I primi globe-trotters e la vendita a voce alta.

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LUCIO TUFANO

Chi erano i globe-trotters?

Erano i venditori ambulanti dei quali si è ormai spento il ricordo, anche se ne è sopravvissuto qualche esemplare. Si è anche spento l’eco dei loro gridi per le strade che registravano diversi e non più gradevoli rumori[1]. Forniti di solide gambe e di buona ugola, percorrevano il lungo ed in largo le città ed i paesi per la vendita minuta, spesso degli oggetti più strani ed impensati, offrendo la loro merce a domicilio, spesso a prezzi anche inferiori rispetto a quelli praticati dai venditori con bottega.

Ogni merce aveva il suo grido e spesso la sua tipica modulazione, di cui oggi rimane una pallida traccia e questo è anche un indice della diversa mentalità e delle abitudini locali: per esempio, mentre i latini sono generalmente aggressivi, i germanici tendono invece ad un’imposizione più melodiosa agli orecchi dei passanti, e basta ricordare come i giornali, che venivano strillati (onde lo strillone), nei paesi germanici vengono addirittura cantati.

Canzoni che, in gergo napoletano, raccontano dell’ambulante che dialoga: … quante spingole mi dai p’ nu turnese?, e la figliola: trase, trase …

Al contrario delle canzoni che non sono più cantate bensì vengono urlate, il commercio gridato è andato giù: “le voci raramente melodiose, più spesso sgraziate e discordi, degli ambulanti, aggiungevano molte note ai rumori cittadini, allo zoccolare dei cavalli, allo sferragliare delle carrozze”. Man mano che i rumori del traffico mutavano carattere e timbro con gli scoppi dei motori ed il frastuono della città moderna, si attenuano le grida dei venditori assiepati sui marciapiedi o in determinati posti messi a disposizione dalle autorità; si attenuava la loro attività per motivi anche storici ed economici.

Non appare possibile oggi pensare, dall’aspetto visivo e sonoro, ad una strada dei secoli passati, che oltre alle numerose botteghe annoverava, su entrambi i lati del suo percorso, schiere di venditori ambulanti “dalle grida ora laceranti, ora carezzevoli, sovente incomprensibili, se non alle solerti massaie che scendevano in strada a fare gli acquisti. Il pescivendolo, il venditore di cialde, il venditore di cappelli che era un compratore di pelli di coniglio, il venditore di cavoli e di altra verdura, il venditore o la venditrice di generi oggi impensabili, tutti, laceratori o laceratrici di orecchi, che associavano, come si è detto, la resistenza delle gambe a quella della gola e dei polmoni … quando le strade non erano super trafficate da autoveicoli ed il codice della strada ancora non esisteva.

«Gionata Switt, parlando di Londra, cita una venditrice di cavoli dalla voce poderosa e mattiniera, che disturbava il suo sonno».

«Luigi Sebastiano Mercier, gran conoscitore e descrittore della Parigi del Settecento, dedica parecchi capitoli alle curiose grida dei venditori ambulanti ed al loro movimento che aumentava in modo considerevole l’animazione delle strade, già preda delle veloci e rumorose carrozze, che facevano tra loro una specie di gara di corsa, simile a quella delle automobili di adesso, quando l’occhio paterno del vigile sia distratto per un momento».

Gergo, modulazione e pronuncia avevano nelle grida e negli urli dei venditori cadenze, fonetiche e spesso anche cantilene per destare ancora dippiù l’attenzione dei consumatori o degli acquirenti.

Ogni merce aveva il suo grido, il suo epiteto, il suo nome, a volte l’origine e la provenienza. «Ora vengono impropriamente chiamati ambulanti anche quelli delle bancarelle sul mercato: in verità questi si spostano da un luogo all’altro, e spesso sono pure forniti di voce robusta, ma non “ambulano” portandosi addosso la mercanzia come i veri ambulanti della tradizione». Se ne registrano ormai pochi: il vetraio, l’ombrellaio, lo straccivendolo, ora c’è anche il venditore di fiori, che ha sostituito quelli con il gazebo.

Non v’è più il “robbavecchia”, lo “straccivendolo”, il “pentolaio” che ripara vecchi “caurari” e pentolacce.

Commercio molto difficile da svolgere da fermo, in bottega o con bancarella, e chi oggi «si prenderebbe la briga di fare un fagotto degli stracci vecchi o di caricare sul groppone un certo numero di pentole o di caldaie per andarlo a vendere in qualche paese? Chi ancora si ostinerebbe ad andare con gli ombrelli vecchi raccolti dalle case per ripararli o venderli? Ed il vetraio? Con una telefonata il vetraio provvederà ad inviare un garzone per riparare il vetro o sostituire la vetrata. Oggi tutto è organizzato, tutto è standard, tutto è meccanizzato …».

Sopravvive il commercio ambulante nelle feste paesane, nelle sagre, dove il venditore raggiunge la clientela, e se la trova raccolta in massa e pronta per l’acquisto, è la fortuna del gelataio, del bibitaro, del caldarrostaio, del venditore di farinate e di cose curiose che incontrano il favore ed il gusto dei compratori.

Gli ambulanti battevano la campagna, si motorizzavano, e raggiungevano i luoghi più lontani e meno favoriti dalle comunicazioni. Il merciaio, ancora oggi, arriva dove non arriva il treno, dove non c’è la corriera, in montagna, da noi, o nei paesetti sperduti tra le colline o nella piana meridionale, ed il suo arrivo è una festa per le massaie, a cui offre, insieme con gli aghi ed il filo e le fettucce, anche le piccole tentazioni di modesta civetteria che daranno a quelle donne la sensazione di potersi fare belle pur se lontane dai grandi magazzini dei centri urbani. Il venditore ambulante, insomma, sembra sopravvivere solo dove le condizioni di vita degli abitanti siano assai modeste, ricacciato dal ritmo travolgente delle metropoli.

«Saranno i grandi magazzini ed i trasporti, la fretta distratta della gente a dare il colpo di grazia alla pittoresca schiera che recava a domicilio le merci di prima necessità insieme alle cose più strane di cui si sta perdendo il ricordo?».

Qui tenteremo di rispondere tracciandone brevemente caratteri, tenacia, comportamenti e storia.

 

[1] Ricordo del commercio gridato (Divagazioni di Pino Bava). Cronache Economiche. C.C.I.A.A. Torino.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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