IL CORRIDOIO DI OSSIAN & GOGOL

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LUCIO TUFANO

Se Luis Buñuel ed Ingmar Bergman hanno nei loro film trattato in chiave surrealista la religiosità e la morte, se Poe, Lovercraft ed Hitchcock hanno scherzato su di questa, se poeti e scrittori hanno colto la profonda ironia dell’evento, se l’inumano ricatto, la felpata aggressione, ha il suo sarcasmo, il ghigno beffardo specie per coloro che sono i più potenti, bisognerà convenire e rilevare il grottesco nel tragico impatto, la interminabile sequenza dei decessi. I morti comandano per Blasco Ibanez, le antiche generazioni parlano in noi, afferma Maeterlink, la metempsicosi degli antichi greci esiste …, noi siamo tutti morti risuscitati, fabbricati con la polvere dei nostri antenati, sostiene Flammarion.

I faraoni, i Cesari, i Satrapi dell’Oriente, gli Stalin e i Robespierre delle apprensive e disegnate ere del terrore, i monarchi assoluti, i capi di regime, i pontefici, gli imperatori … innalzano mausolei, pantheon, monumenti, sacrar i per seppellirvisi, per occultare ciò che poi trionfa sulla porpora e su di loro, pietre allineate, dolmen, menhir, piramidi, statue. Anche da noi vi sono scenografie. Ambienti alla Macpherson, alla Ibsen, ispirati al Gray e alla Aida, cappelle medioevali, templi dorici, costruzioni moresche, ebraiche, sacrari liberty e déco, ingressi di uffici moderni, anticamere per l’oltretombale. Anche qui c’è un ufficio che funziona ininterrottamente, che non promuove e non fa retrocedere, che ha i suoi dirigenti e i suoi subalterni.

Trasferimenti, domande, missioni senza ritorno, trasferte nel perpetuo, insomma mobilità orizzontale, verticale, immersioni, esumazioni, frettolose, distratte ammissioni al protocollo dei dati, occupati numeri e caselle dell’archivio, il popoloso, popolato quartiere del terziario oltrepassato.

Il cimitero sale dolcemente fino al vecchio lazzaretto, occupa a gradi gli umidi fianchi della collina. Nella parte inferiore si prolunga come una città. Oltre i muri e i parapetti si apre ancora la campagna.

Il portoncino di ferro battuto e il teschio in rilievo chiudono il corridoio di ossa senza anagrafi. Tutti morti gli antichi morti, la moltitudine dei defunti, negli anni, nei decenni, nei cent’anni. Si bussa per dovere, un segno di rispetto, il saluto scrupoloso delle vecchie. Quarantamila applicati, seimila ragionieri, cinquemila scrivani, duemila calligrafi, tremila bidelli, ottomila cantonieri, netturbini, segretari, cavalieri, professori, avvocati, guardie, casalinghe, ferrovieri …  La lastra di marmo ci da la certezza tombale, non quella oltretombale, frequenza incalcolabile di viventi, non ufficiale. Una intervista di dati, un breve cenno al dialogo, il silenzio in codice, la misura delle difficoltà ed il contatto con altre civiltà, non ancora note.

Il cimitero è ai confini dell’impero, nella contrada Pascon grande … Portamendola, porto di mare, mare d’ombre. In un angolo del quadro. Quale? Non ha importanza. Quella via porta ad una confluenza di punti, di pali del telegrafo, diramazioni per altre dimensioni.

Fui, fuisti … “Fui fui” … parlavi col naso, dove te ne andasti?, hai preso una forma diversa. Da lì, dal surreale, non si può comunicare. Lì riposa “Proraso”, i sindaci, i dentisti, le ostetriche e i tabaccai, i maestri, i facchini, la socialità di ceti, di classi e d’individui. Le lanterne ad olio di Casimiro Calò, Carmela Bellafemmina, Gerardo Lardo, del cocchiere Chiatamone, di Riasino Sterra “cu na glhiera spacca na basula”, di Violante, poeta archeologo, subiscono le deliranti oscillazioni, aria che soffia nelle stazioni. È qui che coincidono gli avvisi e le partenze per le medesime presenze. Storie scritte nelle epigrafi, nei ritratti, serene soluzioni dell’enigma malthusiano; il problema demografico dei rioni intasati. Noi ti lasciammo a San Luca e te ne andasti con i cavalli bardati a pennacchi. Intenti eravamo alla monotona stretta di mano. Ora ci sono le automobili. La cerimonia è anche frettolosa e sempre dipartono i parenti, gli amici.

La città si trasferisce di sotto, sotterra, lo scheletro in negativo dei palazzi, rivolterra, terra rivoltata, celle di rigore in cui preservarsi, casellario di cemento, linea di confinati, campo quadrato. Quadrilatero di bosco e di cipressi, residenze, motel, grande albergo che ripete il fabbisogno ricettivo con indice di otto su mille. Qui abitano tutti gli sfollati, dandosi il cambio, qui tutte le vicende finiscono accatastate. Si danno il cambio ad ogni ricambio, montano la guardia con le insegne e il monito per “chi tocca i fili”, nella terra di nessuno. Sono lo spazio vitale dell’ombra, attaccati e fissi nella controra. Si dileguano col calore della vita, per difetto di circolazione nelle dita. Pietre miliari di un deserto, segni architettonici del silenzio, graduali passaggi e chilometriche distanze.

