
LUCIO TUFANO
Nel 1948 Alcide De Gasperi riscopre il Mezzogiorno, dopo Zanardelli nel 1902 e Mussolini nel 1936. Nel Mezzogiorno afflitto da vecchie piaghe, da condizioni miserrime, cui il Fascismo non era riuscito ad apportare benefici, ancora più aggravate dalla guerra.
È una situazione allarmante di arretratezza e ignoranza, segnalata anche dagli ultimi scrittori come Carlo Levi, tale da fare adottare dal Parlamento, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, il provvedimento di legge che prevede interventi ordinari e straordinari per lo sviluppo e la iniziative imprenditoriali nel Sud.
Nasce così la “grande Tasca” del Mezzogiorno in cui attingere soldi al fine di porre riparo a tutte le ingiustizie e ai torti subiti dal meridione in ottanta anni di vita della Italia unita. Tutti i partiti politici approvano la legge che istituisce la Cassa del Mezzogiorno e che suscita e stimola entusiasmo per le imprese che vogliono nascere o per quelle che vogliono ampliarsi e nuove forme di dialettica e di dibattito meridionalistico, nuove idee e tematiche per la modernizzazione e lo sviluppo delle aree più depresse. Difatti gli uffici e i centri studi, appena sorti, elaborano teorie e spunti, attuano elaborati, approntano seminari e convegni per il rilancio ed il potenziamento di quel meridionalismo che, da Giustino Fortunato a Salvemini, da Ettore Ciccotti a don Sturzo e a Francesco Saverio Nitti, ora si appropria di linee, riflessioni e proposte nuove.
Tutto nelle mani della Democrazia Cristiana e del suo governo e per la Basilicata il factotum è il sottosegretario alla Agricoltura, on. Emilio Colombo che con l’agricoltura avrà un rapporto continuativo e particolare, sin dalla fase della costituente in qualità di componente della Commissione parlamentare e nella quale si dedicò alla impostazione dei problemi della terra, della bonifica, della riforma agraria, della irrigazione, i più urgenti della Basilicata, con l’aiuto del Ministro Antonio Segni[1].
Sin dalla sua istituzione la Cassa fa registrare come invece di concepire i suoi stanziamenti a integrazione di normali poste di bilancio dello Stato, sollevando efficacemente le condizioni economiche delle aree meridionali, sopporta i costi della maggior parte delle opere pubbliche, sorvolando su quelle la cui soluzione rientra nella ordinaria amministrazione, anche se rivestono carattere di straordinarietà. Non allevia così la disoccupazione e non sarà in grado di risolvere i problemi e le questioni per le quali è stata istituita. Anzi nel corso della sua attività si scoprirà come essa abbia alimentato clientele e destinato fondi in direzioni completamente errate. È qui che la DC, con strumenti come questo, si impossessa di tutti gli spazi pubblici, sia dei muri ove fa affiggere le sue imprese, i suoi intendimenti e i suoi successi, sia nella distribuzione di incarichi, prebende e sistemazioni ai suoi adepti.
Emilio Colombo, uomo di governo e carisma sempre più plasmato, compiuto e perfezionato, guadagna prestigio a Roma, nel paese e in Europa, dà forza al partito in Basilicata, facilitando il potenziamento della sua posizione elettorale e di controllo su partito, sindacati e organizzazioni collaterali.
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Emilio Colombo, in una immagine di archivio.
Operazioni rese ancora più fluide in una DC ancora senza correnti, compatta attorno al suo leader regionale che ha la rappresentanza quasi esclusiva sia verso il centro e il governo che nella direzione del partito.
Alle spalle degli uomini dc vi è la Chiesa, i vescovi, i cardinali, per ogni provincia alcuni prelati fra i più illuminati e influenti che non fanno mai mancare i propri suggerimenti e propinano consigli, dirigono i consensi. È quindi la Chiesa che reca il più forte aiuto alla politica e alla crescita del partito, ne sposa gli interessi e gli obiettivi, aiuta la media borghesia e ne condivide l’anticomunismo, utilizza la sua organizzazione perché le masse votino per lo scudo crociato, specie nelle campagne fa opera di persuasione verso le comunità contadine. I dirigenti e i propagandisti della DC si avvalgono di tali presenze per reclutare i contadini che in massa entrano nella Federazione dei Coltivatori diretti. La “Bonomiana”, diretta da Paolo Bonomi, è il più forte caposaldo della DC.
È proprio con la riforma agraria che il potere DC trova il forte supporto nel mondo contadino e «la formazione del blocco agrario per la esaltazione della proprietà coltivatrice diventa fattore di stabilizzazione sociale e del ruralismo contro il vano tentativo di proletizzare le masse contadine da parte della sinistra».
… «L’interclassismo pacificatorio del cristianesimo sociale qualifica l’operazione di rottura dell’unità sindacale, con la fondazione delle Acli e dei sindacati liberi». È la riforma che si prefigge di annientare la pretesa de “La terra ai contadini” opponendo alle leghe bracciantili e contadine la gran massa dei coltivatori diretti o piccoli proprietari, anche se la caduta del latifondo come tradizionale sistema del Mezzogiorno sembra ormai avvenuta[2].
