IL “FASCIO” DELLE CARTE (3). LA CARTA DELLA DONNA

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LUCIO TUFANO

Il patriarcato fascista considerava uomini e donne per natura diversi, politicizzando tale differenza a vantaggio dei maschi e la sviluppò con criteri repressivi completi e nuovi, definendo le donne come cittadine e controllandone la sessualità, il lavoro salariato e la partecipazione sociale. Le strategie dittatoriali si avvalsero di tali criteri che divennero parte del credo fascista al pari dell’antiliberalismo, del razzismo e del militarismo. Il Fascismo, lo dice nelle lettere ai prefetti ed ai podestà, ai gerarchi nelle circolari, nei proclami, nei manifesti, nei giornali, nei discorsi scritti sui volantini e sui libri riportati nei rapporti ai gregari e alle organizzazioni periferiche, è contro i fattori di decadenza morale. Alle autorità di polizia è principalmente affidato il compito di combattere la grande battaglia per il risanamento del costume. Sono queste che debbono vigilare perché i germi della corruzione non si propaghino nella società e guastino e annientino le vitali energie della nazione. Devono contribuire con sollecitudine a reprimere la tratta delle bianche, il lenocinio, la pornografia, l’abuso delle bevande alcoliche e degli stupefacenti, le pratiche neomalthusiane (gli aborti), il vagabondaggio, l’usura e i giochi d’azzardo. Il regime attua una campagna decisa contro la prostituzione che semina il disordine nella famiglia, spinge migliaia di fanciulle nel baratro del vizio. Il più ignobile mercimonio che l’avidità del denaro e l’assoluta mancanza di senso morale possano ingenerare. Così parlano i direttori didattici alle maestre, i presidi alle professoresse delle scuole medie; di questo si parla nei luoghi di raduno delle donne e nelle conferenze. “… Quante agenzie clandestine di collocamento di donne non servono di strumento a questa triste genia per attrarre le giovani inesperte venute dalla campagna a cercare un lavoro redditizio nella città! I pensionati, le locande, gli alberghi di infimo ordine concorrono a favorire i turpi adescamenti. La vittima è adocchiata e ghermita anche alla stazione ferroviaria, nei posti di lavoro, nella pubblica via. È adescata con la promessa di lauti guadagni e col miraggio del lusso e del piacere; viene subdolamente condotta in case infami … Qualche volta un bellimbusto, appositamente prescelto, prepara le condizioni favorevoli, circuisce e seduce la ragazza, ne fa una cosa sua e la lancia sul mercato immondo … Il più delle volte subisce l’influsso venefico del nuovo ambiente, perde tra gli oblii del piacere, la coscienza del bene e del male e finisce con l’adattarsi al nuovo genere di vita. Diventa così una schiava bianca, dominio assoluto del lenone o del sonteneur. Gli uomini non vedono più in lei che uno strumento di piacere, un corpo senz’anima, che essi disprezzano, schivano e buttano da parte come la carogna di un cane, quando non se ne servono per la soddisfazione dei loro bassi istinti. La prostituzione è un veleno sociale distillato dall’egoismo maschile e la prostituta è una donna moralmente intossicata dal maschio, il quale, nel suo brutale egoismo, la precipita nell’abiezione per farne un facile strumento di piacere … La donna che diventa una prostituta non è un demonio che raggiunge il suo destino, ma è un angelo che precipita dal cielo negli abissi. Cause immediate di questa caduta sono sempre la costrizione morale o le frodi di un maschio. Il seduttore o il compratore di una donna onesta uccide una coscienza, sopprime moralmente una vita, e dovrebbe perciò essere responsabile di omicidio, come e più di  colui che sopprime una vita. Ma il massacratore di anime non solo resta impunito, ma conserva la pubblica estimazione, mentre la sua vittima è vilipesa e condannata” 1 . È questo il discorso moralista che il regime riesce a fare in ogni occasione nella quale si celebrano i temi della difesa della donna e della razza. Però in realtà succede quanto è sempre successo. Gli uomini, semplici cittadini o gerarchi, vanno alla ricerca delle ragazze per adescarle con l’alibi piccolo borghese dell’uomo è cacciatore.
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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