
LUCIO TUFANO
«Se il Fascismo soppresse tutte le libertà instaurando il regime della violenza, del terrore e della corruzione e aggiogando al proprio servizio quelli che prima erano i tutori dell’ordine e i difensori dei diritti dei cittadini, non è detto che siano colpevoli quei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, di enti, istituti bancari, società, o quei privati che furono costretti ad iscriversi per non vedersi messi sul lastrico o perseguitati dagli scherani del regime — scrive l’avvocato Domenico Valentini — epurazione deve farsi nei confronti di coloro che assunsero posti di comando nel PNF e nelle organizzazioni sindacali ed economiche create dal partito, dirigenti nazionali o provinciali che si resero responsabili, in piena coscienza, di tutte le infinite brutture perpetrate dal regime di centro e di periferia, ne condivisero i profitti e si valsero anche per scopi privati della posizione tenuta nel partito. Sarebbe invece contrario ad ogni senso di equità e di giustizia, perseguire chi non trasse vantaggio, non approfittò della carica politica e non fece male a nessuno[1]». L’Alto Commissario per la Epurazione Nazionale, l’on. Zaniboni, intanto ha dichiarato come con la collaborazione di tutti gli antifascisti sia possibile dare un nuovo aspetto al paese.
«Una vasta operazione era già stata prevista — scrive Nino Calice in “Partiti e Ricostruzione nel Mezzogiorno” — in uno dei punti della Dichiarazione sull’Italia formulata dalla Conferenza interalleata di Mosca nell’ottobre del 1943, ma l’esigenza di difendere l’ordine esistente da parte degli alleati fece sì che l’accentuazione antifascista americana rimanesse solo mera intenzione».
Non solo Badoglio aveva fatto enunciare sanzioni (1943) contro chi si era avvantaggiato nelle carriere e nelle fortune patrimoniali; ma anche il decreto Sforza prevedeva sanzioni per i crimini commessi durante il regime e nel corso della occupazione tedesca. Nel luglio del 1944 fra l’altro entra in vigore il decreto legge n. 159 “Sanzioni contro il fascismo”. Le sanzioni prevedono punizioni per coloro che avevano partecipato alla marcia su Roma, per chi avesse contribuito con atti rilevanti a mantenere in vita il regime, o dopo l’8 settembre ’43 avesse collaborato con i tedeschi. Il 22 aprile 1945 il governo crea le Corti di Assise straordinarie per i reati di collaborazionismo. Tra il 1943 ed il 1946, nella resa dei conti con il fascismo, 10mila o 12mila (dalle 5mila alle 8mila nel solo 1945) persone perdono la vita[2].
Vengono arrestati o proposti per l’arresto i gerarchi fascisti ed in Basilicata il federale Franco Catalani, il deputato Bartolo Gianturco e Arduino Severini, l’ex federale di Potenza, Nicola Carriero, e allontanati dagli uffici, confinati ed ammoniti, centinaia di funzionali ed impiegati delle amministrazioni statali e parastatali.
L’ultimo federale di Potenza, Ernesto De Marzio, in occasione del decreto di Badoglio sullo scioglimento della milizia, entra nell’esercito a Foggia; Francesco D’Alessio, il nazionalista iniziatore e promotore dello squadrismo agrario nel materano, sottosegretario alle Finanze nel secondo gabinetto Mussolini, si è inserito come professore di Scienza delle finanze nella Università di Roma[3].
La minaccia di misure severe di epurazione si va man mano attenuando fino a sfociare in un nulla di fatto, anche se vi sono ancora tentativi persecutori. Infatti nel luglio del 1945, una lettera anonima a Vincenzo Torrio, leader dei socialisti a Potenza e delegato per la provincia alla epurazione, lamenta il permanere in carica al Provveditorato agli Studi del De Lorenzis, intimamente legato a Vito Reale e noto fascista[4]. Sul caso De Lorenzis interviene pubblicamente Tommaso Pedio che contesta al personaggio la militanza fascista e la sua ingerenza nel mondo della scuola, in particolare gli addebita l’allontanamento del padre, professore di liceo, con l’accusa di non essere un buon fascista[5]. Ma già nel novembre del 1945 lo stesso Togliatti, parlando alla FIAT di Torino, è costretto ad ammettere come la fabbrica abbia dovuto ridurre la sua produzione, bloccata a causa della avvenuta epurazione di troppi suoi tecnici. Anche per questo e non solo per questo, visto che molti fascisti sono entrati a far parte del suo partito, il 22 giugno 1946, Togliatti firma il provvedimento di amnistia per i reati politici, in qualità di ministro della Giustizia nel Gabinetto De Gasperi.
