
racconto breve di Gerardo Acierno
Qui, nel borgo, abito in un villaggio di casette prefabbricate, quasi in periferia. Lo hanno chiamato Belvedere ma da qui c’è poco da vedere: boschi in lontananza da un lato, un rigo di tramonto tra giugno e luglio dall’altro. Siamo dieci famiglie e soltanto io vivo da solo. Anzi, vivo con il mio gatto, Mufi.
Ci sono tipi di ogni genere in questo comprensorio: c’è il settentrionale rimasto qui per amore e che non ha perduto l’accento; c’è il mancato cantante neomelodico; lo sfortunato ragazzo in carrozzella; la famiglia della suora missionaria nel Burundi; il tifoso del Napoli con i suoi panni stesi quasi tutti di colore azzurro; il falegname aggiustatutto con il lapis sull’orecchio destro e il metro nel taschino della tuta. Un mondo tranquillo, direi, dove non accade quasi mai nulla d’interessante. Dove, quando batte l’orologio posto in cima al colle e incassato in una torre forse più alta del campanile della chiesa, anche Mufi si pone all’ascolto come se i rintocchi di quelle campane lo deliziassero.
Sono nato qui. Mio padre faceva il muratore, mia madre stava in casa. Figlio unico, ho studiato a Potenza, mi sono diplomato in Ragioneria e subito dopo ho trovato lavoro in una delle aziende che allora, anni Ottanta, anni post- terremoto, sorgevano come funghi nelle vallate dei nostri quattro fiumi regionali. Ci ho lavorato circa vent’anni in una ditta che fabbricava caldaie a gas, poi questa è fallita e ci hanno licenziato tutti. Ora faccio i turni alla cassa di un grande supermercato della città.
Mi piace leggere. La lettura è l’unica cosa che ancora mi reca un briciolo di felicità. Leggo un po’ di tutto, dalla narrativa alla politica, poesia e storia. Mi appassionano soprattutto le storie americane, quelle attuali e quelle dei secoli scorsi. Non capisco il genere fantasy né mi faccio coinvolgere da vicende orientali. Sono europeo e occidentale fino in fondo, ma la grande letteratura russa …quella sì che mi ha sempre tolto il respiro. Leggo soprattutto di sera, a letto. Qualche volta sfoglio anche le pagine del Vangelo.
Un tempo ho messo su famiglia, una moglie e una figlia. Anche una casa, questa, dove ancora ci sto, e tutti nel borgo allora dicevano: – Antonio Fisciano ce l’ha fatta.- Poi, un bel giorno, lei, mia moglie, ha preso figlia e valigie ed è scomparsa. Sono passati decenni, ormai, non ci penso più. Mufi, tutte le sere, quando io rientro dal supermercato, si fa trovare sulla soglia della casetta, ma viene a strofinare il suo pelo sui miei pantaloni soltanto quando s’accorge che sono finalmente in ciabatte.
Come incalza il tempo. Quando la mattina devo tirarmi giù dal letto trovo Mufi ancora sonnecchiante sulla poltrona. Il furbacchione se non sente il rumore metallico del coppino del caffè che inevitabilmente mi scappa dalle mani per finire nel lavello della cucina, non muove un baffo del suo grinzoso musetto.
E’ in questo breve tempo, il tempo di prepararmi un caffè, che tornano a galoppare una miriade di pensieri, di cose non fatte e che avrei potuto fare, di tormenti e anche di rimorsi e non trovo mai risposta se quelle cose avessero davvero avuto una possibilità di riuscita.
Per dire: volevo fare il calciatore, ero ‘bravino’, diceva il mister, ma troppo esile e poi avevo poca corsa. M’impegnai per un’estate intera a rinforzare muscoli e a immagazzinare fiato. La sera, però, i miei compagni più grandi mi portavano a bere birra fresca e vodka ghiacciata. Invece di mettere muscoli, mi ritrovai, a sedici anni, con la pancetta ingorda che lottava con un bottone della camicia sempre più stretta.
La giornata da cassiere non è il massimo, lo so, però mi lascia vivere, concede alla mia esistenza spazio e tempo per fare cose. La domenica pomeriggio, prima della pandemia, riuscivo ad andare anche al cinema. Qualche volta allo stadio. Frequento poco il bar, non mi va di ascoltare sempre le stesse persone, sedute sempre allo stesso tavolo che, gridando, predicano sempre le stesse cose: i complotti, il governo ladro, il sud derubato, il sindaco cialtrone, il prete maneggione. E ridono di tutto e di tutti.
Certo che ho degli amici. Mufi, in primis, e poi c’è Vito, il mio vicino di casa. Un artista, a suo dire. Intaglia il legno e ne ricava figure. Ha la casa piena di queste sue opere. E’ più grande di me. Elisabetta, sua moglie, è davvero simpatica. Mi dicono spesso: – Vieni a cena da noi stasera? – Rispondo sempre di no, inventandomi scuse di ogni genere. Ma loro insistono. Una volta o l’altra accetterò. Una volta o l’altra. E poi c’è Rina, la rossa. Viene a trovarmi di sera, un sabato sì, uno no. Ha le chiavi di casa. Prima di entrare, però, aspetta che Mufi esca per la sua caccia notturna. Ha la sensazione, dice, di non essere nelle simpatie del felino.
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