|
Da qualche anno si ritorna a parlare del Grande Brigantaggio, troppo spesso in maniera acritica e senza criterio storiografico. Pur vero che la guerra al brigantaggio, dopo decenni in cui è stata relegata a poche righe nei manuali di storia contemporanea, è tornata al centro dell’attenzione. E’ in libreria un innovativo saggio del professor Carmine Pinto, ordinario Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha lavorato sui sistemi politici del Novecento, attualmente si occupa di guerre civili e movimenti nazionali nel XIX secolo. Ha insegnato in università europee e latino-americane, è membro di comitati di redazione di riviste italiane ed internazionali. Dirige il Centro di Ricerca sui conflitti in Età Contemporanea e il programma di Dottorato di Ricerca in Studi Letterari, Linguistici e Storici dell’Università di Salerno. Nel suo impegnativo lavoro “La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870” si pone una domanda: Il brigantaggio fu l’eroica resistenza meridionale al colonialismo sabaudo o sfida allo Stato di bande criminali? Il brigantaggio appassiona ancora, anzi forse complice i m Si tratta di un processo globale che registra l’interesse crescente e diffuso per la storia, visibile in fiction televisive o ricostruzioni storiche, presentazioni di libri o romanzi d’epoca, su temi che vanno dalla storia antica ai nostri giorni. Inoltre il mito del fuorilegge, dell’uomo al di là dei confini riconosciuti della società, è un dato permanente delle narrazioni contemporanee (basti pensare, ai giorni nostri, alle serie sul narco-traffico). Infine, si tratta di elementi da sempre presenti nei contesti letterari e negli immaginari della nostra società. Insomma, non è una novità, ma una diversa espressione di un mito permanente, ora adattato al tempo presente. C’è sempre stato un manicheismo tra “risorgimentali” e “ sostenitori della resistenza dei briganti” – estremizzo ovviamente – tra chi considera i briganti eroi e chi solo criminali. Eppure ricordo Indro Montanelli che definì una guerra civile la repressione del brigantaggio. In realtà sono temi da sempre oggetto di analisi complesse, che non si possono ridurre a questo. Basta leggere la relazione della Commissione parlamentare sul brigantaggio (1863), per comprendere, ovviamente con le logiche politiche dell’epoca, quanto fossero articolate, già allora, le diverse interpretazioni. Solo in quel decennio si pubblicarono migliaia di testi sull’argomento, con opinioni contrastanti. E se si risale più indietro, basta pensare a Vincenzo Cuoco o Ugo Foscolo, con le loro riflessioni sul 1799, per capire l’esistenza una complessità di analisi permanente. Insomma, solo chi non conosce la storia culturale italiana può inventarsi una dicotomia funzionale ad un modesto uso pubblico, ma distante dai processi reali. Come mai ancora attualmente i Borboni nell’immaginario collettivo sono considerati tra due estremi: o reazionari e con un Regno arretrato o chi , ad esempio i cosiddetti Neoborbonici, come sovrani amati dal popolo e un Regno ricco e avanzato? Sulla monarchia napoletana e sul rapporto tra Mezzogiorno e Unificazione gli studi, i dibattiti, i confronti si sono sviluppati per oltre un secolo e mezzo. Certo Fortunato o Nitti, Croce o Romeo, Lombardi o Sereni e tanti altri rispondevano alle domande e ai problemi della loro epoca. Si tratta del meridionalismo, la più antica e longeva tradizione culturale italiana, tra l’altro capace di inserire la lunga vicenda del Regno di Napoli all’interno di una più ampia visione della storia italiana ed europea. Rispetto a dibattiti di queste proporzioni, e vista l’influenza che ebbero nel sistema politico italiano, da Giolitti a De Gasperi fino agli anni Novanta, questa dicotomia oggi di moda diventa banalizzante. Produce stereotipi funzionali ad un discorso pubblico, ma non ha nulla a che vedere, ad esempio, con le visioni storiche e storiografiche prodotte dal meridionalismo italiano. Il suo saggio “La Guerra per il Mezzogiorno”Edito da “Laterza” offre una interpretazione innovativa, una nuova chiave di lettura sulla vicenda della guerra per L’Unità nazionale, quella contro l’ultimo baluardo che si opponeva alla sua definitiva realizzazione, il regno borbonico. ![]() CARMINE CROCCO Il libro cerca di comprendere come l’antico conflitto civile interno al regno meridionale si sia intrecciato con la rivoluzione nazionale italiana. Senza ridurlo a una questione provinciale. Anche nel Regno, come nel resto d’Europa,progetti statuali, tradizioni sociali e comunità politiche alternative si svilupparono negli anni della Rivoluzione e dell’Impero napoleonico, contrapponendo i borbonici a repubblicani e filo-napoleonidi Le rivoluzioni del 1820 e del 1848 confermarono questa rottura, registrando una divisione insuperabile tra monarchia borbonica ed opposizione costituzionale. Insomma, la contrapposizione tra liberalismo e assolutismo non fu mai risolta. E così, quando il nazionalismo italiano mise definitivamente in discussione gli antichi stati, i liberali napoletani e siciliani scelsero l’unificazione