IL PACCHETTO SPACCA ITALIA

0

ANNA MARIA SCARNATO

Da tanto provo disaffezione per la politica, per convegni e meeting dove i relatori parlano della sua organizzazione e del sistema di gestione del potere. Convinta oggi più di prima che quando il popolo elegge una maggioranza di governo, difficilmente essa vorrà accettare un cambio di direzione nella fase progettuale e operativa per non mettere a rischio gli equilibri che la sostengono ed anche per affermare la supremazia e la giustizia di idee seppure incolpata di disattese promesse di campagna elettorale. E consapevole ancor di più che le minoranze faticano a recuperare, piuttosto perdono percentuali di consenso nell’opinione pubblica, quasi appiattita sull’’idea che “adda passà na sola nuttat” ma di più, avverto comunque una certa riluttanza al solo pensiero che Andreotti avesse ragione nel ritenere che “il potere logora chi non ce l’ha” e che quindi ogni opposizione non possa convincere l’opinione pubblica a ribellarsi democraticamente, attraverso le parti sociali e manifestazioni di piazza ordinate, al potere di una maggioranza al comando assoluto, coesa e non coerente, che si presenta con fratture multiple evidenti e “immobilizzate” di volta in volta con “antidolorifici”, veri toccasana per i loro “desiderata”. L’allontanamento dall’esercizio della politica, che pur è stato un impegno del passato, uno sguardo freddo e compassionevole verso la maggior parte dei partiti di ogni schieramento, di ogni colore, un certo ribrezzo per i cambi di casacca frequenti, mi hanno caratterizzato negli ultimi anni. “Ci hanno confuso le idee”. Questo il mio pensiero che ho preferito tenerlo in quiete. E’ bastato un invito ad una conferenza, come da copertina, per un approfondimento altamente qualificato, a suscitare una certa curiosità, il risveglio dal disinteresse verso ogni tipo di comunicazione in un momento storico che invece richiede non un letargo in attesa di primavera, ma la stagione della “primavera” come rifioritura di pensiero, indignazione e non rassegnazione, presenza e non assenza, voce e non silenzio. Presso le Monacelle, un grande complesso attiguo al Duomo, affacciato meravigliosamente sui Sassi di Matera, il dibattito, sostenuto dalla presenza del Presidente della Provincia di Matera Pietro Marrese, dal Sindaco di città Domenico Bennardi, dall’Assessore comunale Digilio (Verdi), dal consigliere comunale Mario Montemurro, dal consigliere regionale Roberto Cifarelli, dal prof. Massimo Villone docente di diritto Costituzionale dell’ Università Federico II di Napoli, dall’ANCI, dallo SVIMEZ, dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale della Basilicata e da altrettanto competenti professionalità, ha tentato la passione che ho coltivato per 42 anni: la Scuola, in cui ho lavorato come insegnante e non merita che io non conosca cosa il governo le ha riservato nella legge Calderoli; la Sanità che ha intrigato e motivato i miei e i tanti lamenti di corregionali sulla crisi che da tempo l’attanaglia; l’ Ambiente, questo campo che abbraccia la natura e le opere dell’uomo  che possono influire sulla sua sostenibilità o sull’inquinamento che la deturpa. Ascoltare per farmi un’idea, per ridare speranza alle preoccupazioni che l’hanno spenta, per obliare gli insostenibili conflitti che i partiti di una stessa alleanza di centrosinistra non hanno sfociato in accordi anche tristi ma accettati per il bene dell’Italia. Esserci per ritrovarli uniti a ripensarsi, rinsaviti da tanto amor di parte, per riproporsi più accorti e uniti intorno ad un progeto condiviso, alle porte, ormai, di un appuntamento elettorale regionale. Per ascoltare proposte di mobilitazione popolare per l’ambiente di questa terra a sostegno di una bonifica nei punti devastati dall’amianto, per gli ospedali della mia Provincia