IL MERCATO NERO DEGLI ANNI QUARANTA

0

LUCIO TUFANO

Naturalmente nacque a Napoli, complessa organizzazione, con la sua disorganizzazione, le sue regole, la sua mentalità e le sue abitudini di mercato vero e proprio o occasionale ed a carattere familiare, e come surrogato e succedaneo della fame e della penuria causate dalla guerra.

Quello più organizzato era costituito da commercianti a posto fisso che, dalla tradizione e da ditte anche note, possedevano prima della guerra il loro patrimonio e che la pratica della borsa nera aveva ulteriormente accresciuto, grossisti del contrabbando, miravano a consolidare le loro aziende ed i loro patrimoni.

Chi invece, con grosse valigie legate più o meno alla buona con cinghie ordinarie e spaghi per contenere tutto, affrontò i rischi del viaggio, magari anche sul tetto dei treni e rischiò di morirvi e morirono in tanti, come accadde a quelli che, il 2 marzo del 194[1], rimasero asfissiati dal fumo della locomotiva nella galleria di Balvano, affrontò i rischi del controllo della polizia, disposti a tutto, furono ambulanti precari ed improvvisati. Con capitali irrisori, riuscivano a raddoppiarli, al ritorno, dopo aver venduto o dopo aver comprato, salvo gli imprevisti.

I grossisti lavoravano un po’ più al sicuro, con la loro rete, i loro collaboratori, dominando l’andamento del mercato e dettando prezzi e condizioni. Si trattò di commercianti conosciuti che frequentavano lo Stabile e si avvalevano di amicizie importanti per la merce che a queste procuravano.

Di solito, a differenza dei contrabbandieri sottoproletari ed improvvisati, piuttosto ordinari ed un po’ rozzi, anche ignoranti, il borsaro nero di professione era dotato di diabolica furberia; i suoi modi cortesi, i suoi sentimenti umanitari.

L’olio costava 500 lire al litro, la farina a 300, il lardo a 400 il kg., e gli impiegati che non avevano la possibilità di comprare tali derrate, spesso erano costretti, per poter vivere, a vendere anche un po’ di oro, qualche gioiello di famiglia o a far debiti; la responsabilità ricadeva sul cinismo del capo dell’organizzazione, irremovibile, anche se comprensivo e cortese.

I vari operatori?

Le persone più disparate. Abitavano nei vicoli ma anche nei palazzi. Un interclassismo del contrabbando che reclutava tutti coloro che avevano coraggio e spregiudicatezza: un esercito di grandi e piccoli speculatori.

Specie i piccoli arrivavano a Potenza, dopo aver girato per le campagne e per i paesi a fare incetta di merce alimentare, pieni di ogni ben di dio e che vendevano a caro prezzo, ivi compresi anche i borsari neri del napoletano che venivano a rifornirsi.

Si conoscevano quasi tutti, anche gli organi di polizia ne erano informati; ma il bisogno compromette tutti, perfino quelli che passano per irreprensibili.

Si trattava di operai disoccupati, modesti commercianti, portieri di palazzi e condominii, donne del popolo, le più vivaci, serve e bidelle di scuola. Per tale attività occorreva buona volontà, spirito di sacrificio ed abnegazione.

Alcuni impiegati, o operai delle categorie più alte tentarono, senza fortuna, la loro parte di borsari neri, ma constatarono che, per percorrere lunghi percorsi, sia a piedi o con mezzi di fortuna, andare in giro per i paesi e le campagne, evadendo la vigilanza dei carabinieri, dormire all’aperto, esporsi a rischi di vario genere, non era un lavoro per il quale erano vocati.

«Spesso questi commercianti ambulanti operano in pattuglie, figli che accompagnano i padri, figlie che vanno con le madri, con amici dello stesso lavoro e, sacco da montagna in spalla, una valigia per mano, percorrono le strade su cui è passata la guerra, se incontrano un mezzo vi montano su, se intravedono un treno lo prendono, altrimenti camminano a piedi»[2].

Varie erano le destinazioni, vari naturalmente gli itinerari ed i rientri, nel lagonegrese o nel melfese, da Salerno e dal Cilento, dal napoletano e pare che adottassero la stessa lingua, le stesse frasi, chiamando le banconote con diversi epiteti: carte, sacchi, dolari, paparinelle, sapevano come a Laurenzana si trovasse la farina di granturco e di grano tenero, come nei paesi del Vulture vi fosse l’olio di oliva ottimo, dove potevano reperire lardo e ventresca, sugna e patate. Parlavano in napoletano perfino quelli che invece erano lucani o potentini, ma si davano un gran da fare con un gergo spregiudicato e quasi volgare. Non era necessario uno speciale acume per riconoscerli, rumorosi, con zaini, valigie e sacchi addosso. Anche gli abitanti dei paesi li riconoscevano.