contro l’antica monarchia. Questa, abbandonata quasi completamente dai gruppi politici dell’isola, riuscì comunque ad organizzare un blocco che la sostenne nelle province napoletane. La guerra per il Mezzogiorno fu lo scontro tra il movimento nazionale italiano, al cui interno i liberali meridionali erano parte importante, e i difensori della monarchia borbonica, che utilizzarono il brigantaggio politico come braccio armato. Nel suo saggio si pone l’attenzione su un contesto che non fu solo militare, ma anche ideologico e propagandistico, come indica il titolo di un ricco e interessante capitolo, “La guerra delle idee”, in lei, professor Pinto richiama i protagonisti culturali che diedero manforte alla causa unitaria più di quanto poterono fare i borbonici. La guerra fu innanzitutto un conflitto tra progetti di stato e narrazioni nazionali. Da un lato il costituzionalismo liberale e la nazione risorgimentale, dall’altro lato la monarchia assoluta e il patriottismo regionale. Artisti, intellettuali, pubblicisti, politici costruirono rappresentazioni e simboli funzionali a mobilitare e legittimare tutte le forze possibili. Eppure fu proprio sul terreno delle idee che il movimento risorgimentale, coinvolgendo tutti gli scrittori, musicisti, accademici più famosi dell’epoca, travolse e sconfisse i difensori degli antichi stati, borbonici e asburgici innanzitutto. Ci fu anche una lotta che colpì indiscriminatamente briganti e semplici contadini, ribelli e civili non coinvolti. La legge Pica fu criticata anche dai contemporanei. Lei come interpreta questa azione militare dei Savoia? Ovviamente va storicizzata. La legge mise a sistema strumenti giuridici e repressivi che si usavano nel Mezzogiorno da sempre, anche in epoca napoleonica e borbonica. Inoltre fu voluta e richiesta dai gruppi politici e dalla deputazione parlamentare meridionali, nella loro grandissima maggioranza, che si batterono per la legge speciale e, sostanzialmente, la disegnarono. Diventò così il punto di accordo politico tra gli attori politici, economici e sociali del Mezzogiorno, i vertici militari e il governo nazionale, divisi su tante cose ma non sull’obiettivo di eliminare il brigantaggio e il borbonismo. In questa direzione, anche la pratica effettiva della legge, sul campo, mostra risultati del tutto opposti agli stereotipi utilizzati di recente. Il che non significa negare elementi di corruzione o violenza, del resto comuni alla società dell’epoca. Eppure, come sempre, la profondità e la conoscenza del contesto dell’epoca ci libera dalle passioni del presente, restituendo l’intervento alle logiche e alle pratiche politico-militari della guerra per il Mezzogiorno. Da Carlo III, primo dei Borbone di Napoli al suo ultimo discendente Francesco II, di Passò dal due Regni di Napoli e Sicilia a quello delle Due Siciliani, con intermezzi bellici come la Repubblica del 1799 e il decennio napoleonico con regnanti innovatori come Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Lei parla di “Questione Napoletana” , fu causata anche da valutazioni politiche e economiche poco lungimiranti a partire da Francesco II? Mi riferisco anche al mancato accordo con le elites siciliane. In realtà la rottura è di lungo periodo. Quando Ferdinando I abolì la Costituzione del 1812, che aveva concesso a Palermo anche e soprattutto per pressione dei suoi alleati inglesi, determinò una frattura che esplose prima nella rivolta palermitana del 1820, poi nella grande insurrezione dell’isola nel 1848. L’intervento militare di Ferdinando II nel 1849 represse la rivoluzione siciliana, ma compattò aristocrazia, gruppi politici e popolari, uniti nella scelta di volersi liberare della monarchia borbonica, sostituendola con quella unitaria e liberale dei Savoia Lei parla di un “Mezzogiorno della divergenza” , e che le categorie storiografiche del Sud dei Borbone non possono essere utilizzate per il Mezzogiorno contemporaneo. Non c’è continuità sia pure nel divenire del tempo ? Le continuità ci sono sempre. Ma vanno collocate al giusto posto. In questo caso, dal Risorgimento ci separano la costruzione dello Stato liberale, due guerre mondiali e il Fascismo, la Repubblica e il Miracolo economico, fino alla crisi degli anni Novanta e alla seconda globalizzazione. Utilizzare vicende di due secoli fa per la politica attuale non serve a capire il passato né a migliorare il presente. È solo una rappresentazione di esigenze o protagonismi della nostra epoca, lontana e distante dalla concreta ricerca e narrazione storica. |
IL BRIGANTAGGIO FU GUERRA CIVILE?. INTERVISTA AL PROF.PINTO
2
Condividi

edia e i social ancora di più rispetto al passato. Come mai questo ritorno di fiamma?

2 commenti
Sulla base di documenti inediti ritrovati nella biblioteca di famiglia, per essere stato un prozio accusato di manutengolo, ho redatto la mia tesi di laurea in Storia del Risorgimento. Questa è stata integralmente riportata nel mio libro #Marsicovetereilbalconedellavallè
edito da Dibuono Tecnostampa 2018.
È interessante per i fatti ed i personaggi descritti.
si può avere una copia?