che sarebbero ritornati ad essere attenzionati come quelli di Potenza, che la Sanità avrebbe recuperato il ritardo nelle prestazioni ospedaliere, ripreso la vigilanza e il monitoraggio, dopo più di due anni e passa, delle condizioni di ex esposti all’amianto della Valbasento. Tra questi tanti dipendenti ed un familiare che aspettano di essere chiamati invano dall’azienda ospedaliera per spirometrie e TAC di controllo. Ma la legge Calderoli, che ai primi proclami si chiamava Secessione, in seguito Federalismo fiscale e adesso Autonomia differenziata, per il momento non esplicita bene quali materie saranno delegate all’Autonomia regionale. E la serata non tradisce la trattazione annunciata nella locandina. Ancora rischi da aggiungere ai tanti che questi settori corrono, ancora nulla di buono per la Basilicata e il Meridione. Chi ha pensato che finalmente si sarebbero potuti spendere in autonomia i soldi per le nostre emergenze, non ha fatto i conti con la situazione di debito storico e che il gettito fiscale da trattenere e non trasferire allo Stato è insignificante rispetto ai bisogni da soddisfare. Dai relatori è venuto un dubbio sulla legittimità della legge in ordine al dettato costituzionale. A sirene spiegate un allarme per un sistema di Autonomia differenziata concepita nella mente di chi vuole frammentare l’Italia mentre parla di Nazione e bene comune, di chi potrebbe non riconoscere gli uguali diritti tra Nord e Sud nell’approntare, grazie alle indicazioni che darà una commissione di 60 esperti, i cosiddetti LEP richiesti dall’ANCI al Governo. Come non fossero già risaputi gli svantaggi di alcune Regioni rispetto ad altre dalle quali si differenziano per la qualità delle prestazioni e dei servizi che li vede collocati agli ultimi posti di graduatorie stilate in base ai dati forniti dai cittadini stessi. Si paventa un ulteriore aggravamento della povertà del Meridione e l’aumento della ricchezza del Nord. Avrei voluto fare un intervento ma davanti a tanta pacatezza amara, allarmante ma prudente, non potevo irrompere con la rabbia e indignazione irrefrenabile. Avrei riferito sull’ambiguità della Meloni quando afferma di essere una donna coraggiosa e libera ma, per mantenere gli equilibri nella maggioranza che sostiene il suo governo, deve sottostare ai ricatti della Lega ossessionata dall’idea della costruzione del grande Nord, della Padania.  Manie di grandezza, complesso di superiorità e conseguente disprezzo dell’altro di Salvini e leghisti. Anche l’Italia ha un Putin? Impero Russo, Grande Padania? Il tormentone del passato che ritorna cambiato nella pelle ma non nel contenuto. Il governo Meloni, dai primi giorni dell’insediamento, ha espresso parole inattese a riconoscimento di un’Europa unita, fiducia e disponibilità a collaborare tra gli Stati ma la prima frizione e prova di forza l’ha mostrata nel rapporto con Macron. Nelle difficoltà delle operazioni di soccorso e accoglienza dei migranti ha chiesto aiuto alla comunità europea, ha chiesto di condividere il peso con gli altri Stati, ha comunicato la nostra difficoltà a fare da soli, ad essere lasciati soli. Ma l’Autonomia differenziata non è forse un lasciare dietro chi non parte da uno stessa posizione e non può raggiungere gli stessi traguardi? Non è umiliare forse le Regioni del Sud che risentono di un disagio storico e sono afflitte da difficoltà di recupero? Eppure si dimostra solidale con l’Ucraina la Presidente del Consiglio giustamente quando riconosce l’aggressione russa; dimostra cuore quando la supporta con aiuti di armamenti bellici gratuiti che Crosetto imprenditor fornisce implementando il suo fatturato. Di contro permette al Nord di compiere una vera secessione camuffata da autonomia, definita un bene per le Regioni. Un chiudersi dentro i limiti di un pensiero che umilia