IL CLERO A TRAMUTOLA DAL XVI AL XX SECOLO

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VINCENZO PETROCELLI

A Tramutola, al servizio della Chiesa e alla cura delle anime, erano addetti sotto la dipendenza dell’arciprete, tutti i preti, che dal secolo XVI al secolo XX, erano cresciuti in numero. Dalla visita pastorale del 1505, erano presenti sei preti. Durante l’anno 1796, erano 70 preti, mentre gli abitanti nel 1723, ammontavano a  3006 anime. Nel 1771 gli abitanti erano 3588 e raggiunsero i quattromila al principio del secolo XIX.

Il Clero tramutolese, molto numeroso, ma altrettanto molto istruito, perché tutti laureati in teologia o in diritto canonico e civile. Tale presenza di clero istruito, proveniva da un retaggio culturale della presenza in Tramutola del Seminario Diocesano(1) dal 1591 al 1629. La presenza del Seminario fece di Tramutola un centro di cultura ecclesiastica risplendente, per fede viva ed intensa vita cristiana. Del numeroso clero, molti si distinsero per scienza e santità di vita, come D. Pasquale Fusaro, arciprete che morì vittima di carità, nell’assistere gli ammalati nell’epidemia di peste scoppiata nel 1656(2). D. Francesco Antonio Marotta che successe in quei giorni tristi e colmi di rischio, a D. Pasquale Fusaro. D. Stefano Orlando morto nel 1745, che si dice, raggiunse l’eroismo nella pratica di virtù cristiane e sacerdotali. D. Benedetto De Nictolis che fu insignito della carica di Protonotario Apostolico. D. Domenico Mazziotta celebre predicatore del suo tempo. D. Nicola Castagna che fu vicario generale di Venosa.

Lustro di questo clero, che su tutti spiccano, furono i due fratelli Danza Flaminio e Gennaro, il primo vescovo di Sant’Agata dei Goti, immediato predecessore di Sant’Alfonso, ed il secondo vescovo di Calvi, ove lasciò fama di dottrina, di prudente governo e d’opere insigni.

D’interessante valore storico è l’Istrumento(3) di convenzione tra il clero ed il comune di Tramutola redatto da notar De Paolis Cosentino in data 11 maggio 1694, avendo per argomento la sepoltura e l’ufficiatura dei cadaveri.

Il giorno 11 maggio 1694 alla presenza del Generalis Vicarii di Tramutola si costituirono i reverendi don Carlo De Perzio Ecc.mo Collegiatae Ecclesiae Tramutolae con i reverenti sacerdoti don Joanne Battista Marigliani, D. Lauretio De Pierri, don Francisco Andrea De Luca, D. Jeronimo De Luca, don Francisco Marotta, don Giovanni Tabolario, don Francisco Antonio Maffeo, don Joanne Jacobo De Nictolis, don Massenzio De Rautiis, De Vitali Labolario, don Natali Tabolario, don Paolo Ponzio, don Donato Antonio Passarello, don Josepho Pacello, don Angeloantonio Depenna, don Joanne Jacopo Pecci, don Josepho De Milito, don Benedicto Morena, don Florenzano Ramagnano, don Joanne Battista De Nictolis, don Sebastiano De Nictolis, don Carlo Marotta, don Domenico Marotta, don Carlo De Bonis, don Dominico Panella, don Josepho Dessenza, don Andrea Milano, don Joanne La Salvia, don Josepho De Nictolis, don Josepho De Pirro e don Vincenzo Marigliani con il magnifico Detio Ferrara sindaco e gli eletti Josepho Mazzeo, Andrea Marotta e Marco De Fuccio.

Gli amministratori dell’università di Tramutola, avevano sollecitato il clero, a stabilire delle regole per la sepoltura e l’ufficiatura dei cadaveri, per il sollievo e la maggiore utilità dei cittadini.

Il sindaco Ferrara considerato che non vi fosse stato cosa più certa della morte e per evitare dispendi per le famiglie in occasione di un evento luttuoso, riteneva fosse utile stabilire delle regole economiche per la sepoltura che avveniva secondo l’antico ed inveterato costume tramutolese.

Il popolo di Tramutola alla fine del XVII secolo, pagava grossa somma di denaro al clero, in occasione di un funerale, così che i familiari del defunto restavano più morti dei medesimi morti, affermava il sindaco Ferrara.

La spesa sostenuta dai familiari del defunto era costituita da un carlino per ciascun sacerdote che accompagnava il cadavere in chiesa, carlini quindici per l’ufficiatura e sepoltura e carlini sedici per la cera.

Gli amministratori mossi dalla compietà dei loro compatrioti e da un sincero zelo di carità, avevano offerto la somma di 85 ducati annui, al clero, da imporsi sopra le teste dei cittadini e commoranti in detta terra.

Il clero si obbligava ad accompagnare i cadaveri nella chiesa dove si sarebbero lasciati ed officiare le funzioni per tutti i cittadini di Tramutola e commoranti in detta terra e suo ristretto, che passeranno da questa a miglior vita, senza pagamento alcuno.

Da quest’atto notarile erano esclusi gli oblati, le persone civiche ed i sacerdoti che non facevano parte al reverendo clero, né erano uniti con gente catastali inseriti nel libro del catasto.

Agli eredi del cadavere, rimaneva il peso di dare la candela a ciascun sacerdote che interveniva alla funzione funebre e di retribuire i sacerdoti non appartenenti al clero.

Questi, si obbligava per la somma di 85 ducati annui, ad eseguire la funzione funebre nel modo e forma fino allora osservata ed anche con l’assenza di sette sacerdoti, si doveva intendere adempiuto il contratto.

I sacerdoti che erano assenti alla funzione funebre, erano obbligati a dire una messa letta per l’anima di quel morto, alla cui funzione erano mancati, purché quel sacerdote che sarebbe mancato, non si trovasse ad assistere un moribondo, oppure confessando, in tal caso non era tenuto a detta pena.

Erano esclusi, ovviamente dai sette sacerdoti, gli infermi oppure assenti da Tramutola.

La convenzione s’intendeva principiata dal primo del mese di novembre del 1693, quindi dall’anno precedente alla stipula del contratto.

La convenzione prevedeva inoltre di lasciare in beneficio dei sacerdoti appartenenti al clero, i funerali di persona avventizia, che non avevano domicilio nella terra di Tramutola.

Il clero di Tramutola, fu riunito in Recettizia insignita, sulla base della Bolla Impensa di Pio VII, che regolava il servizio divino nelle Chiese Parrocchiali del Regno di Napoli. Lo Statuto fu approvato dall’abate Onofrio Granata (1850-1858) e dal Re nel 1853. Il clero era costituito dall’Arciprete, 4 prebende e 11 minori. Per grazia sovrana nel 1855, i canonici ebbero il privilegio dell’uso della mozzetta ed altre insegne di colore violaceo(4). Il conferimento del titolo onorifico indicava che il recettore era l’accoglitore e l’operatore culturale e dottrinale e soprattutto morale della Chiesa. 

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Vincenzo Petrocelli

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