I TORNANTI DEL BOSCO

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gerardo acierno

Per anni si prova a sciogliere i nodi, a dare un’immagine favolosa a una ciocca di segni perduti o che vanno disperdendosi. E poi, improvvisa e letale, una mano ignota ti sconvolge tutto e ti rinchiude come ergastolano nei piombi della tua dimora (#iorestoacasa… restate a casa …).

    Ho percorso per un cinquantennio il tratto di strada tra Pignola e Marsiconuovo che, con la parsimonia di parole tipica dei lucani, chiamiamo ‘ la strada del bosco’ o addirittura diciamo “per il bosco”.

    Di questo bosco della montagna lucana, lungo tornanti assolati interrotti da tratti di frescura, posso dire di conoscerne anche l’improbabile anima. L’ho attraversato a tutte le ore, in tutte le stagioni, attento ai suoi cambiamenti. Rispetto ad altri ambienti si veste più tardi del solito e certi suoi abiti colorati ( il rosso del melo selvatico, il giallo delle ginestre sulle coste brulle, lo smeraldo delle felci sui pianori) ne segnano a lungo l’immagine. Mezzo secolo di su e giù (ma è sempre stato viaggio di vita!) con pochi incontri: autobotti del petrolio, cercatori di funghi, colorati campi-scout, qualche turista a cavallo lungo sentieri dove un tempo la miseria spingeva donne a raccogliere fragole e more, dove i pastori inseguivano l’agnello fuggiasco dal gregge. Cose e persone del mio mondo, intanto, mi aspettavano sorridenti nei due amati paesi.

     Nelle buie giornate autunnali, a volte, nebbia e nevischio mi sorprendevano. Allora per darmi coraggio m’inventavo storie fantastiche e coloravo il viaggio di fiabe: sistemavo la casa di Cip e Ciop sotto la quercia e la grotta sopra Calabritto diventava la tana di un vecchio brigante. Quando le curve in risalita si facevano dure le trasformavo in cronoscalate per ciclisti famosi e facevo sempre vincere il povero Miro Panizza, il mio mito dell’epoca. Le domeniche erano dominate dal calcio radiofonico, dai suoi grandiosi cronisti e dalla stramaledetta schedina del Totocalcio che mai s’incolonnava nelle ambite tredici caselle. Lepri, falchi, volpi, serpenti e cinghiali … una fauna quasi intatta, nonostante le schioppettate dei cacciatori e dei bovari, faceva da corollario e accompagnava la mia felicità.

    Di qua e di là di Pierfaone, dunque, i due paesi: Marsico e Pignola, la loro millenaria bellezza, il loro stare raccolti sotto i rispettivi campanili con orgoglio e ambizione, le loro piazze diverse e sempre piene, le stradine come crune d’aghi, i viali alberati, il calore della gente e degli amici. Lucanità pura.

   Oggi, quella mano di cui sopra, sta cercando di cancellare dalla  lavagna della nostra memoria non soltanto il paesaggio e i cambiamenti sopravvenuti lungo i tornanti della nostra vita, ma anche volti e sguardi, vicende e storie comuni, straordinarie, fatti lieti e difficili, momenti di pura felicità e di tristezza immensa.

    Quella mano ha costretto chi governa a scrivere un decreto, il “Chiudi Italia” (e mai nome più brutto si poteva scegliere!), per invitarci a non muoverci dal posto dove siamo. Non ci è concesso, per un po’ speriamo, di vederci e di stringerci la mano, di abbracciarci, di rivedere i figli di uno e degli altri, già tornati o che torneranno dal nord dove lavorano.

    Una mano che pure ha nome femminile -‘corona’- purtroppo sporcata dal cognome – virus – sta impedendo a me e ai miei amici di Marsico, di vederci e giocare a carte, parlare di politica e di futuro, di scuola e di medicina, di musica e di letteratura. Ma se è vero come è vero che il mio (nostro) viaggio è stato quello di scavallare una montagna con i suoi infiniti tornanti, è pur vero che ogni volta, da un lato o dall’altro, dopo la salita c’è sempre stata la discesa, anche per questa triste vicenda, un giorno o l’altro, troverò (troveremo) la discesa. Tutto tornerà a farsi felice anche se, con un po’ di mestizia, sappiamo che mai più sarà come prima. Tuttavia il bosco farà finta di non accorgersene.   

 

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