Man mano al concetto fascista dello Stato onnipotente si va sostituendo sempre più quello di Stato finanziatore e assistenziale. Nuove regole di vita e di azione politica si fanno avanti per entrare in vigore; il vivere della giornata, l’Unita, la borsa nera, la POA … Cinque miliardi di dollari americani ci avrebbero gradualmente coinvolti in una più complessa e vorticosa mentalità da capogiro. Si trattano cifre imponenti e il dollaro entra nel linguaggio comune: dolàre, sacchi, bisiniss, carte…
La Banca Vaticana “Opere di Religione” insegue combinazioni colossali e incomprensibili per la gente comune. Nuove logiche, nuove concezioni della esistenza, nuovo modo di fare politica si vanno instaurando.
I cortei della protesta si fanno più frequenti, quelli dei reduci e quelli di “pane e lavoro”. In tutti i primi di maggio di quegli anni, oratori e tribuni arringano le folle, arroventano la piazza per un imminente avvento del “falso profeta” e la minaccia di “adda venì baffone” anima la povera gente, le donne, gli operai, gli studenti e corre nei cantieri della ricostruzione e fomenta gli avventori delle cantine.
Il “Partito del reduce”, Felice Scardaccione e la sua crisi ideologica
I reduci, delusi dalla disastrosa sconfitta, rientrati in patria, con famiglie distrutte o da mantenere, si organizzano. Viva Trieste italiana! Il Comitato Provinciale affigge manifesti in cui si parla di patria e di fratellanza.
Per opera del reduce Felice Scardaccione furoreggia una vasta opera di reclutamento. Nasce Il Partito del Reduce. Li ha chiamati a raccolta un ex combattente di Al Alamein, avvocato, uomo dinamico e intelligente che nell’ottobre del 1945 ha già costituito il primo comitato reduci in Italia. Dopo pressioni e richieste esercitate sulle autorità della città, Felice Scardaccione ottiene, per avvenuta requisizione un locale al n. 236 di via Pretoria e nel quale “tutti hanno diritto – scrive in un suo documento – di gridare la propria rabbia e di pretendere la difesa dei propri diritti, giacché gli ex combattenti rappresentano, rientrati nelle proprie case, uno dei più miserevoli aspetti di quella parte di popolo più numerosa e più bistrattata[6].
Osteggiato da un gruppo riottoso nella competizione interna al movimento da lui creato, Scardaccione si candida, come presidente dei reduci, nella lista dell’Uomo Qualunque assieme a Francesco D’Alessio, Rocco Cristalli, Donato Sanità (medaglia d’oro e grande invalido di guerra), Edoardo Stolfi, partigiano e condirettore del quotidiano “Buon Senso”, Gabriele Verri (superdecorato e grande invalido di guerra) (giugno 1946).
La Direzione Provinciale de “Il Partito del Reduce” con circolare n. 416 avente per oggetto le elezioni per la costituente, in data 27 maggio 1946, comunicava a tutti i delegati comunali come, non avendo potuto presentare una lista propria per la Lucania e dovendo appoggiare una lista dell’U. D. N. il cui capolista è il conterraneo F. S. Nitti, reduce dalla prigionia e presidente onorario del partito, invita i reduci a votare per Nitti, Vito Reale, Francesco Cerabona, Bruno Gioia, Raffaele Ciasca ed altri …
Nella circolare si precisa – da parte dell’estensore, delegato provinciale Benedetto Corbo – come “il reduce Scardaccione non abbia più nulla a che vedere col movimento né col partito del reduce …”.
