IL GOVERNO GIALLOROSSO PROMETTE BENE

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Marco Di Geronimo

Giuseppe Conte ha formato il Governo giallo-rosso e la compagine ministeriale è molto interessante. La Basilicata fa il pieno e raggiunge ben due ministri col portafoglio. Ma è più importante notare che il nuovo Consiglio dei ministri sembra rispondere a un’agenda politica diversa, forse migliore di quella che ci si aspettava.

Le estenuanti trattative hanno privato il PD di molti importanti obiettivi: il vicepremier, il sottosegretario alla Presidenza, un diverso Presidente del Consiglio. Ma il Nazareno incassa ministeri importanti: per la prima volta da anni a via XX Settembre entra un politico, ed è un eurodeputato PD. E il Partito democratico riesce a spostare Di Maio lontano dal MISE e dal Lavoro, negargli il Viminale e imporre Guerini alla Difesa.

Mancano molti dei “big” del nuovo corso PD, in primis Cuperlo e Orlando. Ma al loro posto spuntano alcuni loro fedelissimi. Tra tutti spicca Provenzano, ministro per il Sud (ma che a lungo è stato quotato come titolare del Ministero del Lavoro) e presidente dello Svimez. Presente come previsto anche la De Micheli. L’area zingarettiana e quella di sinistra si insediano nel Governo giallorosso e si spera sposteranno gli equilibri verso politiche economiche più espansive e di taglio maggiormente sociale.

Già l’ingresso di Gualtieri al MEF fa ben sperare. Non siamo di fronte a un pericoloso leninista – d’altronde incassa il plauso di Christine Lagarde – ma un uomo politico, legato a una mozione più spostata a sinistra nel PD, è certo meglio del tecnico indipendente di turno assoldato per una nuova iniezione di austerità. In più proprio la nomina di Provenzano, da sempre attento alle cause macroeconomiche di squilibrio tra Nord e Sud, è sintomo di un cambio di passo anche in termini economici. Aver mantenuto il controllo del Lavoro e dello Sviluppo economico, inoltre, garantisce al 5Stelle un peso importante nei portafogli finanziari. E il M5S deve i suoi successi elettorali ai voti degli sconfitti della globalizzazione. Insomma, se devono svoltare, ora è il momento e questi i ministri.

Al di là dei titoli dei giornali di Berlusconi, l’esecutivo cambia segno anche nei rapporti Nord/Sud. Prevedibile che l’autonomia differenziata finisca presto per arenarsi, grazie anche al fatto che non è una bandiera di nessuno dei due partiti. E che numerosi ministeri sono finiti in mani meridionali. D’altronde proprio dalla scelta simbolica di istituire una delega per il Mezzogiorno e assegnarla al presidente dello Svimez (e di assegnare gli Affari regionali a un pugliese) si può intuire l’intenzione di “far qualcosa” per le regioni meridionali. Non è un caso: sono quelle a minor penetrazione leghista, bottino (e fortino) di voti di entrambi i partiti di Governo.

L’ala renziana del PD sembra uscirne un po’ con le ossa rotte. Nessun ministro direttamente riconducibile a Renzi è stato ripescato dai Governi precedenti. È il dazio pesantissimo che il Nazareno sconta pur di archiviare figure ingombranti come Toninelli, e spostate Di Maio lontano dai ministeri economici. La poltrona di massimo peso è la Difesa, presidiata da Guerini (ai tempi coordinatore sotto il premier toscano), ma rimane a secco il giglio magico. Né Giacchetti né (soprattutto) Ascani riescono ad ascendere al soglio ministeriale. E d’altronde la Difesa è un portafoglio davvero pesante, il contraltare del Viminale e forse la casella più prestigiosa che il PD spunta a questo gioco. Difficile chiedere di più.

Dalla sequenza di incastri escono fuori nomi inaspettati: Fioramonti viene promosso a Ministro dell’istruzione grazie all’uscita di Anna Ascani, e siccome Sergio Costa rimane all’Ambiente (era uno dei pochi incontestabili del governo gialloverde) s’infrange il sogno di Rossella Muroni. Liberi e Uguali quindi sarà rappresentato da Roberto Speranza, che scalza la Grillo dalla poltrona della Sanità. Un sussulto di dignità dai banchi rossi, che si assumono la responsabilità di inviare un loro dirigente di partito noto al grande pubblico, senza mantenerlo ai box come la sinistra PD (che però a onor del vero è forse costretta a non bruciare le sue carte migliori in un esecutivo che potrebbe essere tutt’altro che duraturo).

La nomina di Speranza (abbinata al compromesso impersonato dalla potentina Lamorgese al Viminale) ha due importanti conseguenze. La prima: è giunto il momento per la sinistra fuori dal PD di battere un colpo e dimostrare la propria esistenza con un’agenda autenticamente di sinistra. La Sanità è un ministero molto delicato e al tempo stesso importantissimo, che incide sulla vita di milioni di persone. Se si vuole mostrare al popolo cosa significa scrivere una riforma socialista, ora o mai più. Il che mette il deputato potentino sotto una grande pressione: di fronte all’opinione pubblica e di fronte al suo partito (Articolo Uno). Anche perché sia il suo potere contrattuale nel Governo sia la sua forza nel gruppo parlamentare (sparso in mille rivoli) non sono delle migliori.

Ma la seconda conseguenza è forse ancora più interessante per noi lucani. Con due ministri (perfino dotati di portafoglio), alla nostra Regione probabilmente non sarà permesso toccare palla nella prossima partita per il sottogoverno. Il che significa che il centrosinistra lucano non potrà avere viceministri e sottosegretari (Cencelli docet: cosa dovrebbe dire la Lombardia?). E quindi Speranza assume una centralità inedita nel centrosinistra lucano.

E non bisogna dimenticare lui: Giuseppe Conte. Il professore adesso ha mani libere. Non ci sono più ingombranti vicepresidenti ed è riuscito a imporre Fraccaro come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. C’è da attendersi uno sviluppo interessante di questo risultato. Adesso il premier deve palesare qual è il suo vero peso politico. Sarà comunque dura. E questo perché i suoi vice in pectore ci sono lo stesso: Di Maio, triste ed esiliato agli Esteri (c’è da aspettarsi qualche scintilla internazionale con l’Europa? È stata la scelta migliore? Ma forse era inevitabile, se gli si voleva negare il Viminale) e Franceschini (di nuovo al timone del MIBACT, vecchia volpe democristiana e di certo tutto fuorché inconsapevole del suo ruolo di portavoce ufficiale del PD nel Consiglio dei ministri).

Adesso si apre una nuova battaglia: quella del sottogoverno. Nel quale c’è da aspettarsi una grande guerra sotterranea, nel tentativo di controllare le ombrose ma importantissime poltrone di viceministri e sottosegretari. Forse c’è da aspettarsi che le correnti in ascesa dei due partiti (i Di Battista-Fico e i Cuperlo-Orlando) inizino a battere cassa. Ah, e se qualcuno se l’è dimenticato: che non ce la vogliamo dare una sottopoltrona a Fratoianni (e Laforgia)? Ma ai più coraggiosi tra chi vuole giocarsi una schedina, suggeriamo un nichelino su Fassina.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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