IL CASO MORO: IL DELITTO POLITICO PER ECCELLENZA

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Sono passati quarantatrè  anni da quando, quel  16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo Governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che portava Moro dalla sua abitazione nel quartiere Trionfale di Roma alla Camera dei deputati, subì un attentato dalle Brigate Rosse all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa.  Le Br uccisero i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. Dopo 55 giorni di prigionia in via Camillo Montalcini, Moro fu assassinato con 10 colpi di pistola, era il 9 maggio 1978, il corpo fu ritrovato in una auto parcheggiata in via Caetani, emblematicamente vicina sia a piazza del Gesù dov’era la sede nazionale della D.C sia a via delle Botteghe Oscure dove era la storica sede del Pci.

E 40  anni si può affermare è durata l’elaborazione di un saggio importante di Antonio Fasanella, giornalista e saggista indipendente, mai alienato al pensiero comune. Di questo libro ne parlai con lui nel 2019 , in occasione della sua presentazione  nell’agosto del 2018 ad Avigliano  “Il puzzle Moro”: perché questo titolo? –mi spiegò  Giovanni FasanellaPer restituire alla vicenda tutta la sua complessità, superando letture politico-ideologiche, schematismi, sgangherate dietrologie e anticomplottismi di maniera o, forse, troppo interessati a non far comprendere che cosa è accaduto e perché». 

Giovanni Fasanella

Fasanella mi spiegò anche  come è nata l’idea di quel  lavoro: «Il libro è frutto di quarant’anni di ricerche e si fonda su una base documentale molto robusta. Testimonianze dei protagonisti a vario titolo e a vario livello (investigatori, ex terroristi, vittime del terrorismo, uomini di Stato) si incrociano con fonti bibliografiche e storiografiche. E il tutto viene messo a confronto con i risultati delle ricerche archivistiche in America e soprattutto in Gran Bretagna. Ne emerge appunto un “puzzle”, il quadro generale dentro il quale si consumò la tragedia Moro. Una tragedia che ha un suo antefatto: l’Italia uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale e sottoposta ai vincoli umilianti del trattato di pace del 1946-’47 che impedivano al nostro Paese di avere un regime politico pienamente democratico, una propria politica della sicurezza e, soprattutto, una propria politica estera, mediterranea ed energetica. E poi il fatto, il “caso Moro”, appunto, di cui i 55 giorni del sequestro sono soltanto il drammatico epilogo: il “caso Moro” dura almeno 14 anni, l’arco di tempo in lo statista democristiano fu il protagonista assoluto della politica estera ed interna del nostro Paese. In quel periodo, tutti i nodi irrisolti del dopoguerra vennero al pettine; e con la sua politica illuminata, Moro “violò” tutte e tre insieme i vincoli del trattato di pace, entrando in rotta di collisione con interessi politico-diplomatici, economico-finanziari e geopolitici.  I quali reagirono con metodi non ortodossi, giungendo a programmare azioni illegali contro di lui. Furono molti gli interessi, interni e internazionali, per varie ragioni “disturbati” dalla politica morotea. E molti furono anche i “soggetti” che si incaricarono di bloccarla attraverso violenza e terrorismo. In estrema sintesi, l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro la sovranità politica dell’Italia e contro la sua aspirazione ad esercitare un ruolo sulla scena mediterranea: Un atto di guerra programmato da forze internazionali, attuato con l’aiuto di quinte colonne interne e con la partecipazione degli utili idioti brigatisti. Volenti o nolenti, questo dicono i documenti provenienti da fonti un tempo chiuse ermeticamente, ma oggi aperte a tutti. A tutti coloro i quali, ovviamente, hanno voglia di fare ricerca e di illuminare le zone d’ombra della nostra storia recente». 

Moro con il suo 3% nella Grande Balena Bianca, aveva un peso notevole nella Dc,  segno del suo acume politico, non solo dell’abilità del capo corrente ma della visione strategica che voleva portare il Belpaese in un ruolo internazionale con fulcro nel Mediterraneo e in stretta relazione con i Paesi produttori di petrolio. Una visione di sviluppo condivisa anche con un grande lucano Tommaso Morlino, che  come Ministro per gli affari regionali nel suo Governo  e che  fu il principale artefice dell’attuazione dell’ordinamento regionale, che si concretò con l’approvazione della legge 22 luglio 1975 n° 382 e l’emanazione del D.P.R. 24 luglio 1977 n° 616  in occasione del debutto amministrativo  dopo Quel Mediterraneo culla di  tante civiltà, quel Mediterraneo su cui verteva la politica internazionale di Moro, che coniugava quello straordinario sviluppo economico dell’Italia degli anni 60, delle aziende pubbliche di Stato e di una visione mediterranea anche della politica, quel mare dove gli interessi della Francia e della Gran Bretagna era fortissimi, quel “Mare Nostrun” degli antichi romani ora diventato “Mare Mostrum”, un mare di morte e se nel lontano futuro, alcuni archeologi marini faranno delle ricerche, trovando  tanti, molto, troppi scheletri umani si chiederanno che guerra mondiale sia scoppiata in questi nostro periodo. Ma un Mediterraneo che può diventare ancora rotta navale, verso l’Oriente per il Canale di Suez. Corsi e ricordi storici. Quella classe dirigente italiana, lo aveva intuito. Questa molto meno o per nulla.

Qui arriva il vero punto della questione che Giovanni Fasanella mi ha disse di evidenziare e nella prefazione è scritto chiaramente che nel paese libero Italia: «Si celavano vincoli esterni, imposti addirittura dai trattati internazionali post-bellici, che impedivano all’Italia di avere una propria politica estera e della sicurezza, e un regime interno piena- mente democratico. Ciò che non si poteva dire, in altre parole, era che l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne».