se stesso nella sua ambiguità. Si svelerebbe vera secessione fiscale se alle Regioni venissero demandate funzioni inerenti a materie come Scuola, Sanità e Ambiente, settori che abbisognano di essere sotto la lente attenta, sotto la cura e la regia unica dello Stato, Padre costituente di un’unica Costituzione a difesa dei diritti di tutti. La nostra Regione non potrà ripartire mai e correre al pari di tante altre per una situazione di partenza diversa, per un pitstop obbligato. Abbisogna di interventi perequativi. Noi cittadini lucani e altre regioni meridionali siamo finiti come burattini nella pancia della balena, l’animale delle storie fantastiche, immagine che trova riscontro per metafora nella realtà. Chissà se Bardi, prima di dare il consenso ad una legge, abbia valutato le sue risorse come capacità o meno di far fronte ai problemi di una Regione, visto l’immobilismo che lo ha connotato, considerato il vuoto di posti in giunta per indecisione e conflitti interni alla maggioranza! Come se ne può uscire? Non ho colto grandi speranze dagli interventi. Ma solo attesa che il Parlamento accolga qualche emendamento di chi vuole affermare la giustizia delle leggi contro i punti dolenti di questa riforma. In attesa di spiragli non mi resta che portare a casa dal convegno un corpo e un’anima che prova per sé gli stessi sentimenti di un immigrato, un sentirsi trattato diversamente, mentre ti porgono una coperta per il freddo e un vaso per i bisogni, il governo ti considera un carico residuale, un peso che vuole togliersi di dosso. L’Autonomia differenziata non può farmi vivere nell’insicurezza, in una cronica  precarietà nel luogo dove sono nata o dove una persona arriva, vuole rimanere per farne parte. Nel dibattito non sono intervenuta ma dico oggi ai lettori, ai miei corregionali che era prevedibile finire nella pancia di una balena se la voglia di cambiare e andare incontro all’avventura ha preso il sopravvento su una scelta operata spesso per contestazione e che ci ha condotto sulle strade di un’inconcludenza operativa regionale, del tradimento della coerenza, del disprezzo per i “fragili”, i poveri che non permettono ad una “Nazione” di andare alla stessa velocità. Il Centrosinistra prenda coscienza delle sue colpe. Le divisioni tra gli alleati, la scarsa capacità di superare i conflitti, le ambizioni nutrite verso posizionamenti preferiti, perdite di tempo intorno ai tavoli di sconcertazione dove si è giocati a battaglia navale affossandosi reciprocamente, disconoscendo la possibilità di resa e arretramento accettabile per un accordo pure triste ma utile a difesa dell’interesse generale, devono finire. Anche durante la serata, taluni sguardi, forse interessati a non lasciarsi sfuggire alcun passaggio delle interessanti argomentazioni, comunque sembravano ritrosi a non incrociarne altri degli stessi compagni di partito. E’ tempo maturo per superare con buon senso e con l’amore per questa terra le vecchie pratiche che fanno allontanare dalla politica i cittadini. Pensare che le divisioni fanno male a sé e agli altri. Non ho dormito sonni tranquilli dopo aver riflettuto sui rischi che la mia Regione può correre con l’Autonomia e addosso ho avvertito il freddo di un “pigiama” che come lucana e meridionale mi vogliono costringere ad indossare per sentirmi diversa. Voglio sì essere diversa, del Sud, poiché al Sud c’è un sole che abbronza i corpi, c’è un cuore che conserva il suo calore per cederlo agli altri quando salva dal mare corpi freddi ma vivi ed altri freddi che non si riesce più a riscaldare. Devo ritrovare la speranza e credere che sulla riva dei nostri fiumi, dei laghi dei mari, sui monti della Lucania tornerà ad essere piantata la bandiera dell’uguaglianza ritrovata e non di una secessione subita.
Condividi

Sull' Autore

Lascia un Commento