
LUCIO TUFANO
Fino a tutto il ‘900, quando ci si riferiva ai riti demoniaci non si prescindeva da un non meglio identificato ambiente sotterraneo, dimenticando, proprio della concezione cattolica, l’angelo superbo che si oppose a Dio. E questo accadeva per lo più nelle basse evocazioni e nei più frequenti rituali.
Una mentalità rudimentale e primitiva, praticata da quei segnalatori, creature del buio e della terra, dotate tuttavia di sensibilità e di acume formidabili, in grado di collegarsi, masciari e stregoni contadini, maschere animalesche dal “tronco rinsecchito e deforme”, alle ombre tenebrose delle regioni sinistre, voragini sulle quali regna il demonio.
Nel suggestivo ed accidentato scenario delle Dolomiti Lucane, in un paesaggio, nei decenni trascorsi, selvaggio ed aspro, ove una sia pur faticosamente percorribile strada immetteva in una topografia di paesini rupestri e di contrade anguste, fra Albano di Lucania e Pietrapertosa, viveva, in un cupo casolare appena rischiarato dal buco dell’ingresso, un vecchio brutto e terribile che “faceva paura a guardarlo”.
L’abituro, contorto e sgangherato, poteva crollare da un momento all’altro; ciononostante il vecchio riceveva gente ogni giorno. Quello di zì Giuseppe è un episodio, uno dei tanti, riportato da Ernesto De Martino nei suoi scritti. Questo vecchio era universalmente noto anche come zì Giuseppe “ferramosche”, capace cioè di ferrare le zampe delle mosche, alla guisa del più provetto dei maniscalchi, con la collaborazione e con l’aiuto del Signore delle mosche, quel Belzebù, dio di Ekron in Filistea, in ebraico Zebul “la dimora” o Zebel “l’immondizia”, costantemente alleato e presente nella attività del masciaro, al quale imprimeva una puntigliosa destrezza nell’ approntare rimedi e nell’aggiustare guasti o imperfezioni, nel correggere errori e nel sanare ogni male.
Perciò nell’antro del vecchio le mosche soggiornavano d’estate e d’inverno. V’era sozzura e disordine, e chi vi entrava veniva investito da un olezzo fetido e strano. Paziente e perfezionista, aggiustaossa e meccanico degli arti, si era guadagnata la fama delle popolazioni vicine. “Cadevano sotto i suoi poteri magici le affermazioni psicologiche che sono connesse direttamente ad una esperienza di dominazione, in secondo luogo i sintomi somatici che sono in rapporto con tale esperienza, e in terzo luogo qualsiasi malattia organica, almeno nella misura in cui vi abbiano avuto una influenza determinate componenti psichiche”.
Un gesto che lo caratterizzava con circospezione ed una certa solennità era quello di porsi un dito in un orecchio per ascoltare – diceva – tutto ciò che gli suggeriva la “compagnia”.
Alludeva chiaramente a quella pattuglia di spiriti che evidentemente Belzebù aveva posto a sua disposizione per soccorrerlo e con i quali egli era in confidenziale dimestichezza. De Martino infatti, nel descrivere questa sua prerogativa, sostiene come fossero al suo servizio e lo informassero di tutto. Poiché godeva fama di guaritore, le donne ricorrevano alle sue doti per ogni forma di malanno e per ogni consiglio, tant’è che le sue prescrizioni di praticare lavande ai piedi, per otto giorni di continuo, sortivano sempre effetti desiderati. Tutto questo naturalmente veniva attestato e testimoniato dalla gente del posto. Il dott. Michele Paternò da Castelmezzano ha fornito notizie ulteriori e più pertinenti. Era così famoso il personaggio, “tutto demonio e per nulla santo” che anche don Oreste Ettorre, noto parroco di Pietrapertosa, ha raccontato, nel suo repertorio di notizie e consuetudini riguardanti la sua zona e il Caparrino, come De Martino avesse voluto ancora intervistare il masciaro, al piano Arena. L’incontro si svolse alla presenza dello stesso don Oreste, del sagrestano di Calciano e di un prete di Oppido Lucano, tale don Salvatore, lì capitati per aver portato indumenti e derrate. Notevole nel soggetto una certa creatività e una naturale carica sensoria, frequente in altri masciari della Lucania. Non solo suggestionava le donne con il suo atteggiamento tutorio, onnisciente e paternale, bensì fruiva della devozione di una giovane, di circa vent’anni d’età, che si recava spesso a trovarlo. Tenero e severo ad un tempo, aveva predisposto, sul piano del pavimento dell’unico vano del suo abituro, uno specchio ovale in posizione orizzontale.
Era questo lo strumento per la radiografia alle parti intime delle donne che, pur salvando il loro pudore, metteva il mago in condizioni di osservare e capire di quali disturbi fossero eventualmente afflitte. Andavano a consultarlo come oggi si fa con i più accreditati ginecologi? È probabile, in
considerazione delle difficoltà di trasporto e dell’ignoranza. Per presagire quanto avrebbe potuto vivere una giovane donna, zì Giuseppe poggiava loro una carta sul petto e metteva una mano tra le cosce. La “radiografia” consisteva nell’accertare se la paziente non avesse indumenti tra le gambe che egli faceva pian piano divaricare, mentre le suggeriva di abbassarsi sullo specchio.
Quindi alla luce del lume in grado di rischiarare l’operazione, passava a riscontrare, con delicatezza e con cura, se la zona genitale delle clienti riportasse imperfezioni, ulcerette o indicasse altri mali. Questo fu zì Giuseppe “ferramosche”, vissuto nel prosieguo del nostro lungo medioevo, stranissimo fenomeno, implicato nelle misteriose ed indecifrabili vicende, in sospeso tra l’ ascetico e miracoloso e la potenza evocatrice dell’inferno, tra le liturgie dello scongiuro per i dolori e le fatture che colpivano, improvvisi ed insopportabili con affezioni maligne, tra la cieca credenza in un’immediata efficacia di formule, gesti, frasi e rituali e la preparazione, l’approntamento di pozioni e decotti catameniali, di rospi, ossa umane e organi di animali, il tutto nella cupa atmosfera di misteriose facoltà pagane e demoniache in potere dei guaritori e dei masciari …