loro case, con macine a mano né ad essi era consentito in nessun modo, per mancanza di acqua o per impossibilità di trasporto, di macinare altrove. Le macine a mano venivano poste al bando, distrutte o confiscate. Numerosi mulini ad acqua facevano parte della proprietà ecclesiastica ed erano di comunità, di monasteri, di priorìe. Di essi si fa menzione in molti documenti, in inchieste, in testamenti, in antichi contratti di compravendita o in vari atti di successione nei relevi[3].

Furono oggetto di rapporti precapitalistici tra baroni e comuni e tra baroni ed ecclesiastici. Vi furono donazioni di appezzamenti di terre con case e molini in favore della Chiesa. Con i mulini si alienava anche l’uso delle acque[4].

Nel 1435 la badessa del Monastero di S. Lazzaro fece riparare il molino del monastero e, non avendo denaro per pagare gli artigiani, si fece autorizzare dal vescovo di Potenza alla vendita di un terreno alla Curisana nell’agro della città; il terreno fu acquistato dal cantore Luca Cioffi, amico della badessa per due once e cinque tari[5]. Con la somma ottenuta la badessa aveva apportato le riparazioni necessarie alla piccola industria gestita dalle sue monache.

Nel 1443 i fratelli Gaspare e Baldassarre De Apruzio di Potenza, facoltosi e nobili possidenti, per ingraziarsi la Chiesa e assicurarsi un certo numero di messe dopo la loro morte, donarono ai monaci del Convento di S. Francesco, alcuni terreni a «lo molino di messere Mario apud locum dictum lo varco de le catenelle» di Potenza[6].

In Basilicata nei 104 Comuni feudali, i baroni facevano il bello ed il cattivo tempo, imponendo enormi sacrifici ai contadini ed ogni sorta di tributi.

Accampavano anche lo «ius delle forna»: una pretesa esosa, atroce quanto lo «ius vitae ac necis».

Esso consisteva «nella proibizione che tengono generalmente tutta la gente della terra di Oppido, siansi laici siansi ecclesiastici, di potere altronde cuocere il lor pane che nelle Forna del Barone, esiggendo all’incontro da essi il Barone per ogni 16 rotala di pane cotto un sai rotolo di pane, che volgarmente chiamano la sedicina»[7].

Questo Ius veniva esercitato in locali o bassi terranei[8] vicino alla Piazza o accanto alle Carceri, nei pressi dei due forni esistenti. Ancora oggi, il vicolo dove era uno di questi forni baronali, si chiama strettola del forno, contiguo all’altro detto del carcere.

In verità accadeva che «in parecchi comuni i miseri vassalli potevano ricoverare nei pagliai, e non serbavano altro diritto che quello di cuocere il pane sotto la cenere essendo loro vietato di tener forni»[9]. Alcune leggi, emanate dai monarchi, in base alle quali si voleva restituire la facoltà ai contadini di cuocere il proprio pane, o di macinarsi il proprio grano «senza essere obbligati ad altri servigi o nella persona o negli averi non ebbero alcuna efficacia»[10].

Quando … «quasi tutto l’agro potentino (43.700 tomoli circa, 17.982 ettari, che di certo era vastissimo, si apparteneva ai tre Capitoli di S. Gerardo, di S. Michele e della SS. Trinità, ai Monasteri di S. Francesco e di S. Lucia, alla Mensa Vescovile, all’Università o Comune, ed al Conte o Marchese di Potenza»[11], i mulini che vi erano dislocati, lungo i costoni delle colline o sull’orlo dei corsi d’acqua, appartenevano di diritto ai relativi proprietari tant’è che «la proprietà che si apparteneva al Conte, spesso veniva designata con titoli speciali, secondo le notizie raccolte nel linguaggio popolare e ciò serviva ad indicare la potenza e la dignità della Signoria Comitale. Si chiama tuttora, con enfatica espressione, Mulino della Corte, quello posto vicino alla stazione Ferroviaria»[12].

Nei tempi della manomorta i contadini e i privati non possedevano nulla, i pochi terreni erano gravati di canoni e di censi, perché presi in enfiteusi o con danaro a prestito dalle Chiese, «pagando per sempre, o a tempo, una convenuta ed annua prestazione di godimento e di possesso …».

Solo il dominio francese diede i primi strappi alla proprietà ed ai privilegi della Chiesa, sopprimendo l’antico e ricco monastero dei Conventuali di S. Francesco a Potenza.

