IL MUSEO DI MELFI TRA MOSTRE E TINTINNABULA, LA “CHICCO” DI DUEMILA ANNI FA

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FRANCO CACCIATORE

di Franco Cacciatore

 

Il Museo Archeologico Nazionale del Melfese “Massimo Pallottino” vive un momento felice. Dopo la pausa, causata della pandemia, una serie di iniziative promosse dalle direttrice regionale  dei musei e della struttura locale, Annamaria Di Mauro e Erminia Lapadula, lo pongono al centro delle attività dei Beni Culturali.

L’ultima coniuga l’arte contemporanea al luogo dove il museo è allocato, il castello delle Costituzioni di Federico II. Così le opere in acciaio e in plastica di Mara Fabbro e Alberto Pasqual, partendo dalla sala delle scuderie, trovano allocazione fra antiche mura dialogando con esse o con il sarcofago di Rapolla.

A precederla il “Geoportale della Cultura Alimentare: cibo e territorio lucano”, che ha fatto tappa nel museo di Melfi,  punto di grande attrattiva della Regione Basilicata, dopo l’esposizione a Matera.

La conferenza stampa introduttiva alla mostra ha evidenziato la sintonia fa le istituzioni. Per il Comune Alessandro Panico, assessore al bilancio, Di Mauro direzione musei regionali, Lapadula direttrice struttura museale, Paride Leone, Presidente Slow Food Basilicata, e Leandro Ventura, Direttore dell’Istituto Patrimonio Immateriale. Di particolare rilievo la sottolineatura a un prodotto che è nella storia della regione, la “lucanica”. Un procedimento di conservazione della carne, che i Romani appresero dal popolo lucano, e permise loro i lunghi ed proverbiali assedi, premessa di tante vittorie.

La mostra allestita in un luogo di grande attrattiva e effetto scenico per i suoi ricchi stucchi dorati, la sala Doria, un tempo “della principessa”. L’esposizione è un laborioso lavoro di ricerca e mappatura, dei saperi e sapori lucani. L’iniziativa è del Ministero della Cultura ed è promosso dall’Istituto per il Patrimonio Immateriale dello stesso dicastero e finanziato dal Pon, d’intesa con Regione e Università Basilicata. L’intento appunto la valorizzazione del patrimonio lucano legato all’alimentazione  attraverso un racconto che traccia la storia del ricco mondo eno-gastronomico della regione, offrendo nel contempo un valido supporto allo sviluppo dei territori in chiave turistico-culturale.

Da parte nostra, in tema di promozione, all’organizzazione della mostra sollecitiamo l’inserimento del “marroncino di Melfi”, castagna dalla particolare tipicità, in attesa da anni di valorizzazione a mezzo di riconoscimento europeo, e quella del cultivar, forse dimenticato, dell’ “Olivo Cima di Melfi”, albero di elevata vigoria che si presta a impianti intensivi, il cui olio ha sapore  mediamente fruttato, amaro e piccante con note di mandorla e carciofo.

Altro validissimo apporto al museo, di recente realizzazione,  uno spazio per la mamma  e il bambino, il “Baby Pit Stop”. L’allestimento fortemente voluto dalle direttrici Mauro e Lapadula, dalla Presidente del Soroptimist Club di Potenza, Lara Ferrigno, in partnership con la Presidente Unicef  di Basilicata, Angela Granata. Anche questa istituzione ha visto l’intesa del Comune, con il Presidente del Consiglio, Vincenzo Destino, e il plauso del Vescovo di Melfi, Ciro Fanelli.

Senza dubbio un arricchimento che si coniuga con la rilevanza del museo, il più visitato della regione, e che fra i  suoi preziosi reperti, annovera quelli da definirsi una rarità, i giocattoli dei bambini, ai quali la sala è stata dedicata con la dizione di “Latte e tintinnabula”. Denominazione quanto mai aderente al mondo dell’infanzia, con oggetti che in archeologia ricoprono un ruolo quasi inusuale per appartenere al bambino, figura marginale nella società antica. I tintinnabula, esposti nel museo di Melfi, del IV secolo a.C., sono dei cinghialetti in terracotta contenenti all’interno una pietruzza, praticamente dei sonagli. La “Chicco” di duemila anni fa.

 

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