
LUCIO TUFANO
Il giorno in cui si sono tirate le somme di quegli anni di anarchia economica, si è constatato come i nuovi ricchi delle città sono stati pochi. Tant’è che non si verificarono trasferimenti importanti di proprietà immobiliare. Con un fenomeno economico come quello si instaurò una forza centrifuga che rastrellò tutto il denaro della città per trasferirlo nelle campagne e nei paesi. Per infiniti rivoli il denaro si riversò altrove, ed alla fine della guerra, infatti, si scoprì più benessere e più ricchezza in campagna che in città. Oltre all’oro, altri beni emigrarono dalla città. Famiglie della borghesia che, per sopravvivere, scambiarono abiti, gioielli e mobili di lusso. Un vestito da uomo si cambiava con quaranta chili di farina, un vestito da donna un po’ meno. Si scambiarono pellicce, scarpe, biancheria personale, lenzuola, federe di cuscini, bottiglie vuote, oggetti di casa, posate d’argento … scarpe usate ed indumenti.
Si trattava di piccoli imprenditori, spesso mediatori di ricchezza. Il loro giro d’affari fu troppo modesto per consentire un grande lucro. Eppoi, essendo gente che aveva avuto un basso tenore di vita, aveva una sola aspirazione, quella di vivere meglio. A Napoli, il piccolo contrabbandiere abbandonò il “basso”, e prese in affitto un appartamento al centro. A Roma, lasciò la scomoda casa di periferia per abitare nei quartieri alti, comprò mobili nuovi, appose le tendine alle finestre, stese il tappeto persiano per terra, si attrezzò con la radio.
A Potenza, quelli che abitavano nei vicoli tenevano sotto il letto, tra polvere e ragnatele, nascosti il cesto delle uova, il sacco della farina, quello delle patate, la damigiana di olio e quella del vino, qualche prosciutto e capi di salsiccia.
La fine della guerra, e la scomparsa del mercato nero, riportarono tante famiglie alla precedente condizione.
L’olio che veniva dalle Puglie era immesso sul mercato a piccole dosi o partite, così il sapone, lo zucchero e le altre merci non deperibili facilmente.
Anche se fuorilegge, i pionieri ambulanti del mercato nero, riuscirono, a proprio rischio e pericolo, a sfamare tanta gente, famiglie numerose, bambini e malati. Ad essi va il merito di aver fatto circolare il denaro, di aver somministrato i beni di prima necessità a chi ne aveva urgente bisogno. Fu anche questo un importante singulto della libera iniziativa, un tassello della modernità e del capitalismo nei suoi aspetti meno luminosi e come commercio spiccio di movimento.
Non è superfluo ricordare come il larghetto San Giovanni di Potenza, nell’immediato dopoguerra, fosse interamente presidiato da baracche e bancarelle per la vendita ambulante d’indumenti usati americani, divise, tute, scarpe, giacconi, calze e guanti, per la maggior parte di origine militare e degli alleati.
Fra i più assidui, Narducc’, Enrico “u’ tedesch” e Minguccio Lacetra, al secolo “u’ strazz ariedd”, con bottega nei pressi dell’arco, Vito Stigliani, alluminio, casalinghi e rame rosso, Peppe “u’ magliar”, i f.lli Fusco per chiodi da falegname e muratore (più tardi Francesco passa in via Pretoria in un accessoriatissimo negozio di calzature).
COPERTINA: Henri Cartier Bresson in Basilicata – immagine tratta dal web