Tuttora quei fondi conservano il titolo di masseria di S. Francesco e Molino di S. Francesco.

I mulini, quindi, installati nei feudi laici ed ecclesiastici, passavano dalla proprietà del barone o della Chiesa all’Università o Comune a seconda delle leggi o delle liti che avevano luogo.

Un documento di lite fra il Comune di Potenza e la contessa Ginevra Loffredo ci fa capire, per esempio, quale fosse la pretesa dei Conti di Potenza, i quali, nonostante le capitolazioni del 1636 e gli «stati discussi» 1678-1762, rivendicavano la feudalità universale sull’intero territorio di Potenza. Infatti vi facevano pascolare i propri animali, esigevano diritto di fida e di terraggio da forestieri e paesani non solo nei demani di uso civico, ma anche nei fondi dei privati, esercitando illegalmente diritto di «scannaggio di piazza, baglivi e mastro-baglivi» e vantando padronanza assoluta delle acque.

Una questione quella delle acque mai affrontata e risolta con leggi. I fiumi, i torrenti, furono sempre oggetto di usurpazione da parte dei baroni, dei Comuni o di altri privati; che per interessi e fini propri deviavano o impedivano il loro corso, creando impaludamenti e danni alle colture.

Si proibiva che le acque potessero far muovere macchine a molini.

Insomma ne scaturivano lunghi litigi che, «rimessi allo arbitrio di magistrati, venivano allungati o decisi capricciosamente senza misurata considerazione di pubblico bene»[13].

È facile dedurre come tutte le difficoltà sull’uso e l’impiego delle acque per il funzionamento dei molini, finissero col gravare sull’onere della molitura, al punto da costringere i governi e autorità a mobilitarsi perché la questione venisse disciplinata e si andasse incontro alle proteste dei contadini e dei mugnai[14].

Sempre per contenere la prepotenza dei baroni che ordivano tali proibizioni, Carlo III emanò i due provvedimenti del 6 febbraio 1773 e del 20 ottobre 1775, ordinando ai baroni di non ostacolare la costruzione dei molini[15].

Nel 1809 l’Intendente di Basilicata partecipava ai Sindaci, Decurionati e Giudici di pace una lettera del Ministro della Giustizia sulla costruzione di nuovi mulini e sul libero uso delle acque: «Diverse doglianze di Comuni, e di particolari cittadini, i quali provano tuttavia le antiche difficoltà nella costruzione di mulini, mi hanno obbligato a prender conto de motivi, che hanno finora ritardata l’esecuzione di quella parte della legge abolitiva della feudalità, la quale ha distrutto le privative, ed ha renduto l’uso delle acque libero, e comune» (D. I. 81 – «Giornale dell’Intendenza»).

Eppure, come scrive il Racioppi, la Basilicata «per catene di montagna per malsicure boscaglie per ripide balze e per vie dirupate o malferme sul suolo cretaceo che si scioglie e si sfrana», aveva in prevalenza l’economia della pastorizia e, come industria meccanica, non conosceva «altro genere di opificio, che il molino mosso dall’acqua o dalla forza del giumento, le gualchiere a sodar panni e il frantoio delle olive, meccanismo o congegni del Medio Evo»[16].

Attraverso La Statistica Murattiana ci convinciamo ancora di più che la storia dei mulini è rimasta strettamente legata alle sorti dell’economia agreste della regione. Le «macine erano adibite alla molitura raramente solo del grano ma quasi sempre dell’orzo, dei legumi, delle vecce etc. …».

In alcuni centri abitati della Basilicata ed a Potenza in modo particolare, si faceva anche molto uso di maccaroni che il popolo «fa da sé o compera dal maccaronaro del paese, e, quasi ovunque, di polenta di farina di frumento, frumentone ed orzo, spesso viziata dalla malizia dei mugnai e dalla cattiva qualità delle macine, e che suole condire con olio e con sale»[17].

Che alcuni molini tenessero i registri per le tariffe di molenda, lo si è appurato attraverso il rinvenimento di due documenti del carreggio del Feudo Doria (Archivio di Stato Potenza). Infatti in essi vi sono riportate le annotazioni al registro delle «macinature» dall’amministratore contabile (mastro d’atti):

Libro de Macinat(u)ra de franchi delli Centimoli di S(u)a Ecc(ellenz)a Pr(incip)e in questa Terra di Forenza principato dalli 19 de’ Marzo 1673 alla ragg(io)ne di grana tredici il tomolo, dalle quale se ne deduce grana uno et mezzo, al molinaro p(er) ciasched(un)o t(omolo) di macinato e q(u)ello s’intende p(er) suo salario, che in frutto rest’a beneficio di d(ett)o Ecc(ellentissim)o P(rincip)e grana undeci e mezzo il tomolo hoc modo v(idelicet). E detti franchi s’intendono li R(everendi) Preti che pagano un grano meno delli laici.

