IL MISTERIOSO ALCHIMISTA E PRINCIPE RAIMONDO DI SANGRO

0
Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

DI LEONARDO PISANI

A Napoli c’è chi giura che esistono presenze in quel palazzo maledetto; si sentono ancora di notte rumori, gemiti, carrozze fantasma che passano in  Piazza San Domenico Maggiore (attualmente al n. 9) che, già di per sé, gode di triste fama; si racconta infatti che nel 1590 l’allora padrone del Palazzo, il celebre compositore Carlo Gesualdo Principe di Venosa, avesse sorpreso la propria moglie Maria d’Avalos con il suo amante, il Duca Fabrizio Carafa, e li avesse uccisi per poi portarne i corpi sullo scalone e ammettere il popolo al palazzo perché potesse vedere la sua onta lavata con il sangue. Ma il successivo proprietario ebbe ancora più triste fama; anzi c’è chi solo a sentirne pronunciare il nome ancora si fa il segno della croce, tanta è la paura del Principe Maledetto; rampollo di nobili famiglie del regno di Sicilia, addirittura vantavano una discendenza da Carlo Magno. Di certo fu un personaggio inusuale anche per la Napoli del 700, ricordato come alchimista, esoterista e massone, in realtà era un uomo coltissimo.

Appassionato di araldica e geografia (in cui eccelse),   poi studiò retorica, filosofia, logica, matematica e geometria, scienza, fisica, greco, latino, ebraico e, portato per le lingue straniere, mantenne a proprie spese un sacerdote che gli impartì lezioni di lingua tedesca. Il suo “genio” si fece presto apprezzare, tanto che, per una rappresentazione scolastica, in cui c’era da smontare rapidamente un palco teatrale per consentire nello stesso spiazzo esercizi di equitazione, superò “primi Ingegnieri e valentuomini” chiamati a risolvere il problema “inventando” un palco che “coll’ajuto di alcuni argani e di alcune nascoste rote” spariva in pochi minuti. Fu anche abile anatomista, fine letterato era  accademico della Crusca con il nome di “Esercitato” e il motto “Esercitar mi sole”  ed anche editore e ottimo militare fu anche colonnello del Reggimento Capitanata e nel 1744 si distinse valorosamente nella battaglia di Velletri contro gli Austriaci nonché autore di trattati di strategia che ebbero anche il plauso di Federico II di Prussia;  ma  la sua fama nell’immaginario collettivo è dovuta alle misteriose e sconcertanti statue della sua Cappella ed agli esperimenti definiti alchemici di mummificazione. Parliamo di Raimondo di Sangro, o de Sangro, VII principe di Sansevero  nato a  Torremaggiore il  30 gennaio 1710  e morto a Napoli il  22 marzo 1771.

La cappella Sansevero (detta anche chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella) è tra i più importanti musei di Napoli. Situata nelle vicinanze della piazza San Domenico Maggiore, questa chiesa, oggi sconsacrata, è attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere privatamente al luogo di culto. La cappella ospita capolavori come il Cristo velato, conosciuto in tutto il mondo per il suo velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto, la Pudicizia e il Disinganno, ed è nel suo insieme un complesso singolare e carico di significati. Essa ospita anche numerose altre opere di pregiata fattura o inusuali, come le macchine anatomiche, due corpi totalmente scarnificati dove è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l’intero sistema circolatorio.[

Oltre ad essere stato concepito come luogo di culto, il mausoleo è soprattutto un tempio massonico carico di simbologie, che riflette il genio e il carisma di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, committente e allo stesso tempo ideatore dell’apparato artistico settecentesco della cappella

 

Mentre una leggenda vuole che la chiesa sia stata eretta su un preesistente antico tempio dedicato alla dea Iside, un’altra, riportata nel 1623 da Cesare d’Engenio Caracciolo nel suo Napoli Sacra, narra che un uomo, ingiustamente arrestato, veniva tradotto verso il carcere quando, transitando lungo il muro della proprietà dei Sansevero, si votò alla Santa Vergine. Improvvisamente, parte del muro crollò, rivelando un dipinto (quello posto nella cappella in cima all’altare maggiore) proprio della Vergine invocata, una pietà che darà poi il nome alla chiesa, intitolata appunto a Santa Maria della Pietà. La devozione dell’arrestato non fu riposta invano giacché, poco tempo dopo, ne venne riconosciuta l’innocenza. Scarcerato, l’uomo, memore del miracolo, fece restaurare la Pietà, disponendo che al suo cospetto ardesse per sempre una lampada in argento. Secondo studi recenti, la vera origine della cappella sarebbe invece da far risalire all’omicidio, compiuto nella notte tra il 16 ed il 17 ottobre 1590 da Carlo Gesualdo da Venosa, in cui morirono Maria D’Avalos, moglie di Carlo Gesualdo, e l’amante di lei Fabrizio Carafa, figlio di Adriana Carafa della Spina, moglie in seconde nozze di Giovan Francesco di Sangro e prima principessa di Sansevero. In conseguenza di questo evento luttuoso, la madre di Fabrizio Carafa avrebbe fatto edificare la cappella, pensandola come voto alla Madonna per la salvezza eterna dell’anima del figlio. A riprova di tale ipotesi, l’iscrizione in latino «Mater Pietatis», presente sulla volta della Pietatella e contenuta in un sole raggiante, rappresenterebbe il voto di dedica dell’edificio alla Madonna.