Criteri e logiche clientelari sovraintendono alla assegnazione delle terre per i poderi, nell’intento non solo di favorire i sostenitori della DC, bensì includendo nella riforma i più noti militanti comunisti, all’impiego negli enti di riforma di attivisti dc per i lavori di disboscamento, di bonifica e di irrigazione dei terreni.
Alla Coldiretti spetta il controllo dei Consorzi Agrari[3]. Il potere di osmosi tra Federconsorzi (presidente Bonomi nel 1948) e Bonomiana si protrarrà fino agli anni ’80. La Montecatini domina il mercato dei concimi grazie alla Federconsorzi, mentre alla creazione dei posti di lavoro nelle campagne è inizialmente diretto l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno, altri posti sono dati dal piano Ina-Casa e dai cantieri scuola, ideati da Amintore Fanfani. 
Si instaura così, sin dagli anni ’50 la politica assistenziale “per il posto” in regione come la Basilicata, discriminatoria, corruttrice e diseducativa.
Cassa del Mezzogiorno, Cantieri, Ente di Riforma, consorzi di bonifica, queste le prime maglie della fittissima rete, estesa e capillare della DC, ivi compresi la Camera di Commercio, gli enti locali e gli istituti di previdenza, di assistenza e di credito.
Tutto ciò che accade in questa regione ha un patrocinatore, il sottosegretario all’agricoltura, Emilio Colombo.
È così che l’apparato dello Stato, sopravvissuto al crollo del Fascismo e alla Resistenza, viene direttamente occupato o, comunque, ricondotto nell’orbita democristiana, in base alla identificazione già sperimentata di Stato e regime.
“L’antifascismo liberista che, da Einaudi a Ernesto Rossi, rappresentò il pensiero economico dominante e che presiedette a molte, determinate scelte politiche, portò allo smantellamento dei controlli sull’economia che lo sforzo bellico del Fascismo aveva introdotto, ma lasciò inalterato il sistema dei rapporti fra intervento dello Stato ed economia nelle sue basi profonde”.
In tutti gli enti e nel governo della economia, dalla edilizia, alle infrastrutture, dalla erogazione del credito agli enti parastatali, l’intreccio tra economia e politica con la sua ulteriore crescita, costituirà il dato qualificante del regime democristiano. A questo partecipa anche il ceto degli imprenditori privati per protezione e sovvenzionamenti.
L’industria di Stato, la Cassa per il Mezzogiorno, la Federconsorzi, gli enti pubblici centrali e periferici, sono il terreno sul quale si procede alla lottizzazione delle cariche, dei finanziamenti e, quindi, delle clientele.
L’industria di Stato, l’Eni, determina i notabili, i capicorrente, non i suoi dirigenti, influenza le carriere e le manovre del partito, finanzia le correnti dc e agisce in funzione di una possibile corrente autonoma. La sinistra di base nasce con il supporto finanziario di Mattei ed è ampliamente riempita di uomini a lui vicini.
Dalla decisione di non sciogliere l’IRI e dalla nascita dell’ENI verranno mutamenti risolutivi nel ruolo delle partecipazioni statali. Le intraprese nel settore petrolifero di Enrico Mattei, entreranno sempre più in conflitto con il settore privato, con il capitalismo internazionale che pur aveva il controllo delle fonti di energia. «La dipendenza del capitalismo privato italiano dalle grandi compagnie petrolifere impegnò il partito americano in Italia e gli organi della grande stampa in attacchi durissimi alla politica dell’Ente petrolifero di Stato». La Confindustria si sgancia dalle partecipazioni statali e nasce il Ministero apposito.
Il dibattito che ne scaturirà? È se muoversi verso il mero profitto o piegarsi a ragioni di carattere sociale (i salvataggi delle industrie decotte realizzeranno quelle esigenze di socialità tramite le gestioni passive e svolgeranno una rilevante funzione nella politica clientelare della DC).
Nuovi rapporti si instaurano intanto fra la grande industria e la DC e fra questa e le gerarchie ecclesiastiche; il ceto politico dc è titolare di un vero e proprio potere economico, caratteristica precipua del regime. La scelta a favore del capitale pubblico, rispetto a quello privato, non esclude che le partecipazioni statali non si spingeranno mai a fare concorrenza alla FIAT, la quale godrà di tutti i privilegi sindacali, finanziari, burocratici e fiscali che, con il piano autostradale varato alla fine degli anni ’50, le garantiranno immense posizioni di forza. Il progetto di rifacimento e di costruzione della rete autostradale e la crescita di Torino sede di Mirafiori, dimostreranno gli intrecci fra l’industria automobilistica e il potere DC.
[1] Vincenzo Verrastro: “Quaranta anni di vita politica dell’on. E. Colombo” – Discorso di Potenza. 4-1-87.
[2] S. G. Tarrow. Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno. Einaudi. Torino. 1972
[3] Rossi Doria Manlio. Rapporto sulla Federconsorzi. Laterza. 1963.
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