 

Libro de Macinature de Laici delli Centimoli di S(ua) Ecc(ellenza) Pr(incip)e in questa Terra di Forenza, Principato dalli 19 Marzo 1673 alla ragg(io)ne di grana quattordeci il tomolo del macinato dal q(ua)le se ne deduce grana uno et mezzo al Molinaro p(er) suo salario, ciò per ciasched(un)o tomolo, che in frutto rest’a beneficio di d(etto)o Ecc(ellentissim)o P(rinci)pe, grana dodici et mezzo p(er) tomolo, et sono hoc modo Videlicet[18].

 

Dal carteggio del feudo Doria Pamphili di Avigliano inoltre si apprende come, ancora nel 1754, per macinare nei molini baronali, si pagassero due quartaruli per ogni tomolo (tenendo presente che il quartarulo è la quarta parte di uno stoppello) e come tale vessazione provocasse le proteste sia dei mugnai che dei contadini[19].

A Rivello, nel 1815, il Comune era proprietario del Molino grande e del Molino del bosco o piccolo, (documento inedito del 1820). In base ad istruzioni contenute su manifesti e bandi emanati dai Servienti di Comuni, veniva radunato il popolo in luoghi prestabiliti, di solito davanti alla porta comunale, e alla presenza del sindaco si procedeva alla prima accensione di candela per la concessione dell’affitto (appalto) della Gabella sulla sfarinatura[20].

Oltre alla riscossione di sei grani per ogni tomolo che veniva portato, «colla macina di qualunque genere» da parte del Comune, venivano imposte anche le condizioni dell’affitto.

L’affittatore doveva affiggere dei cartelli in luogo pubblico per conoscenza della popolazione per tre ore «incominciando dallo spuntar del sole» e dalle ore venti alle ventitre della sera, in modo che chiunque aveva da portare generi alla macina, senza avere ottenuto il cartello dall’affittatore, o in quantità maggiore di quanto in questo era stabilito, incorreva nella penalità del doppio, «che trovasi non rilevato in beneficio dell’affittatore suddetto».

Il tomolo di cereali o legumi che doveva macinarsi bisognava portarlo al molino, colmo o alla rasa, senza che l’affittatore potesse prendere più di quanto stabilito, fatta eccezione per i maccaronari ai quali veniva imposto uno stoppello in più. Tutti quelli che macinavano il grano o altro fuori del comune, o che v’introducevano farine, erano obbligati a pagare gli stessi diritti all’affittatone, e mancando, incorrevano nella pena del doppio in favore di questo.

L’affittatore infine rimaneva obbligato nei confronti del cassiere comunale per il versamento mensile delle rate di canone, in base ad atti sottoscritti da lui e da due garanti con lui solidali (i garanti si chiamavano pleggi perché offrivano la pleggiaria).

A carico dell’affittatore gravavano tutte le spese, la carta bollata, il registro, la copia e il repertorio e «tutt’altro che all’uopo occorre da soddisfarsi appena ricevuta la dovuta approvazione, ed avendo gridato il serviente, ad alta ed intelligibile voce è rimasto aggiudicato, qual’ultimo, e maggiore offerente, per la somma di ducati …».

Della nascita della concorrenza al monopolio comunale della macinazione si ha notizia invece da una supplica diretta all’Intendente di Basilicata da parte di un affittatore, tale Francesco Antonio Filizzola del Comune di Rivello, del 1823, il quale nella stessa lamentava l’immissione nel suo comune di una forte concorrenza da parte di altri molini appartenenti a padroni di riguardo[21].