C’è chi ha preparato un catino d’acqua per vedere i propri morti sfilare nella vigilia d’ognissanti; uno schermo obiettivo, una sorta di video senza telefonia, per una comunicazione con l’aldiquà, giacché le sedute spiritiche andavano deserte. Aneddotica psicovisiva, psicotelevisiva, nastro di musica a rovescio, come nelle vecchie carte di famiglia, fissità delle immagini, durata breve delle apparizioni: direttori, vicedirettori, cancellieri, capocommessi e sottocapiaggiunti, zii, figlie e nipoti di impiegati, nelle scale gerarchiche dell’Ade.

I morti sono indaffarati e assorti in ben altre questioni e anche dagli sguardi biechi, dai ritratti duri della camera oscura, dal severo cipiglio di chi non è – l’invidia per chi vive – non giungono più messaggi, e freddo è il marmo levigato, ripetuti i caratteri impressi e sempre eguali nelle lettere di rame.

Paure ancestrali, impotenze, coprifuoco, rispetto per chi solo da morto è stimato, è temuto: la certezza che sappia del nostro segreto e conosca le questioni del nostro presente.

Tra i vicoli larghi, il parapetto dei locali, le fisionomie sono note. È lì che continua il giro, ancora un altro giro per la via Pretoria, tra i volti incontrati per anni.

Tutti alla fine vengono smistati, ombre ricurve, volti macilenti; escono ed entrano dal grande portone dalla vecchia cantina di Franculli quelli che hanno voglia di parlare e di cantare. Hanno ancora un rutto da emettere, un saluto … Sono gli uscieri, gli inservienti, la bassa forza rispettosa dei capi ufficio e dei prefetti. Ma chi ha focalizzato l’interesse e lo studio degli urbanisti e dei sindaci sono cippi, i labirinti di loculi a tiretto e a cassettoni, le cappelle monumentali e i viali con le aiuole. Ormai si parla di status-symbol e di investimenti per l’eterno riposo di figli e nipoti. Eppure i morti si consumano. Le loro spoglie si riducono miseramente malgrado il tentativo di chi vorrebbe conservare meglio le proprie sembianze e quelle dei suoi cari, contro le perverse conseguenze della decomposizione. E si è sempre reagito alla spietata equazione della natura che – sostiene Darwin – “uccide più di quando non conservi” con mummie, scheletri perfettamente perpetuati, ossa e teschi, ceneri della cremazione, e con le anime che sono la più raffinata delle metafore e che rappresentano da millenni, tutto ciò che della realtà umana non è più palpabile o non è più visibile. Ma il più potente antidoto alla morte è solo l’ironia che ci rende più forti e dignitosi alla raffica di soffio gelido che improvvisamente o a ragion veduta ci colpisce. Si pensi che Budda pare sia morto per indigestione di riso e di carne di maiale, che Anacreonte, seguace di Bacco, più che morire per l’abuso di vino, sia stato soffocato da un chicco di uva, che Pietro Aretino, ascoltando una storia lubrica, sia stato preso da convulsa risata e sia caduto battendo la testa, che il medico – matematico Girolamo Cardamo sia morto per fame per rendere più veritiero l’oroscopo da lui formulato, che il compositore Corelli sia morto di dolore per un errore rilevato nel suo spartito, che il duca di Clarence, condannato come cospiratore, al re suo fratello, che gli aveva concesso di scegliere come morire, abbia chiesto di morire in una botte di Malvasia, che Giuseppe Mercalli scienziato e vulcanologo, direttore dell’Osservatorio vesuviano e che aveva tantissime volte affrontato il fuoco del cratere, sia morto bruciato dalla umile fiamma di un lume a petrolio, emaciato dalle veglie operose. Così appare ironica e grottesca la morte del contadino Bertoldo presso la corte del re Alboino, per non poter mangiare cipolle e rape, di Margutte e Morgante, di Orlando e di altri personaggi della fiaba e della storia. E se qualcuno scoprisse quale sia stata la causa di morte dei nostri abitatori dei vicoli, degli inquilini dei sottani, dei segnalatori di calamità come il “cavaliere” degli anni ‘30, dei nostri indovini, degli zingari immigrati nella città, degli astronomi nostri, gli gnomi di terra, che predicevano il futuro meglio del Barbanera, o delle nostre storiche maschere, Giappone, Sarachedda, Miseria, Mezzaprovincia, Sangueblù …, capirebbe come la fine dei più sia fortemente ironica quando la morte è anche liberazione e curiosità di intraprendere un viaggio, è il nullaosta per altre avventure, per altre regioni e per tavole imbandite. E come si potrà pensare alla morte di coloro che per oltre 40 o 50 anni hanno mantenuto il privilegio di dire ad alcuni, vai!, e ad altri: vieni!, dopo aver recitato sul palcoscenico della politica per tanto tempo, beffandosi delle misere condizioni di molti, ma con una assidua platea di credenti che li ha sempre applauditi e votati? Apparirà forse grottesca la fuga, il rifugio al riparo delle intemperie, nei mausolei che si son fatti erigere e, ultimo baluardo di bugie, i discorsi di lode e di osanna per il gran bene che hanno erogato, sulle loro lapidi di marmo.

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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