Nel corso del 1947 le sedute del Consiglio Comunale della città sono agitate. I nomi dei consiglieri corrono lungo le colonne de “Il Popolo di Lucania”, diretto dall’avv. Enrico Ajello. Si tratta di democristiani, socialisti, liberalqualunquisti, comunisti e reduci. I nomi vanno da De Bonis (sindaco), Cuscino, Smaldone, Boccia, Ferrara, Laraia, Marotta, Merenda, Sivilia, Scognamiglio, Vinci (De Filpo e Campagna, appena deceduti), a Marsico, Vaccaro, Grimaldi, Misuriello, Basentini, Fantozzi, a Blasi, Calvi, Galasso, Morlino, a Montemurro, Giordano …
Il 24 novembre del 1947 ritroviamo Felice Scardaccione, nelle file del PCI e nelle elezioni del Comitato Direttivo dove riceve 82 voti rispetto a Luigi Grezzi che ne riceve 61. Quel Direttivo è composto dai compagni Donato Logiudice, Giuseppe Sanza, Donato Capitella, Tarquinio Padovani, Franco Trillo, Salvatore D’Angelo, Michele Blasi …
È qui che l’inquietudine intellettuale dello Scardaccione, dopo lungo periodo di militanza e di attività politica nel partito comunista, trova il modo come uscirne a ragione dei metodi dispotici e della assoluta mancanza di democrazia e di umanità[7].
Il 18 novembre del 1956, a proposito dei noti fatti di Ungheria, Felice Scardaccione fa tappezzare i muri della città di manifesti “Non siamo più comunisti!”, in cui si invitano i cittadini ad aderire al costituito “Libero Movimento di Azione Socialista”, firmandosi come comitato promotore.
Ma la grande attrattiva che esercita il carismatico leader democristiano sui professionisti della città e della regione non lascia immune il nostro che aderisce alla politica della Democrazia Cristiana, ne diventa dirigente, si impegna nella attività sindacale nella direzione regionale della CISL e opera con impegno e grande entusiasmo nelle battaglie elettorali e congressuali delle due organizzazioni[8].
[1] In verità gli impiegati di Potenza avevano tempestivamente, già dalla sera del 25 luglio 1943, buttato i distintivi del PNF nei tombini e agli angoli di via Pretoria, nelle latrine. Su “Il Lavoratore”, novembre 1945, a proposito di epurazione, della defascistizzazione e del criterio da adottare, si sostiene che se si volessero licenziare tutti gli impiegati si metterebbero gli uffici nella impossibilità di funzionare. Il risanamento morale esige una “democratizzazione” delle strutture, estesa a tutti gli Uffici, escluse le posizioni di vertice, «insediare a capo delle amministrazioni uomini non solo probi e capaci, ma sinceramente democratici e che imprimono nuovi indirizzi alla macchina burocratica».
[2] Hans Woller “I conti con il fascismo” — Il Mulino, pp. 608.
[3] ASP, G. R. cartella 64, Amgot, verbale seduta 15/11/1943.
[4] ASP, G. A. 1945, cartelle 9-12.
[5] “Il Gazzettino” del 21/02/1944. Edoardo Pedio, professore di Liceo, per non subire il confino, accetta il trasferimento in Sicilia, per non tornare più a Potenza.
[6] Relazione del Presidente del C.P.R., già Presidente del Regionale Reduci. La Voce del 7-9-1947, “Aspetti e termini del problema del reduce”.
[7] Lettera di encomio e compiacimento del segretario provinciale della DC prof. Vincenzo Verrastro del 16 maggio 1963.
[8] “Il Mattino” del 21-11-56 riporta la notizia della uscita di F. S. Nitti dal PCI: «Ho guardato alla umanità che mi circondava, a quella che mi circonda, con animo colmo di altruismo. Qui sta il mio disinganno! Avrei voluto che il partito in cui ho militato fosse aderente ai principii che professa: vi ho notato il contrario, i metodi dispotici, autoritari, discriminatorii e calunniosi, senza tenere in alcun conto la personalità umana».