Alla lettera del supplicante faceva seguito quella del Sindaco di Rivello il quale confermava che «ora essendosi costruiti due nuovi molini vicino all’abitato, ove lo sfarinamento risultava di migliore qualità, come pure essendo i Padroni Gentiluomini avevano influenza nel Comune, quasi tutti andavano a sfarinare nei di loro molini, anche perché avevano ribassato la molitura due, tre grana in meno a tomolo …». Considerando che nell’anno corrente si sono costruiti e posti in macina due molini sulla riva del fiume Camartino vicino a questo abitato, il primo di pertinenza del p. D. Francesco Boraglio, e l’altro del sig. D. Biase Cantisani ambedue di questo Comune, i quali si sforzano per accreditare, ed acquistare concorrenza né di loro molino con avere emanato i bandi, e ribassato il diritto di sfarinatura a grani tre il tomolo » e appoggiava la richiesta dell’affittatore F. Filizzola per un nuovo fitto[22].

I comuni per fini fiscali dovevano premunirsi, per cui occorreva la disciplina dell’attività molitoria nel territorio.

La concorrenza dei molini comportò quindi la necessità di una maggiore disciplina della macinazione – alle disposizioni dei Ministri, degli Intendenti e dei sottointendenti, alle costumanze, agli usi e alle consuetudini in vigore, si aggiunsero difatti i regolamenti di polizia urbana e rurale emanati dai Comuni, intorno al 1839-40. Così si stabiliva, per esempio, che tutti i molini dovessero esporre al pubblico la stadera, verificabile dall’Eletto di polizia. Con essa dovevasi pesare il grano immesso nel molino e la farina da restituire – la quale doveva avere lo stesso peso, doveva essere sottile ed asciutta. Né i mugnai potevano conservare i sacchi colmi all’umido, né potevano alterare le farine – mescolandovi della crusca, volgarmente detta vrenna, o altra roba. Nel caso d’infrazione i mugnai venivano puniti con la ammenda di trénta carlini e, se recidivi, di sei ducati con la detenzione di giorni tre. Il Decurionato fissava la tariffa di molitura per ogni tomolo di grano «tenendo presenti i prezzi correnti dell’avena e della paglia» e la restituzione degli sfarinati non oltre il terzo giorno dalla consegna del cereale. La penalità era a carico del mugnaio, anche quando responsabile dell’infrazione fossero stati i suoi dipendenti: «I padroni dei rispettivi molini saranno sempre responsabili per lo pagamento delle multe fissate in questo, e nel precedente articolo, quando anche non si potesse liquidare chi dei loro garzoni addetti al molino si sia reso colpevole della contravvenzione …» II mugnaio che voleva chiudere il proprio molino doveva darne notizia al sindaco almeno un mese prima «acciò non mancasse la farina alla popolazione». Tale mancanza veniva punita con una multa di trenta carlini per ogni giorno di chiusura abusiva[23].

[1]Fu con l’applicazione del moto rotatorio alle macine dopo le antiche, anzi antichissime, esperienze delle macine a sella e dei mulini a pressione, che si introdussero in Roma dall’Oriente, le macine rotanti. La forza che si esercitava su di un bastone infisso nella macina superiore faceva girare questa sull’inferiore fissa. Immediata fu la diffusione di questi mulini per l’Italia ad opera dei soldati romani i quali, usando macinare il proprio grano, ricevevano in dotazione per ogni gruppo una macina. I mulini più grandi, mulini ad asino, la cui esistenza si riscontra nella antica civiltà pompeiana e che venivano fatti funzionare grazie alla forza animale, ebbero lunghissima vita fino ad epoche piuttosto recenti, nonostante l’avanzato uso del mulino idraulico, tant’è che continuarono, nelle regioni povere (Basilicata), anche durante la seconda metà del secolo scorso, a produrre sfarinati, sia nelle zone ove non vi era la possibilità di servirsi dell’acqua come forza motrice, sia nelle zone ove i mulini ad acqua già funzionavano da tempo. Venivano chiamati «centìmolì» quelle macchine (palmenti) che, come sostengono ancora in alcuni paesi del potentino, e i mugnai delle zone di Pietragalla e di Oppido Lucano, in attività per una buona parte della giornata, producevano cento moliture.

[2]I mulini – «Le 4 stagioni» – maggio 1972 n. 5.

[3]Relevi: denunce di successione alla morte del feudatario.

[4]Dalle scritture della Badia nei regesti del 1629 e del 1710 (Badie, Feudi e Baroni della Valle di Vitalba, di G. Fortunato, a cura di T. Pedio).

[5]Rendina f. 449 – N. B. l’oncia alla fine del periodo angioino del ramo Durazzesco, veniva intesa come moneta dì conto, e rappresentava la dodicesima parte della libbra ed era composta di 30 tari.

[6]Il Cartulario Potentino (Badìe Feudi e Baroni della Valle di Vitalba, G. Fortunato, cit.).