In ogni caso la fama della cappella è solo e soltanto legata alla misteriosa figura di Raimondo di Sangro e della sua poliedrica e misteriosa personalità.  Che volle l’ampliamento secondo un suo progetto iconografico del quale gli artisti che lavorarono alle diverse opere furono spesso meri esecutori

Elemento portante di tale progetto sono le dieci statue denominate Virtù, addossate ad altrettanti pilastri, di cui nove dedicate alle consorti di nove membri della famiglia Sansevero e una – il Disinganno – dedicata ad Antonio di Sangro, padre del principe Raimondo.

Nell’impianto statuario, ed in particolare nelle raffigurazioni delle Virtù, è inoltre possibile notare una serie di significati allegorici, spesso riferiti al mondo della massoneria, di cui Raimondo di Sangro era Gran Maestro, per esempio La  Pudicizia – opera dedicata a Cecilia Gaetani, la madre di Raimondo di Sangro – la figura femminile velata è vista come un riferimento alla dea egizia Iside, che rivestiva un ruolo importante nella scienza iniziatica. Sempre nella stessa statua la lapide spezzata fa riferimento alla morte prematura della nobildonna, mentre l’incensiere ai piedi della statua ricorda quelli utilizzati durante le cerimonie massoniche. Il ramo di quercia che sembra fuoriuscire dal basamento della scultura è forse un rimando all’albero della conoscenza, mentre un’altra interpretazione lo vede come l’albero della vita.

Ma l’opera più suggestiva e piana di leggende è ‘incarico di eseguire il Cristo velato  in un primo momento affidato allo scultore Antonio Corradini., morì poco dopo  e fu commissionata a Giuseppe Sanmartino, a cui venne affidato l’incarico di «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua».

Sanmartino realizzò quindi un’opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato gli attimi prima della Crocefissione attraverso la composizione del velo, dal quale, si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito.

Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi a magistrale resa del velo ha nel corso dei secoli dato adito a una leggenda secondo cui i Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Da circa tre secoli, infatti, molti visitatori della Cappella, colpiti dal mirabile velo scolpito, lo ritengono erroneamente esito di una “marmorizzazione” alchemica effettuata dal principe, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo, e che questi si sia nel tempo marmorizzato attraverso un processo chimico.

In realtà una attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l’opera sia stata realizzata interamente in marmo, e questo è anche confermato da alcune lettere dell’epoca. Una ricevuta di pagamento a Sanmartino in data 16 dicembre 1752, firmata dal principe e conservata presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, recita infatti: « E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo.  Lo stesso di Sangro, in alcune lettere, descrive il velo come realizzato dallo stesso blocco della statua. E poi le due macchine anatomiche  ovvero due corpi, di un uomo e di una donna, completamente scarnificati, nei quali è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l’intero sistema circolatorio costituito da vene, arterie e capillari. I due corpi, secondo una leggenda popolare, sarebbero il risultato di esperimenti effettuati da Raimondo di Sangro, principe di San Severo, e da un anatomista palermitano, tale Giuseppe Salerno, intorno al 1763. Secondo la leggenda popolare, citata già nella guida settecentesca e tramandata tra gli altri anche da Benedetto Croce, il Principe avrebbe usato per i suoi esperimenti due servi iniettando nei loro corpi una sostanza di sua invenzione che avrebbe trasformato in metallo e così salvaguardato il circuito sanguigno. « […] fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene. » Benedetto Croce, Scritti di storia letteraria e politica”. Al di là della leggenda, il fatto che in origine il corpo della donna si trovasse al centro di una pedana che permetteva la sua osservazione da tutte le angolazioni, fa supporre che le due «macchine» siano state realizzate artificialmente al fine, oltre che di stupire gli osservatori, di costituire una sorta di ausilio didattico per chi fosse interessato ad approfondire la proprio conoscenza dell’apparato circolatorio umano. Un contratto conservato nell’Archivio Notarile di Napoli testimonierebbe come Raimondo di Sangro si fosse impegnato a fornire lui stesso al dottor Salerno il filo di ferro e la cera necessari al lavoro.  Nel febbraio del 2014 un gruppo di medici dell’ospedale San Gennaro di Napoli ha eseguito un esame sulle macchine anatomiche è  emerso che lo scheletro è vero e che il sistema circolatorio è finto, ma compatibili con la vita e che il sistema coronarico è stato riprodotto con grande maestria, benché all’epoca la sua conoscenza era ridotta.

 

 

Condividi

Rispondi