RICCARDO ACHILLI
L’epidemia di Covid-19 sta, come tutti i fatti storicamente rilevanti, producendo lezioni strutturali molto importanti, se mai, quando sarà finita, qualcuno vorrà esaminarli da vicino, anziché lasciarsi prendere dalla prevedibile euforia, credendo di poter ripristinare il mondo come era prima. Non vi è dubbio che una delle lezioni fondamentali da trarre riguardi il ruolo delle Regioni nel nostro Paese.
Il punto non è tanto quello di un improvvido ed indesiderabile protagonismo, soprattutto dei governatori del Nord, comprensibile pressati dal loro elettorato, che in tempi di sofferenza ha prodotto, oggettivamente, una cacofonia disturbante. Quanto piuttosto una revisione dei rapporti Stato/Regioni in materia di sanità pubblica. Sin da prima dell’epidemia, quando era ancora possibile intervenire per tentare di bloccarne la diffusione, le Regioni si sono prodotte in una dannosa corsa in ordine sparso: memorabile il Presidente della Regione Toscana che chiedeva a 4.500 cinesi di rientro da Wuhan di voler essere così gentili da mettersi in isolamento volontario, salvo poi scoprire che alcuni di questi non avevano nemmeno un domicilio in cui autoisolarsi! Ad epidemia conclamata, poi, abbiamo assistito ad una fuga in avanti scomposta, fra chi chiudeva la regione, chi costruiva nuovi ospedali per conto suo, chi lanciava campagne di controllo di massa unilaterali, chi proponeva l’utilizzo di nuovi antivirali senza l’autorizzazione dell’Iss e di Aifa, chi varava ordinanze di chiusura di questa o quella attività senza coordinarsi con i decreti varati a livello nazionale. Un caos, nel quale hanno brillato (si fa per dire) soprattutto i governatori padani, forse per farsi perdonare la particolare cura nel privatizzare e smantellare la sanità pubblica, nella quale, intendiamoci, tutti si sono gettati.
E’ evidente che così non va, che la decentralizzazione della Sanità fa male e peraltro tale dibattito viene fatto, proprio in questi giorni, anche in Germania, Paese che sta soffrendo di un evidente ritardo di risposta all’epidemia, attribuibile anche al federalismo sanitario. Perlomeno per le emergenze di livello nazionale, è necessario che vi sia una esplicita previsione di sottrazione di potere alle Regioni e di accentramento, più forte e chiara di quella già prevista dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione. Una procedura di sostituzione da parte del Governo nazionale agli organi territoriali deve poter scattare automaticamente in caso di epidemie o gravi calamità di livello nazionale, senza essere rimessa ad alcuna discrezionalità.
Così come risulta evidente che occorra una normativa nazionale più stringente e cogente, anche operata tramite controlli severi, circa il rispetto dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni) potenziando ciò che, colpevolmente, negli anni scorsi è stato tagliato, con specifico riferimento ai reparti di terapia intensiva e di emergenza/urgenza, la cui carenza stiamo lamentando in questi giorni convulsi. E, con l’occasione, rimettere ordine alla selva dei ticket e delle esenzioni decisi a livello regionale, onde imporre un livello minimo di costo, cercando finalmente di dare realtà ai costi standard, non utilizzandoli come mere chiavi di riparto del Fsn. Dobbiamo uscire da una logica di sistemi sanitari regionali profondamente differenziati fra loro, che conduce diritti alla salute differenziati, violando quindi un principio costituzionale. Le Regioni devono poter intervenire in forma sussidiaria e secondaria, per così dire adattiva, rispetto ad un sistema che va ricondotto a logiche nazionali, in barba ai tanti baroni e baroncini che sguazzano nei rapporti, spesso poco trasparenti, con i centri politici locali.
Abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto prezioso ed insostituibile sia il servizio sanitario pubblico, cui il privato, anche convenzionato, non può subentrare. In questi giorni, è stato il servizio pubblico a proporsi in prima linea, per il semplice fatto che è nel pubblico la più importante riserva per fare fronte all’emergenza. Da dati del 2017 del Ministero della Salute, il sistema pubblico risulta avere 2.733 ventilatori polmonari (così preziosi oggi) a fronte dei 1.783 del privato convenzionato; 339 centri di rianimazione, a fronte dei 45 del privato convenzionato; 255 Dipartimenti di emergenza, contro i 45 del privato convenzionato. E’ chiaro, quindi, dove si trovi il grosso delle capacità, delle strutture e quindi anche delle competenze mediche ed infermieristiche. Cambiare asse del sistema, che sta mostrando, in questi giorni terribili, di funzionare nonostante i tagli operati in questi anni, sarebbe antieconomico e rischioso. Lo strumento della sanità privata convenzionata venga ricondotto a casistiche residuali, laddove una analisi fra costi e benefici sociali e sanitari lo consenta.
Occorre quindi invertire la rotta: più risorse al Fsn: le risorse finanziarie per la sanità pubblica sono cresciute soltanto di 43 miliardi fra 2001 e 2019, un incremento inferiore a quello dell’inflazione, quindi le risorse sono cresciute meno dei costi di investimento e di gestione, impoverendo, in termini reali, il nostro SSN, con una spesa pari al 6,5% del Pil, inferiore a quella tedesca (9,5%), francese (9,3%) e britannica (7,5%). I posti-letto per abitante sono diminuiti di circa il 30% fra 2001 e 2017. Occorre più prevenzione, anche ambientale (una delle ipotesi del drammatico diffondersi dell’epidemia nelle regioni più sviluppate è legata alla maggiore concentrazione di inquinanti e polveri sottili, che riduce le difese rispetto a patogeni respiratori, molte patologie croniche costose possono ridursi con corretti stili di vita) e occorrono più risorse, certo lottando contro gli sprechi, certo evitando che un dispositivo sanitario costi, in una data regione, 4 volte di più rispetto ad un’altra (ed anche in questo serve una centralizzazione: i bandi per materiale sanitario vengano fatti a livello nazionale, tramite il Mepa o Consip, per lotti più grandi e quindi a costi più bassi), occorre una più intensa domiciliarizzazione delle cure. Ma servono più soldi, servono-più-soldi, in barba a qualsiasi altra considerazione.
Poi ci sono altre lezioni che riguardano i rapporti fra Regioni e Stato, in altri settori, ma ne parliamo in un’altra puntata.