[7]Da Memorie stortene Statuti e consuetudini dell’Antica terra di Oppido. F. Giannone, libreria antiquaria editrice V. Casari, Testaferrata, Salerno.

Nel relevio, presentato a 16 marzo 1532 per la morte del conte Roberto Orsini, si dice che dalla privativa dei forni il Barone di Oppido ricavava «doe pese e mezza de pane la septimana lo quale pane se mangiano la gente del Castello et servitori de la Casa de lo Signore Conte». Tanto è vero che veniva proibito a tutta la gente predetta di poter tenere o fare forna nelle loro case di sorte alcuna, ma son tutti generalmente come sopra. Fu questa un’interpretazione farisaica data dal Barone ma che in seguito diede luogo ad una strepitosa lite, seguita da transazione.

[8]Da «Regime giurisdizionale e patrimonio del Feudo», Francesco Giannone (opera citata). Fuochi del 1664, al numero progressivo 120, è detto: «una casa terranea ad uso dì forno con tutti gli stigli per detto effetto. Dicono sia della Baronal Corte didetta terra, e farsi da Domenica Tarantino fornare». Al n. 189, è detto: «casa ad uso di forno con tutti gli stigli per detto effetto; dicono sia dell’Ill. e Sig. Conte padrone, e farsi da Francesco Iannuzzi». «Né il Barone è in obbligo di mettervi altro a suo costo che le dette sole forna abili in quanto alla fabbrica, poiché tutti gli altri utensili, come legna ed altro si portano da quelli che vengono a cuocere il pane però per gli accomodi della fabbrica di detti forni è tenuto il Barone. Sta il detto ius dato similmente ad affitto come l’altri suddetti, siccome ancora sempre è stato per lo passato, ed ha fruttato assai diversamente, essendo fra anni dieci giunto alla somma di ducati 300 e tre grana 33-2/3, ed ora sta affittato per annui Duc. 190. «Si esercita presentemente dal Barone il ius predetto in due stanze o bassi terranei, uno sito vicino la Piazza … e l’altro vicino le carceri e case dell’Università, ove sono due forna uno per parte».

[9]Da Tramutola storia ed attualità, di La Padula, ediz. Meta: «sin dal 500 circa a Tramutola vi erano quattro mulini: quello delle Pantane, quello della Torre o «sott’acqua», un terzo detto «della Corte », e l’ultimo sotto l’«abbazia». I forni erano tre e tutti fuori del centro abitato. In un secondo tempo, salirono anch’essi a quattro e vennero trasferiti in altrettante zone del centro abitato. L’impianto dì un forno era soggetto a norme molto restrittive in quanto rappresentava una cospicua rendita per il feudatario. Nelle private abitazioni era proibito costruirne e ciò spiega perché le più antiche dimore dei nostri paesi, ancora adesso, ne hanno uno posticcio che sporge all’esterno, essendo stato costruito quando ciò divenne lecito. La popolazione, pertanto, era costretta a servirsi di quelli pubblici, lasciando al gestore la 24a parte del pane che vi aveva cotto, insieme a dodici pezzi di legna.

[10]Bianchini vol. II lib. 2. Storia del Reame di Napoli.

[11]Cap. VIII di Usi e costumanze del popolo potentino, di Raffaele Riviello.

[12]Cronache Potentine, di R. Riviello.

[13]Vol. III, Bianchini cap. II, sez. I, (pag. 89).

[14]Bianchini, pag. 52/sez. IV, cap. III.

[15]Bianchini, cap. II, sez. I e cap. III sez. IV.

[16]Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, G. Racioppi, vol. II.

[17]Le Statistiche Murattiane, a cura di T. Pedio.

[18]Carteggio Feudo Doria, Archivio di Stato, Potenza.

[19]Carteggio 454, Archivio di Stato, Potenza (Feudo Doria).

[20]Archivio dì Stato, Atti dell’Intendenza (Molini), (anno 1820, il giorno 28 novembre in Rivello, verbale di adunanza).

[21]Lettera del 28 settembre 1832, con intestazione tonda distintiva «Regno delle due Sicilie», n. 14753, Archivio di Stato, Atti dell’Intendenza, Molini.

[22]Lettera del 2 dicembre 1823 del sindaco di Rivello, Isidoro Ferrazzano.

[23]Decreto Ministeriale del 28 maggio 1826, istruzioni agli intendenti, sindaci e decurionati.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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