Arrivavano in paese e la voce si diffondeva nelle masserie e per le case, a chiedere farina e legumi. Quel poco che si trovava veniva a mancare di giorno in giorno. I prezzi variavano alla distanza di pochi chilometri. Un pacchetto di sigarette di 14 lire a Napoli, ne costava 25 a Salerno, 40 a Melfi, ma per quelli della borsa nera, i prezzi salivano. Giubek, Pall Mall, Camel, Virginia …, in vendita sotto l’arco del Teatro Stabile. Ne avevano colmi il dorso tra petto e camicia i giovani più spregiudicati: Stefano B., Lacentra, Bambola, Scuetta, Tatuccio, decine di ragazzi disponibili e vocati alla scuola dell’ambulandato illegale.

A Napoli, in quei giorni, le patate si vendevano ad 8 lire il chilo, in altre città erano rarissime, e costavano fino a 45-50 lire il chilo, dopo qualche giorno i prezzi salirono, per Napoli e per la nostra città la liberazione di Roma significò un aumento del costo della vita.

Centinaia di persone dedite al contrabbando riempivano i treni all’inverosimile. Il costo della vita cresceva in una spirale cui le famiglie non potevano far fronte.

Un pasto in trattoria dal Titese alla via Umberto, o da Canio nel vicoletto sotto piazza Sedile, da Triminiedd o da Satriano, al Vittoria, o al Lombardo, oppure nelle cantine i cui titolati erano i più attivi, prima della guerra, poteva costare da 50 a 70 lire, e nelle pasticcerie si vendevano dei buoni bignè alla crema a 5 lire l’uno.

Il giorno in cui si sono tirate le somme di quegli anni di anarchia economica, si è constatato come i nuovi ricchi delle città sono stati pochi. Tant’è che non si verificarono trasferimenti importanti di proprietà immobiliare. Con un fenomeno economico come quello si instaurò una forza centrifuga che rastrellò tutto il denaro della città per trasferirlo nelle campagne e nei paesi. Per infiniti rivoli il denaro si riversò altrove, ed alla fine della guerra, infatti, si scoprì più benessere e più ricchezza in campagna che in città. Oltre all’oro, altri beni emigrarono dalla città. Famiglie della borghesia che, per sopravvivere, scambiarono abiti, gioielli e mobili di lusso. Un vestito da uomo si cambiava con quaranta chili di farina, un vestito da donna un po’ meno. Si scambiarono pellicce, scarpe, biancheria personale, lenzuola, federe di cuscini, bottiglie vuote, oggetti di casa, posate d’argento … scarpe usate ed indumenti.

Si trattava di piccoli imprenditori, spesso mediatori di ricchezza. Il loro giro d’affari fu troppo modesto per consentire un grande lucro. Eppoi, essendo gente che aveva avuto un basso tenore di vita, aveva una sola aspirazione, quella di vivere meglio. A Napoli, il piccolo contrabbandiere abbandonò il “basso”, e prese in affitto un appartamento al centro. A Roma, lasciò la scomoda casa di periferia per abitare nei quartieri alti, comprò mobili nuovi, appose le tendine alle finestre, stese il tappeto persiano per terra, si attrezzò con la radio.

A Potenza, quelli che abitavano nei vicoli tenevano sotto il letto, tra polvere e ragnatele, nascosti il cesto delle uova, il sacco della farina, quello delle patate, la damigiana di olio e quella del vino, qualche prosciutto e capi di salsiccia.

La fine della guerra, e la scomparsa del mercato nero, riportarono tante famiglie alla precedente condizione.

L’olio che veniva dalle Puglie era immesso sul mercato a piccole dosi o partite, così il sapone, lo zucchero e le altre merci non deperibili facilmente.

Anche se fuorilegge, i pionieri ambulanti del mercato nero, riuscirono, a proprio rischio e pericolo, a sfamare tanta gente, famiglie numerose, bambini e malati. Ad essi va il merito di aver fatto circolare il denaro, di aver somministrato i beni di prima necessità a chi ne aveva urgente bisogno. Fu anche questo un importante singulto della libera iniziativa, un tassello della modernità e del capitalismo nei suoi aspetti meno luminosi e come commercio spiccio di movimento.

Non è superfluo ricordare come il larghetto San Giovanni di Potenza, nell’immediato dopoguerra, fosse interamente presidiato da baracche e bancarelle per la vendita ambulante d’indumenti usati americani, divise, tute, scarpe, giacconi, calze e guanti, per la maggior parte di origine militare e degli alleati.

Fra i più assidui, Narducc’, Enrico “u’ tedesch” e Minguccio Lacetra, al secolo “u’ strazz ariedd”, con bottega nei pressi dell’arco, Vito Stigliani, alluminio, casalinghi e rame rosso, Peppe “u’ magliar“, i f.lli Fusco per chiodi da falegname e muratore (più tardi Francesco passa in via Pretoria in un accessoriatissimo negozio di calzature).

[1] Luigi Quaratino. Il Quotidiano. La domenica della Lucania. 2 marzo 2008.

[2] Domenica. Giornale del 10.12.1944.

FOTO DA POTENZA D’EPOCA FB

Condividi

Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Rispondi