Berlinguer e Moro

Tutto nei documenti, la mole delle ricerche di Fasanella è immensa, alcuni estratti del ruolo delle diplomazie estere: “Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente – nota del Foreign Office inglese, Azione di sostegno di un colpo di stato in Italia o di una diversa azione sovversiva- titolo di un documento top secret del governo britannico. L’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera italiana è forte e potrebbe avere serie ripercussioni. Il governo Italiano va mantenuto sulla giusta via- rapporto dell’ambasciatore britannico a Roma Alan Hug Cambell», Fasanella mi dice anche per telefono sulla mancata liberazione «Non importa se le Br erano etero dirette o meno è secondario, mi raccomando evidenzia che alla Brigate Rosse e a tutto il partito armato dell’epoca fu consentito di fare tutto perché avevano smantellato il reparto speciale anti terrorista del Generale Dalla Chiesa nel 1975». Nulla fu fatto quando avvertirono di un possibile rapimento, poco durante i 55 giorni per liberarlo, ci furono pressioni internazionali, con quinte colonne negli apparati italiani, pubblici e privati. Fasanella ha anche incontrato Adriana Faranda, che ha detto che non poteva escludere che fosse successo qualcosa sulle loro teste che non sapevano.

Enrico Mattei

Scrive Fasanella nella prefazione:«Oggi, per fortuna, molte cose sono cambiate. Sono sempre più numerose le fonti aperte. E i materiali a disposizione consento- no ai ricercatori di ricostruire la complessità del caso Moro. Di individuare tutti i soggetti che ebbero un ruolo, diretto o indiretto. Di delineare con altrettanta precisione le dinamiche che si svilupparono tra i vari attori: protagonisti,comprimari e comparse. Di ricomporre il quadro del “grande gioco” che si dispiegò prima, durante e dopo i “cinquantacinque giorni”. E di dare, quindi, una risposta – perché una risposta c’è – a quelle domande fondamentali. Ma per vederci più chiaramente è necessario cambiare approccio mentale e metodologico. Il caso Moro non è un cold case da protrarre all’infinito, in cui scoprire un assassino sempre più misterioso e inafferrabile. E non può neppure essere circoscritto ai cinquantacinque giorni. E’ una vicenda che coincide con la parabola politica del suo protagonista e affonda le proprie radici nelle anomalie della storia italiana del dopoguerra. Una storia molto complessa di cui non si tiene quasi mai conto. E che sfugge innanzitutto ai brigatisti rossi, convinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece più grandi di loro. D’altra parte, di fronte all’immane tragedia provocata, alle tante vite bruciate (degli altri, ma anche le proprie) non è facile ammettere di essere stati, alla fine, soltanto degli utili idioti». Poi c’è un disegno internazionale e Fasanella fa dialogare le vari fonti documentali, da giornalista di razza. Fasanella mi spiega : «Tra Mattei e Moro c’è una continuità, avevano conquistato posizioni di influenza tramite una politica di scambio energetico che dava fastidio alle Sette Sorelle e della Gran Bretagna che davano il 50 per cento ai paesi produttori. Mattei diceva “volevano che ci sedessimo su uno strapuntino e raccogliessimo le briciole che le Sette Sorelle ci lanciavano. Mattei invece dava ai paesi produttori il 75% e il restante all’Eni e dando in cambio la tecnologia delle aziende di stato e in più anche aiuti economici per liberarsi dal colonialismo. Gli Inglesi lo definivano una “verruca. Una escrescenza” “un pericolo mortale da eliminare”. Erano convinti che finito Mattei, fosse finito il pericolo. Invece no. Gli Inglesi agli inizi non consideravano Moro un pericolo, prima non lo vedevano come un problema, poi quando con Fanfani crea il centrosinistra organico, porta la destra italiana più reazionaria cioè la destra politica, economica, finanziaria a considerare Moro come un cavallo di Troia per l’ingresso del comunisti al governo e poi Moro nella politica internazionale porta alle estreme conseguenze la politica di Mattei, e raggiunge un risultato paradossale: l’Italia sconfitta nella guerra diventa egemone nel Mediterraneo e vince la guerra nell’economia. Queste due situazioni si intrecciano e Moro diventa un personaggio scomodo da eliminare» Insomma Moro come Mattei, l’Italia faceva paura perché da paese distrutto dalla guerra aveva superato Francia e Gran Bretagna, faceva paura e forse fa ancora paura, perché ha una dote: la creatività. Questo libro fa capire gli italiani a noi italiani.

Donato Verrastro

Il “Puzzle Moro” è un libro da leggere e come sottolinea lo storico Donato Verrastro:«Il volume, attraverso fonti inedite provenienti prevalentemente dagli archivi di Stato inglesi, memorialistica e atti delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, delinea un quadro ampio di riferimento entro la cui cornice inserire il lacerato 1978 italiano. L’elemento nuovo, in una ricerca che segue a una nutrita pubblicistica sull’argomento, è rappresentato dall’ottica di riferimento, che dilata lo spazio dell’analisi, tentando la “globalizzazione” di una vicenda troppo a lungo ascritta a questioni esclusivamente di politica nazionale, e radica, in un’ottica di tempo lungo (partendo dagli equilibri decisi a Jalta nel 1945 e dai trattati di pace del 1947), il cosiddetto “caso Moro”. Nello specifico, pur nel solco della storiografia consolidata che riconduce i fatti della primavera del ‘78 al tentativo di frenare i progetti riformatori italiani, che vedevano nell’avvicinamento tra Moro e Berlinguer il loro punto di forza, il volume ricostruisce quel mondo carsico di interessi violati e di tentativi di destabilizzazione che, nel corso di un trentennio, crearono le condizioni perché l’Italia del compromesso storico non giungesse a vedere la luce».

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